Decalogo sul futuro del lavoro

Come sarà il lavoro del futuro? Come riscoprire in esso la dignità che merita ogni persona? Cosa possono fare i capi per aiutare i dipendenti ad essere più soddisfatti e sereni? E che contributo può e deve avere, oggi, la famiglia, perché possa davvero essere così? Dieci giorni, dieci spunti di riflessione per pensare a cosa possiamo fare affinché il nostro rientro a lavoro sia un po’ diverso dal solito.

1. Il futuro del lavoro è… pensare il lavoro come mezzo e non come fine

Di certo vi sarete trovati, almeno una volta nella vita, a rispondere alla domanda: “Ma che lavoro fai?”. La questione è profonda e non riguarda solo le mansioni specifiche di ognuno. E si potrebbe anche riformulare in modi diversi. Che cosa caratterizza il tuo lavoro? Che cosa sai fare meglio? Che cosa vorresti fare di più? In cosa dovresti migliorare?

Il nostro lavoro definisce una parte di chi siamo agli occhi del mondo. E anche agli occhi delle generazioni future che verranno dopo di noi. Ecco perché deve essere per noi un mezzo, ma non un fine. Forse oggi abbiamo trasformato il lavoro in fine?

Se in questo momento siamo sotto l’ombrellone a rimuginare su quello che abbiamo fatto quest’anno (ma anche no!) oppure in montagna a pensare da dove ripartiremo (questo può anche darsi!) ricordiamoci che se il lavoro è per noi un mezzo non ne saremo mai schiavi. E forse potremmo goderci la nostra famiglia e le nostre relazioni in un modo migliore. Ancora di più durante le vacanze.

Marco Vigorelli diceva: «Purtroppo la cultura contemporanea sembra abbia trasformato il lavoro in fine. Io lavoro per vivere, non vivo per lavorare. Se no sarei un po’ un demente. Ecco purtroppo vi parla qualcuno che è arrivato a fare 400 ore di volo all’anno. Spostandosi da una parte all’altra del globo. Però qui c’è mia moglie, me la sono portata così può testimoniare se dico stupidaggini o se razzolo male…, bisogna aver chiaro questo concetto fondamentale: il lavoro è un mezzo».

Se il lavoro è un mezzo, nel lavoro c’è dignità. Dignità del lavoro è dignità di vita. Il vero business è la persona. Il vero capitale è l’uomo.

Su questi temi abbiamo pubblicato uno Speciale dal titolo: L’uomo fonte del valore.

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2. Il futuro del lavoro è… lavorare “smart” 

Oggi purtroppo siamo ancora vittime di una cultura per la quale se si lavora da casa allora “non si ha nulla di importante da fare”. Lo smart working avanza, ma ancora non così tanto. Il lavoro del futuro dovrà essere invece davvero “Smart”, cioè un insieme di tre elementi: una cultura basata sulla fiducia, un sistema di condivisione degli obiettivi, l’utilizzo della tecnologiacome chiave di questo modello. Chissà se migliorare il lavoro vorrà dire anche migliorare la vita… Chissà se migliorando la vita miglioreremo anche il lavoro.

Smart working e conciliazione lavoro famiglia vanno spesso di pari passo. “Smart” significa intelligente e se nei tentativi di conciliare famiglia e lavoro si va alla ricerca di metodi intelligenti forse si può trovare quello più adatto alle diverse situazioni. Situazioni che riguardano tanto i lavoratori quanto le lavoratrici, perché il tema del lavoro, come quello della conciliazione lavoro famiglia, è un tema che vale sia per gli uomini che per le donne. La soluzione intelligente forse sta nel circolo virtuoso che unisce lavoratori, manager, esperti del settore e famiglie.

Su questi temi abbiamo organizzato un evento: Lavoro e lavoratori/trici “smart”. Ricerca accademica ed evidenze aziendali sullo smart working e pubblicato un Quaderno monografico, scaricabile gratuitamente, dal titolo: Lavoro e lavoratori/trici “smart”

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3. Il futuro del lavoro è… riscoperta di una tecnologia a servizio dell’uomo e non viceversa

Uomini e robot che lavorano insieme. Probabilmente il futuro sarà questo. Anche se empatia, immaginazione, fantasia, creatività, sono dimensioni specifiche dell’uomo e che una macchina non potrà mai avere. E poi c’è la coscienza, che rende davvero, gli uomini uomini… Non si tratta quindi tanto di vedere una condivisione tra tecnologia e uomo, ma forse una sorta di integrazione. Un’integrazione che renda possibile la risoluzione di problemi che oggi forse non possono ancora essere risolti e in cui i robot ci aiuteranno a vivere in un mondo migliore, ma non ci ruberanno il lavoro.

Il lavoro dell’uomo si allontana sempre più da un paradigma funzionalista in cui la produzione appartiene alle macchine. Certo nel lavoro è presente la dimensione del “fare”, ma il lavoro umano non si esaurisce in un “fare”. Basta pensare alla creatività e all’innovazione, che rispondono ai bisogni dell’uomo di “stare nel mondo”, di “essere qualcuno” all’interno di esso. Ma la matrice più umana del lavoro, che spesso si realizza attraverso un “fare”, forse nasce dall’“essere in relazione” dell’uomo, che è la forma più radicale di lavoro umano, la vera essenza di ciò che è il lavoro dell’uomo: la dimensione di cura. Cura che non è tanto una dinamica del produrre, ma una dinamica del creare condizioni di possibilità di vita condivisa, di realizzazione personale e collettiva, di libertà, dove le cose possono essere godute e inventate in modo umano. Così ogni “fare” diventa lavoro quando l’uomo, facendo, si prende cura, si interroga, sta in relazione, fa cultura.

Ai robot si sta cercando di attribuire anche la dimensione della cura… Ma siamo sicuri che non sia proprio questo ciò che renda l’uomo uomo, diverso da una macchina?

Su questi temi abbiamo pubblicato uno Speciale: Se il mio capo fosse un robot? e organizzato un evento: Impatti etici dell’Intelligenza Artificiale

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4. Il futuro del lavoro è… scegliere di mettersi in ascolto della diversity

Non so perché ma il tema della diversity ci fa pensare al tema del “bello” della tecnologia perché ci fa pensare a tante realtà che abbiamo conosciuto e che ci hanno più volte sottolineato come non si possa nascondere l’impatto positivo che la tecnologia ha avuto sulla vita delle persone con disabilità. E questo ha aperto la strada al vedere la diversità quasi come una specialità. Come un qualcosa da condividere e da celebrare. E soprattutto a vedere il lavoro come un antidoto alla disabilità, di cui la società deve farsi promotrice.

Parlare di diversity nel lavoro del futuro significa anche continuare a sperimentare come in un’organizzazione ci siano diversi punti di vista. E questa è forse la grande ricchezza della diversità che va riscoperta nel lavoro avendo come obiettivo la crescita delle persone e la crescita delle organizzazioni.

Su questi temi abbiamo pubblicato uno Speciale: Abili Idonei Capaci e un video: In ascolto della diversity

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5. Il futuro del lavoro è… imparare a vivere la differenza

Uomini e donne sono differenti. Bella scoperta, direte. Eppure forse non è proprio così. Spesso le donne si adeguano ad un modello di lavoro che è tipicamente maschile: orari, riunioni, trasferte… Oggi forse dovremmo chiederci come sia possibile ripensare il lavoro tenendo conto della differenza e della ricchezza che questa differenza può dare. Sì, perché dietro ai tentativi di valorizzazione del femminile si nasconde una perdita del valore del femminile: una banalizzazione, una indifferenziazione, un’ignoranza di sé da parte delle donne, un’incompetenza a capire le donne da parte degli uomini.

Uguaglianza e differenza sono due livelli di discorso diverso; quando si parla di differenza l’alternativa non è l’uguaglianza, ma l’identità (mentre l’alternativa dell’uguaglianza è la disuguaglianza). Si pensa che la causa delle disuguaglianze tra uomo e donna sia stata la loro differenza, in realtà non è quella l’origine della disuguaglianza: bisogna lottare per avere lo stesso valore nella vita e nelle relazioni, ma all’interno della differenza.

Ecco perché il tema della conciliazione lavoro famiglia non è un tema che vale solo per le donne, ma anche per gli uomini: le donne portano solo maggiormente avanti questa battaglia perché sono portatrici del senso della ritmicità della vita. Vivere la differenza è vivere la specificità, del maschile e del femminile, insieme.

Sui temi del Femminile e del lavoro abbiamo pubblicato un video: Femminile e lavoro. Su i temi delle donne al lavoro e della conciliazione lavoro famiglia, abbiamo bubblicato una serie di video-interviste: Women at Work.

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6. Il futuro del lavoro è… sperimentare “una” paternità

Il futuro del lavoro forse passa anche dalla paternità. Dal desiderio dei padri di dire presenza tra lavoro e famiglia, “portando” a volte la famiglia nel lavoro e sforzandosi di spiegare il lavoro, e se stessi, alla famiglia. E anche dalla possibilità dei padri di dire se stessi in modo diverso, sul lavoro, dopo aver sperimentato la scelta della paternità.

Marco Vigorelli andava ripetendo spesso che «bisogna ricordare al padre il suo ruolo in famiglia». Oggi, nelle attività della Fondazione Marco Vigorelli, sentiamo molto forte questa sollecitazione, soprattutto nel ripensare alla paternità come a una risorsa. In un’ottica più ampia – rivolta al contesto contemporaneo in cui la crisi demografica che stiamo vivendo porta a interrogarci sempre di più sul futuro delle nuove generazioni – “ripensare” la figura del padre ci sembra uno snodo fondamentale.

Nel capitolo 24 de Il piccolo principe il protagonista è colui che legge il cuore, che vede sempre quell’“essenziale invisibile agli occhi”. Vede nel deserto ciò che non si vede nell’apparenza, ciò che non tutti possono vedere. Nel suo guardare al di là è immagine di ciò che deve “trasmettere” il padre: e cioè che in ogni deserto, in ogni difficoltà, è nascosto un pozzo che ci dice di una realtà buona nonostante limiti e ferite. Il padre forse può salvarci dalla paura dei limiti del nostro tempo: la sua è una paternità che si fa generazione. In un modo diverso dal femminile, ma sempre vivo. E sul lavoro? Vivere la paternità è imparare l’autorevolezza. E trasmetterla.

Su questi temi abbiamo pubblicato uno Speciale: Istinto paterno e un Quaderno monografico, scaricabile gratuitamente dal titolo: Padri che “conciliano”

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7. Il futuro del lavoro è… sinonimo di innovare e di formare

Oggi da dove passa l’innovazione? Dai fatturati? Dai risultati? Dalla formazione? Forse dal rispetto per le persone che abbiamo davanti e per ciò che vogliono essere e non per quello che noi vogliamo siano. Forse innovare significa sempre di più accogliere la sfida di mettere la persona al centro dell’innovazione. E se si tratta di giovani dare loro sempre più spazio perché la loro aspettativa sia grande come la responsabilità di formarli. Forse l’innovazione passa da un nuovo ruolo da dare alla persona in azienda? Da modelli organizzativi innovativi? Forse parlare di innovazione significa personalizzare di volta in volta da che cosa passi davvero “innovare”? Forse innovare non è solo resistere alla crisi, ma aumentare il fatturato?

Oggi serve una formazione all’imprenditorialità. Una formazione all’innovazione. Una “democrazia imprenditoriale”, che dia alle risorse la percezione di essere parte di un processo che va ben più lontano della propria scrivania…

Su questi temi abbiamo pubblicato un’intervista ad Anna Amati (Fondatrice e Vicepresidente di META Group): Innovazione e formazione all’imprenditorialità?. E una recensione sul un libro di Ricardo Semler dal titolo:The seven days weekend”. Il caso SEMCO.

… continua

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