Il pozzo nascosto

Paternità e letteratura del XX secolo

Siamo spesso abituati a partire dal padre nei discorsi più comuni, meno a rintracciare a ritroso di cosa il padre sia immagine. E da sempre, in ogni cultura, l’immagine del padre è legata all’immagine di Dio. Paternità da una parte intesa come legge in contrasto con la libertà del figlio e dall’altra come concezione superata dalla rivelazione del Dio Padre di Gesù Cristo, che già a partire dal figliol prodigo sembra rivelare una paternità diversa e fino a quel momento sconosciuta al mondo.

Un’evoluzione che parte da molto lontano, ma che ha nella letteratura del XX secolo alcune caratteristiche che rivelano un percorso del tutto originale attraverso il quale è possibile delineare la figura della paternità.

Qualche anno fa Giulio Maspero – professore di Teologia Dogmatica alla Facoltà di Teologia della Pontificia Università della Santa Croce – pubblica un articolo dal titolo Il padre nella letteratura del XX secolo in cui attraversa trasversalmente l’immagine del padre nella letteratura (cfr. W. Fuster – J. Wauck (edd.), Scrittori del Novecento e mistero cristiano, Edusc, Roma 2013, pp. 279-289).

FMV lo ha intervistato per rintracciare quel filo rosso sul tema della paternità che nel XX secolo ha affascinato scrittori, filosofi e teologi. Di seguito riportiamo l’intervista.

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FMV: La sua analisi parte da Franz Kafka e dalla questione della negazione del padre. Perché iniziare con Kafka?

GM: La Lettera al padre di Kafka è certamente uno dei testi più terribili mai scritti sull’argomento, intesa come tragico grido di protesta di fronte a un padre percepito come legge e imposizione. Volevo mostrare come in questo autore – che peraltro si colloca nell’avvento della modernità culminato nel trionfo dello spirito assoluto hegeliano e nell’uccisione del padre di nietzschiana memoria – la legge fosse slegata dal rapporto con la realtà e il valore principale del padre assegnato all’autorità piuttosto che all’autorevolezza. La negazione del padre consiste in questo. Da questa negazione comincia tutto.

 

FMV: La parte centrale della sua analisi si concentra su Il piccolo principe, una testimonianza, per lei, di quella che definisce “rivelazione del padre”. In cosa consiste?

GM: Il piccolo principe è caratterizzato da grande finezza poetica e da profonda ricchezza spirituale. Insigni teologi, come Joseph Ratzinger e John Zizioulas, si sono soffermati su queste pagine. Ripercorrendo il tema della paternità, a me ha colpito il capitolo 24, quello in cui si parla del pozzo nascosto in ogni deserto. Il piccolo principe appare come colui che legge il cuore, vede sempre quell’“essenziale invisibile agli occhi”; e come Cristo con la Samaritana al pozzo di Giacobbe chiede da bere (cfr. Gv 4, 1ss). Nel suo vedere nel deserto ciò che non si vede nell’apparenza, nel suo guardare al di là, lancia quello che è, a mio avviso, il messaggio più importante della paternità: in ogni deserto, in ogni difficoltà, è nascosto un pozzo che rivela come la realtà sia buona nonostante limiti e ferite. E in questo messaggio il piccolo principe diviene simbolo di Cristo, che sulla Croce rivela suo Padre come Sorgente eternamente zampillante dell’essere.

 

FMV: E in cosa consiste il desiderio del padre di cui parla a proposito di Cormac McCarthy?

GM: Nell’opera di McCarthy mi sono soffermato soprattutto su La strada e su Non è un paese per vecchi. La prima opera, forse il suo capolavoro, è incentrata sul camminare insieme del padre e del figlio: un padre che non è perfetto e sbaglia, ma che dà la vita per il figlio che ama. La seconda opera descrive dapprima le vicende di un padre, che va avanti e che affronta la realtà e le difficoltà addentrandosi nel buio dell’esistenza per portarvi la luce, e poi di un figlio, che crescendo si trova ad affrontare anch’egli dolore, finitezza e morte. Il vero padre, nel messaggio di McCarthy, è colui che guida e non perché è perfetto, ma solo perché affronta tutto per prima. In questo si rivela la trascendenza del rapporto tra padre e figlio che mi colpisce di più in questo scrittore.

 

FMV: Il suo testo si conclude con Raggi di paternità, l’opera teatrale di Wojtyla che esprime tutto il senso della forza del padre: osare essere se stesso solo scoprendosi figlio. Ma questo è possibile solo con l’aiuto del femminile e della maternità. Ci spiega cosa questo significhi?

GM: Karol Wojtyla ha vissuto la tragedia dell’occupazione nazista e poi la dittatura comunista e si mette nei panni di questo padre che deve inoltrarsi per primo nel limite. E la risposta a questo grido è la Madre, scritta sempre con la maiuscola. Il padre di Raggi di paternità ha il nome di Adamo, padre di ogni uomo, ed è combattuto tra il ritratto oppressivo di cui parlava Kafka e il desiderio di un altro padre. Il padre che si scopre figlio riesce a esserlo solo attraverso le parole della figlia, che in un certo senso genera lo genera nella scelta; e ancora di più attraverso l’intervento della Madre, che rinvia alla sorgente del vero padre. Wojtyla ci sta ricordando che l’essenziale in tutto ciò che esiste sono tre relazioni: paternità, filiazione e amore. E questo è possibile solo in Maria, vera forza di ogni padre: Colei che gli permette di essere figlio rivelando il padre come sorgente. Questa è la Trinità…

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