Riflessioni di Nicola Bazzani su “Sostenibilità. Esperienze e implicazioni della pandemia”

Il G20, è da poco concluso, ma formalmente l’Italia ne mantiene la presidenza per poco meno di un mese ancora: per me è stato un impegno veramente molto forte sul piano personale e professionale, per aver concepito, realizzato e seguito fino in fondo soprattutto i lavori sul clima e sull’energia.

Impatti su famiglia e lavoro degli sviluppi futuri in ottica di sostenibilità 2030

Alla discussione odierna vorrei aggiungere degli aspetti relativi alla politica internazionale che riguardano la lotta al cambiamento climatico e la trasformazione dei sistemi energetici. Faccio questo lavoro da circa quattro anni, al Ministero degli Affari Esteri. Rientrato da Kabul mi sono trovato in un mondo molto interessante che appena quattro anni fa era profondamente diverso da quello che è in questo momento.

La svolta profonda è avvenuta con l’adozione del Green Deal Europeo, lanciato nel dicembre 2019, per fronteggiare il degrado ambientale e il cambiamento climatico.  Il Green Deal si è basato sulle azioni già intraprese dall’Unione Europea che avevano permesso di ridurre in modo significativo le emissioni di gas serra pur mantenendo la crescita economica. Nel 2018 le emissioni totali dell’UE erano state 23% inferiori a quelle del 1990, a dispetto di una crescita del PIL dell’Unione Europea pari al 61% nello stesso periodo di tempo. Un risultato non ancora sufficiente, ma comunque importante e che ha permesso, sull’esperienza maturata, di lanciare il Green Deal che vuole rappresentare e rendere operativo l’impegno della UE nel creare una economia verde ed inclusiva e diventare una guida, un esempio a livello mondiale in tal senso, con l’obiettivo di rendere l’Europa il primo continente neutrale nel mondo per quanto riguarda il clima.

Al Green Deal, dunque, sono seguiti impegni ed obiettivi veramente molto concreti e sostanziali, che non sono solo per “diplomatici con il calice in mano per il brindisi” – come vuole lo stereotipo su cui mi piace fare autoironia – ma sono qualcosa che ha dei riflessi concreti, impattanti e molto più reali di quello che pensiamo sulla famiglia, sull’economia e sul lavoro, sulle generazioni che già da tempo sono nel mondo del lavoro, su quelle che vi si sono da poco affacciate e su coloro che adesso attraversano la fase di educazione e di formazione. La famiglia è un elemento fondamentale su questa tela di fondo: la dobbiamo concepire come un’incubatrice di valori, di pratiche, di stili di vita che devono orientare noi stessi e la generazione che sarà chiamata a costruire il Paese sulla base di nuovi modelli sostenibili; Paese che si relazionerà con altri Paesi, verso questo cambio epocale che è già iniziato e procede come un treno e di cui – vi assicuro – ancora non ne percepiamo in toto la portata profonda che avrà sulle vite di noi tutti.

Il Green Deal Europeo trasformerà, con la sua leva strategica, l’Unione Europea (UE) in una economia moderna, efficiente, sostenibile e competitiva attraverso politiche sul clima, energia, agricoltura, industria, ambiente e oceani, trasporti, ricerca, sviluppo, innovazione, sulla finanza e tassazione, atte a ridurre le emissioni nette di gas serra, a favorire la crescita economica e l’inclusione (nessuna persona e nessun luogo saranno trascurati). Non è una transizione: è una vera e propria rivoluzione, una trasformazione dei sistemi energetici, della base cioè dello stesso sistema economico che per funzionare ha bisogno di energia sempre più pulita, con emissioni di gas serra via via minori, fino a raggiungere il target delle emissioni nette pari a zero, cioè la cosiddetta “neutralità carbonica”, o “neutralità climatica”. L’obiettivo è quello di arrivarci in 30 anni, al 2050, secondo gli impegni presi a livello UE dall’Italia e dagli altri 26 Stati membri e, come tappa intermedia, di ridurle del 55% rispetto ai valori del 1990 entro il 2030 nei territori dell’UE.

Inoltre un numero crescente di Paesi a livello mondiale ha adottato questo obiettivo: USA, Giappone, Corea, Brasile … un centinaio in tutto. Zero emissioni nette al 2050 è indicata dalla comunità scientifica internazionale come condizione necessaria per evitare le peggiori conseguenze del cambiamento climatico. Circa 2/3 delle emissioni climalteranti sono imputabili al settore energetico: se ne capisce bene, quindi, l’importanza. Ma per essere realizzata, questo tipo di rivoluzione deve muoversi in maniera molto rapida. I prossimi 9 anni saranno il banco di prova, per verificare se riusciremo o meno a raggiungere gli obiettivi prefissati.

Per farvi capire, molto semplicemente, quelli che ne rappresentano i riflessi pratici nelle nostre vite, uso chiedere a volte – in maniera un po’ scherzosa quando mi trovo a parlarne con colleghi o a fare interventi simili a questi – alcune domande, che rivolgo oggi anche a voi: “Chi di voi ha mai usato un’auto alimentata a metano?”. Solitamente ricevo espressioni imbarazzate poiché la gente neanche conosce questo sistema di alimentazione meno inquinante della benzina. E poi aggiungo: “Chi usa scooter elettrici?”. Qui il morale si rialza un po’, poiché qualcuno li usa in “sharing”. Passo poi a domandare: “Chi di voi usa piani a induzione per cucinare a casa?”. Silenzio… tutti sono dubbiosi sul fatto che funzioni bene quanto il metano. E infine concludo con una richiesta che lascia tutti di stucco: “Sapete dove si trova Nantucket?”.

Perché vi parlo di Nantucket? Non perché voglio verificare quanti lettori di Melville ci sono, ma perché tutto ciò che vi ho detto prima riguarda un concetto chiave che ancora non è stato evocato nei vari interventi: l’ “innovazione tecnologica” ed il fatto, collegato, che essa subisce accelerazioni improvvise; la storia dell’innovazione non ha un tracciato lineare ma procede a strappi, con balzi avanti improvvisi.

L’innovazione è un pilastro su cui veramente far leva per raggiungere obiettivi molto ambiziosi per la lotta al cambiamento climatico, e su cui stiamo cercando di cooperare fortemente a livello internazionale. Nantucket è una ottima metafora: essa si trova nel Maine, negli Stati Uniti, ed era il centro del mondo fino alla metà dell’Ottocento, poiché da Nantucket partivano le baleniere per andare a procurarsi l’olio di capodoglio per alimentare l’illuminazione delle città del mondo e per altri importanti usi energetici. È stata spazzata via da essere il “centro” del mondo nel giro di vent’anni, quando si è incominciata a scoprire, ad iniziare dagli Stati Uniti, la possibilità di estrarre il petrolio. Quindi c’è stata la repentina rivoluzione che ha portato all’adozione diffusa della principale risorsa energetica del Novecento. Questo ha avuto un impatto profondissimo sul mondo del lavoro, sulla formazione, sulle relazioni internazionali e, chiaramente, sulle prospettive di sviluppo economico che hanno per oltre un secolo giustapposto produttori e consumatori ed hanno determinato la situazione odierna.

Sottolineo questo aspetto, l’innovazione, perché se guardiamo alla rivoluzione energetica verde, basata in larghissima parte su fonti rinnovabili, e al suo impatto sul benessere economico, secondo le principali agenzie internazionali di settore – parlo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), parlo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Rinnovabile (IRENA, oltre che dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) – le proiezioni sono del tutto allettanti. Se riusciamo a mobilitare le risorse necessarie per raggiungere i nostri obiettivi di miglioramento del sistema energetico nel senso “pulito”, con cioè un abbattimento consistente delle emissioni verso la neutralità carbonica al 2050, potremmo avere un PIL mondiale superiore del 4%, rispetto ad uno scenario business as usual, già al 2030. Potremmo, inoltre, essere in grado di creare 14 milioni di posti di lavoro netti. Sono cifre veramente incredibili rispetto a quella che è la situazione economica attuale, basata per oltre l’80% sui combustibili fossili, e nel conseguirle diminuiremmo drasticamente le emissioni di CO2 e di altri gas serra; insomma la transizione energetica pulita è pure economicamente profittevole, oltre che strumento principe per evitare la catastrofe peggiore del riscaldamento globale.

Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, forse il più autorevole degli organismi di settore, un’altissima percentuale di riduzione delle emissioni, fino al 55%, è riconducibile alle scelte delle persone. Per tornare quindi al tema della famiglia e dei valori che in essa si possono formare, si può tranquillamente dire che oltre la metà dell’abbattimento della CO2, necessario per conseguire gli obiettivi “net zero”, scaturisce dalle decisioni che d’ora innanzi prenderete nelle vostre case. La famiglia è, purtroppo, sempre più vista come mera unità di consumatori. Dalle famiglie invece possono e debbono nascere valori educativo-comportamentali per la sostenibilità ambientale. Parlo di scelte concrete, che evocano le domande che vi ho fatto poco fa: l’uso circolare delle risorse, la riduzione dello spreco energetico, l’efficientamento delle abitazioni, la scelta dei mezzi di trasporto con combustibili meno inquinanti, la rinuncia all’uso sistematico dell’auto e, non da ultimo, le abitudini alimentari.

Quanti di voi, ad esempio, sono vegetariani? Sappiate che, come carnivori, contribuite per circa il 20% alle emissioni globali di gas serra (e.g. metano e anidride carbonica). Sempre secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, i cambi nei comportamenti sociali in senso più sostenibile, potranno aggiungere un ulteriore 4% di abbattimento di emissioni climalteranti: consumare meno carne, appunto, e scegliere quindi un tipo di alimentazione piuttosto che un’altra, ma anche optare per la bici elettrica quando non piove piuttosto che prendere l’auto a benzina per fare pochi chilometri. Questi vogliono essere banali dati ed esempi pragmatici per riflettere e per far riflettere. Se veramente le famiglie, i consumatori, noi, possiamo influire così tanto sulla riduzione delle emissioni dei gas serra e quindi, permettetemi l’iperbole, se possiamo davvero contribuire così tanto a salvare il pianeta, l’educazione alla sostenibilità ha un ruolo straordinario.

Sapete tutti che proprio nell’ambito della Presidenza G20 e poi del partenariato con il Regno Unito nella COP26, l’Italia ha attribuito molta importanza all’educazione alla transizione energetica ed ha creato, per la prima volta nell’ambito delle Conferenze mondiali per il clima, un evento interamente dedicato ai giovani attivisti climatici, che hanno contribuito formalmente ai negoziati di Glasgow, interagendo in maniera ufficiale con Ministri e Capi di Governo e di Stato. L’evento, chiamato Youth4Climate: Driving Ambition è stato organizzato a Milano, a fine settembre. 400 giovani, provenienti da ogni Paese, hanno sottolineato, tra l’altro, l’importanza cruciale dell’educazione nel settore della transizione ecologica, declinata sotto ogni aspetto. Abbiamo raccolto questo appello e faremo di Youth4Climate un evento regolare: il Ministro della Transizione Ecologica Cingolani si è impegnato a replicarlo ogni anno affinché non risulti un flash, uno spot, ma continui a far veramente rimanere protagonisti i giovani nella politica internazionale.

Inoltre, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), in collaborazione con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Rinnovabile (IRENA), sta mettendo a punto un programma educativo che intendiamo portare in una cinquantina di Paesi del mondo attraverso le nostre ambasciate, creando possibilmente una settimana dedicata all’educazione per la transizione energetica verde. Contiamo insomma di avere un impatto notevole e di coinvolgere, quanto più possibile, presenti e futuri giovani leader nel settore della lotta al cambiamento climatico, assieme alle scuole e alle università del mondo.

Una ulteriore nota riguarda ancora la famiglia e non solo: le donne. Il mondo dell’energia – vi prego di contraddirmi, se potete, poiché ne sarei felicissimo – è un mondo maschilista, è un mondo dove ancora le posizioni di rilievo vengono mantenute saldamente dagli uomini: nell’impresa privata, nel campo pubblico e nelle organizzazioni internazionali. La parità effettiva di genere è indispensabile se vogliamo liberare tutte le risorse umane e le capacità professionali straordinarie che ci servono per vincere una sfida epocale come quella contro il riscaldamento del pianeta. La diplomazia italiana è, pertanto, molto impegnata anche in questo, con una serie di iniziative a livello globale che stanno andando bene. Ad esempio, siamo orgogliosamente tra i fondatori di una campagna mondiale lanciata sotto l’egida del Canada diversi anni fa, “Equal by 30” , a cui partecipano anche alcune delle più importanti aziende energetiche leader globali come le italiane Enel e Snam, che si sono impegnate ad avere, entro il 2030, pari opportunità di ingressi, di sviluppo di carriera e di retribuzione per incarichi equivalenti.

Altri punti discussi

In merito al ricorso all’energia nucleare, come ha dichiarato il governo francese, con l’utilizzo di impianti avanzati di terza generazione (3+) e di quarta generazione, l’impiego di reattori modulari di taglia limitata, con produzione parallelo di idrogeno (praticamente a costo zero), si nota che il problema delle scorie e dei materiali nucleari radioattivi non è ancora pienamente risolto (in Italia, con notevoli costi, i rifiuti prodotti dall’impiego di reattori nucleari sono ancora presenti nei vari siti e non condizionati; una parte è inviata ad altri Paesi per il processo di condizionamento e stoccaggio). Inoltre, una crescita dell’impiego dell’energia nucleare potrebbe causare un aumento dei rifiuti radioattivi prodotti e un aumento del rischio di proliferazione nucleare (si pensi a Paesi come l’Afghanistan, il Mali etc.) e alle difficoltà nel controllo dei materiali a uso duplice (dual use materials). Per quanto riguarda la fusione nucleare, i tempi sono ancora molto lunghi prima di riuscire ad ottenere un reattore a fusione nucleare per la produzione “industriale” di energia.

Nel processo di transizione energetica dobbiamo anche essere cauti nello scegliere i metodi di produzione dell’energia elettrica e tener conto di tutto il processo, di tutta la filiera, quindi della valutazione del ciclo di vita completo (life cycle assessment) dei materiali, componenti e prodotti. È il caso delle batterie elettriche, che presentano ancora dei problemi di smaltimento.  Si registrano dei progressi notevoli nel campo (v. esempi di riciclo di batterie da parte dell’ENEL; studi su nuove batterie a grafene), che lasciano ben sperare in una riduzione sensibile dei problemi di smaltimento.

Probabilmente, almeno da analisi economiche effettuate, il punto di pareggio (breakeven point) tra gli investimenti ora necessari per la transizione energetica e il risparmio conseguente, sarà raggiunto solo intorno al 2040, ma dobbiamo anche considerare che investimenti in energia pulita rendono fino a tre volte gli investimenti effettuati su tecnologie ordinarie e che, da buoni investitori, occorre solo pazienza.

Nicola Bazzani

Vicario Ufficio per Energia e Ambiente, MAECI

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