La cultura del lavoro nell’Islam

Secondo il Corano il lavoratore deve essere trattato nel migliore modo possibile, deve essere tutelato in tutte le circostanze del caso e non è ammessa nessuna forma di sfruttamento da parte del datore di lavoro nei confronti dei propri dipendenti, pena la dannazione eterna, al di là delle sanzioni che possano prevedere le leggi dello Stato.

Intervista a Giampiero Khaled Paladini – Presidente Università Islamica d’Italia

FMV: Concezione e cultura del lavoro nell’Islam. Quali sono gli aspetti principali da considerare e quali i valori più diffusi tra i lavoratori?

Come è noto nell’Islam si fa riferimento alla Sharj’a per quanto concerne la regolamentazione dei rapporti giuridici, e la Sharj’a a sua volta ha come fonti Corano e Ḥadīth. Entrambi i sistemi si riferiscono al periodo di vita del Profeta Muhammad e come è noto i rapporti di lavoro in quel periodo, non solo per la comunità musulmana, erano basati principalmente sui rapporti di servitù e di schiavitù. Da quando servitù e schiavitù sono scomparsi nei rapporti sociali, non esistono più riferimenti giuridici che leghino i rapporti socio-economici oggi in essere nel mondo del lavoro con la sharj’a. Certamente si può fare riferimento ai principi generali, ripetutamente menzionati nel Corano, che sono quelli di equità sociale e senso del dovere in tutti i rapporti, anche perché nel Corano è deprecata ogni forma di sfruttamento o di indolenza e lassismo. È da rilevare che già 1500 anni fa, contro il comune pensare dell’epoca, per questo principio, il Corano conteneva dure critiche alla servitù assoluta e alla schiavitù.

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FMV: Concezione del dipendente/lavoratore nell’Islam: in che modo i capi vedono i loro dipendenti?

Secondo il Corano il lavoratore deve essere trattato nel migliore modo possibile, deve essere tutelato in tutte le circostanze del caso e non è ammessa nessuna forma di sfruttamento da parte del datore di lavoro nei confronti dei propri dipendenti, pena la dannazione eterna, al di là delle sanzioni che possano prevedere le leggi dello Stato. Di contro il lavoratore deve svolgere il suo compito nel pieno rispetto dei suoi doveri aziendali secondo i contratti sottostanti e secondo coscienza.

In verità in alcuni Paesi musulmani (vedi Paesi del Golfo), vi è un sistema che non si attiene propriamente ai principi enunciati. In questi Paesi vige una sostanziale differenza tra i lavoratori autoctoni e quelli immigrati. A questi ultimi sono riservati i lavori più umili che i nativi non svolgoo più da anni, sorretti come sono da liberalità previste dallo Stato. Non si può dire che a questi lavoratori immigrati vengano riservati tutele particolari anzi. Il più delle volte, un retaggio tradizionale ancora profondo, fa sì che questi siano tattati più come servi che come lavoratori. Questo naturalmente non avviene in Italia dove i datori di lavoro musulmani sono pienamente integrati nel sistema delle tutele legislative, alla stregua di qualsiasi altro datore di lavoro.

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FMV: Lavoro degli islamici in patria eall’estero: ci sono differenze del modo di intendere la concezione professionale in base ai contesti in cui si vive oppure la tradizione culturale va al di là dei luoghi?

Sia in patria che all’estero i musulmani devono onorare le leggi dello Stato e improntare comunque la propria azione ai principi detti primi, anche oltre la previsione di legge. Un medico musulmano svolge la sua professione come qualsiasi medico italiano e si deve attenere alle normative che regolano tale professione, così come per tutte le altre professioni. Non esiste insomma un codice islamico del lavoro ma esistono vari codici giuridici, di pertinenza dello Stato nazionale in cui si opera, a cui anche i musulmani devono adeguarsi.

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FMV: Quali sono, secondo lei, le principali sfide culturali che gli islamici che arrivano in Italia sono costretti ad affrontare?

Ce ne sono tante ma ritengo che le più importanti riguardino i rapporti con le istituzioni pubbliche e lo Stato italiano. In particolare, si evidenzia la difficoltà di accettare il concetto di laicità dello Stato e la difficoltà di comprendere il senso compiuto di “democrazia”. In più e non di secondaria importanza, come ho avuto modo di rappresentare nel mio ultimo romanzo “…e adesso tutto cambia!” (I Quaderni del Bardo Edizioni per Amazon, 2019), la difficoltà di adeguarsi alla società italiana in merito ai diritti delle donne e, in generale, alle problematiche della parità di genere.

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FMV: Da tanti anni si occupa di cultura dell’Islam: cosa la colpisce di più man mano che aumenta la conoscenza di questa cultura?

Intanto è improprio parlare di cultura. Trattasi invece di tradizione, secondo il concetto espresso da Gustav Mahler: “Tradizione non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco”.La riscoperta continua degli aspetti metafisici ed esoterici dell’Islam e la ricerca di una Via che dia una concreta risposta alla crisi della società occidentale è il potente motore che ha mosso e ancora muove il mio interesse per il Corano, che è una meravigliosa fonte di principi universali, al di là di quello che comunemente ci raccontano in televisione o sui media in generale da chi vi si accosta con superficialità o solo a fini politici.

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FMV: Qualcosa che l’Italia potrebbe imparare dalla cultura islamica in tema di lavoro e qualcosa che l’Islam può imparare vivendo la cultura della nostra penisola.

Il modo di concepire la vita nei suoi aspetti universali dai quali far derivare comportamenti concretivalidi anche per il mondo del lavoro. E poi il modo di improntare le relazioni tra ricchi e meno ricchi. In questo senso una breve parabola, tratta dal Kitab af-futuwah di Sulami (Libro della cavalleria) forse può aiutare:

“Ci è stato tramandato che Mansur ibn Abdullàh ak-Khawwas ha riferito che Junayd e i suoi avevano l’abitudine di riunirsi in una moschea. Si trovavano allora in uno stato di grande povertà. Uno dei loro amici venne a vederli e lesse sui loro visi i segni della fame. Chiese a uno dei discepoli di seguirlo e andarono tutti e due al mercato. L’uomo fece i suoi acquisti e domandò al discepolo di portarli. Quando arrivarono vicino alla moschea, Junayd li vide da lontano e disse al discepolo: “Getta tutto ed entra!”. Nessuno volle mangiare di quel nutrimento. Al Khawwas chiese allora al tale che fece gli acquisti: “Il mondo è dunque per te così importante, che per il dono che vuoi fare credi poter prendere un altro uomo come portatore?”.

Morale: essere musulmano significa non usare il minimo pretesto per asservire qualcuno più povero e bisognoso.

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