Innovazione e formazione all’imprenditorialità?

Non possiamo solo dirlo, dobbiamo farlo accadere

«Rispetto la persona che ho davanti per quello che vuole essere e non per quello che io voglio che sia. La persona, insomma, la metto sempre al centro e, se è giovane, ancora di più perché la sua aspettativa è tanto grande quanto la mia responsabilità».

Anna Amati ci colpisce per la sua voglia di condividere esperienze di crescita, personale e professionale.

Ama i giovani, soprattutto quelli dallo spirito imprenditoriale e dalle scarse risorse che vanno incoraggiati nei loro sogni ed ambizioni ma anche quelli che di spirito imprenditoriale ne hanno di meno, ma che, con azioni di accompagnamento e formazione e volontà, possono migliorare le proprie competenze e abilità.

 

 

Architetto, moglie e mamma di tre figli universitari, imprenditrice in un mondo soprattutto maschile, Anna Amati legge l’innovazione a partire da tradizioni familiari, culturali e di impresa. Fondatrice e Vicepresidente di META Group, società internazionale che si occupa di advisory per l’innovazione e consigliere di META Ventures, membro del comitato esecutivo di Italia Startup e socia di Italian Angels for Growth, ci ha dedicato, pur tra le sue mille corse, una ricca testimonianza di cosa significhi oggi fare impresa.

Di seguito riportiamo la sua intervista.

***

FMV: Oggi si parla tanto di innovazione, una sfida che coinvolge prima di tutto i capi, valutati in base ai risultati economici. Come si può tenere insieme innovazione e risultato?

AA: L’innovazione è un passaggio obbligatorio e se un manager è arrivato al posto che occupa sa benissimo che trovare nuove soluzioni, sia nei processi produttivi che nell’organizzazione interna e nel marketing, deve essere un must. Chi non lo fa, molto spesso non arriva nemmeno ai risultati economici che gli sono stati dati come traguardo. La nostra esperienza porta a dire che i mercati sono sempre più competitivi, che ci sono sempre meno barriere, che i clienti, conoscendo molto prima prodotti e servizi, sono più esigenti. Anche chi gestisce un’azienda deve rendersi conto che non basta più “solo” la qualità del prodotto, e che il concetto di innovazione non deve essere solo affrontato, ma personalizzato di volta in volta e nei giusti tempi. E soprattutto che innovare nel modo corretto serve e rende possibile non solo resistere alla crisi ma aumentare il fatturato.

 

FMV: Lei parla spesso di “formazione all’imprenditorialità”. Che cos’è per lei l’impresa e qual è il suo fine?

AA: Proprio in questi giorni mi sono interrogata su questo argomento. Soprattutto seguendo un imprenditore che ho conosciuto all’inizio della carriera e che adesso ha un fatturato che si aggira tra i 10.000.000 e i 12.000.000 di euro l’anno. Ho sempre visto in lui una luce speciale negli occhi, la stoffa dell’imprenditore, e so benissimo che tutto ciò è molto raro da trovare. Persone così vanno avanti da sole, a volte ti anticipano, e tu hai pochissime possibilità di aggiungere valore, se non mettendo a disposizione un network di contatti e l’esperienza. Per l’1 o il 2% di imprenditori che non hanno bisogno di nulla, ce ne sono però tanti che migliorano le proprie performance grazie ad una formazione personalizzata. Io mi confronto principalmente con start up e quindi con imprenditori spesso giovani, più disponibili a mettersi in discussione. Tuttavia, credo che l’elemento critico in quasi tutte le imprese sia la mancanza di sapersi guardare allo specchio con obiettività e rispetto ai competitor, capire quali possono essere i limiti e le criticità sia del vertice sia della squadra che deve raggiungere i risultati. E non è sempre detto che la formazione da tenere in conto sia quella classica dell’aula, anzi per gli adulti è forse quella meno indicata. Dobbiamo fare presto, essere rapidi come rapidi sono i cambiamenti intorno a noi.  Per gli adulti preferisco pensare ad una formazione “informale”, peer to peer, fuori dalle aule, dentro e con gli eco-sistemi dell’innovazione, tour e networking, occasione di approfondimento nelle aziende, viaggi in altri paesi e focalizzazione sul business e sulle sfide globali. Certo sarebbe molto più utile e meno faticoso, nel medio-lungo periodo, promuovere percorsi d’imprenditorialità “obbligatori”, fin dalle elementari e continuando durante la formazione universitaria. Un po’ come si sarebbe dovuto fare (e non solo dire!) trent’anni fa, con la lingua inglese, perché diciamocelo… è più facile imparare da bambini che da adulti. La capacità di resistere allo stress, di risolvere problemi, di lavorare in team sono tutte attitudini che se una persona ha, si ritrova quando vuole fare l’imprenditore, ma anche se non vuole farlo, quando lavora per esempio in un’amministrazione pubblica o in una azienda privata. Ecco quello che io definisco “spirito imprenditoriale”, ciò che ti permette di sentire come tuo quello che stai facendo e quindi di rischiare in prima persona, di organizzare, di gestire risorse, capitale umano, materiali, nell’ottica del raggiungimento dei risultati. Anche la macchina pubblica avrebbe estremamente bisogno di persone con un maggior spirito imprenditoriale, a tutti i livelli, nessuno escluso.

 

FMV: Giovani e formazione: tutti dicono che la formazione va messa al primo posto, ma non sempre questo è possibile. In Italia a che punto siamo? Cosa ci manca e dove possiamo/dobbiamo arrivare?

AA: I giovani sono un po’ la mia passione. Avendone incontrati migliaia (tra cui i miei figli) durante la loro formazione posso dire che in Italia il tema dell’imprenditorialità, tranne pochissime eccezioni e a macchia di leopardo, è completamente assente. Non si vive di proclami, né di eroi. La realtà è che ad oggi, i nostri diplomati non parlano ancora un inglese fluente. Figurati se possiamo pretendere che siano pronti a fare impresa. Non si possono solo disegnare programmi e strategie. Dobbiamo anche fare accadere le cose. L’alternanza scuola-lavoro ne è un esempio. Idea ottima, implementazione deludente. Dove non ci si improvvisa, i risultati si vedono, ma molte esperienze sono lasciate alla buona volontà del singolo, spesso senza nessuna risorsa economica né preparazione alle spalle. C’è un bel fermento oggi, ci sono tante “academy” che stanno nascendo, tanti bei poli universitari, ripeto casi ancora troppo isolati ma da cui prendere esempio e su cui investire, sul serio. Il richiamo alla formazione deve essere un sentire pubblico, quello di avere una scuola imprenditoriale pure. Poi, è ovvio, c’è anche la consapevolezza che ci vogliono risorse umane e finanziarie notevoli per permettere che questi processi diventino dei percorsi strutturati e non siano solo degli slogan. Credo che volendo, i soldi in Italia si possano trovare, anzi, ne sono certa.

 

FMV: Da donna, moglie, mamma e capo, che relazione c’è, a suo avviso, tra vita professionale e vita privata? E quanto la famiglia “entra” nella vita dell’azienda?

AA: Io ho una famiglia tradizionale, un marito in gamba e tre figli di cui sono orgogliosa e a cui ho sottratto sicuramente un po’ di tempo per poter fare quello che faccio ma ai quali ho avuto la fortuna di poter offrire molte opportunità; sicuramente ho dato loro modo di respirare un ambiente di positività, di valori e d’impegno, di capacità e di risultati, perché questo mondo di start up, di gente che innova, di ricercatori, di conoscenza, di valore in sé, questo è un ambiente estremamente ricco ed entusiasmante. Mi trovo a credere che sia questa la strada migliore da indicare, soprattutto per noi che lavoriamo ed investiamo su persone e giovani in particolare: quella di credere in se stessi, di ammirare chi ha fatto e sa fare grandi cose e di trovare la propria strada, senza scorciatoie e mediocrità, di cui è vero, il mondo è pieno, ma con passione e determinazione. Probabilmente, nel mondo in cui sono immersa, che è prettamente maschile, porto una visione originale, frutto dell’essere madre. La voglia di andare a fondo, di capire le persone, di conoscere le passioni e gli interessi, di motivare, la capacità di ascolto ma anche il rispetto. Rispetto della persona che ho davanti per quello che vuole essere e non per quello che io voglio che sia. La persona, insomma, la metto sempre al centro e se è giovane ho ancora più rispetto, perché la sua aspettativa è tanto grande quanto la mia responsabilità.

 

FMV: Cosa ha imparato Anna Amati nel suo percorso professionale fin qui che vorrebbe trasmettere ai più giovani? 

Ho 52 anni, ho fatto un bel percorso dalla mia laurea in Architettura. Come sono arrivata alla finanza e alle startup sarebbe lungo da spiegare, però penso che la cosa che mi piace di più di me stessa è aver sempre contato sulle mie capacità di arrivare a dei risultati e di fare cose che mi piacessero, affrontando la vita con interesse e spirito di osservazione. Il sapere, la curiosità, le sfide quotidiane non mi hanno mai fatto temere di dover lasciare una cosa per iniziarne un’altra, anzi pian piano ho trovato gusto nel capire che la vita è piena di imprevisti e che tu puoi pianificare tutto, ma ci sarà sempre qualcosa o qualcuno che interverrà a sconvolgere (spesso in meglio!) i tuoi piani. L’importante è arrivare preparati e focalizzarsi il prima possibile e con le proprie forze, su ciò che vogliamo veramente fare e, nel mentre, non andare mai troppo distanti da questo percorso, perché le competenze acquisite sulla strada serviranno per essere i migliori in quello che stiamo facendo. La curiosità va bene, l’ottimismo anche, andare verso l’ignoto con un senso di sfida quello pure, però sapendo sempre che un mattoncino dopo l’altro puoi arrivare ad un traguardo che hai in testa anche da molto giovane. Senza mai perdere la bussola, perché come diceva Seneca, «non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare».

Share This