La cultura del lavoro in Cina

Un elemento cruciale per capire il lavoro in Cina è il fatto che negli anni Ottanta c’è stata una scelta politica epocale che ha trasformato milioni di contadini in operai migranti, cioè in persone che lasciavano la propria provincia (ndr. ogni provincia in Cina ha dimensioni come quelle dell’intera Italia, o maggiori) per andare a lavorare lontano da casa.

Intervista ad Antonella Ceccagno – professoressa ordinaria di China in Africa e Sociology of migration, Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne, Università degli Studi di Bologna “Alma Mater Studiorum”

FMV: Concezione e cultura del lavoro in Cina. Quali sono gli aspetti principali da considerare e quali i valori più diffusi tra i lavoratori?

Innanzitutto, vorrei fare una premessa. Dobbiamo fare sempre attenzione a non incasellare troppo, a non reificare le culture come se fossero qualcosa di “immobile”. Va evitato il rischio di far ricorso al “nazionalismo metodologico”, che è la tendenza a dividere il mondo in nazioni o stati che hanno culture proprie, omogenee al proprio interno, che si fermano ai relativi confini.

Il primo punto da considerare, in tal senso, è la diversità di valori esistente all’interno di un singolo paese.

Il secondo punto da prendere in considerazione, per rispondere in maniera adeguata alla sua domanda, è la variante tempo, perché i valori possono variare da una generazione all’altra (per esempio i figli possono avere valori diversi, aspettative diverse dai genitori). E infine dovremmo tenere presente che i valori culturali cambiano al cambiare delle condizioni strutturali.

Partiamo proprio dalle condizioni strutturali: un elemento cruciale per capire il lavoro in Cina è il fatto che negli anni Ottanta c’è stata una scelta politica epocale che ha trasformato milioni di contadini in operai migranti, cioè in persone che lasciavano la propria provincia (ndr. Ogni provincia in Cina ha dimensioni come quelle dell’intera Italia, o maggiori) per andare a lavorare lontano da casa. Questa trasformazione ha plasmato il lavoro e i valori del lavoro in Cina. Un po’ come è successo in Italia all’epoca delle migrazioni dal sud al nord, con la differenza che in Cina le distanze e i numeri erano più grandi: oggi ci sono 280 milioni di lavoratori migranti interni in Cina!

Siamo di fronte ad un cambiamento strutturale che porta con sé cambiamenti materiali e cambiamenti di valori, non solo i valori del lavoro ma anche quelli relativi alla famiglia, perché i contadini che diventano operai e vanno a lavorare lontano da casa, devono ovviamente lasciare la loro famiglia. Siamo di fronte a un fenomeno prima impensabile: i giovani, uomini e donne nella fascia 20-40 anni, emigrano per lavorare e lasciano i propri figli nei villaggi insieme ai nonni che si occuperanno della loro crescita. Si parla di circa 60 milioni di left behind children.

Insomma, nella Cina post-comunista, per chi si spostava dalle campagne alle fabbriche di città, il valore principale è diventato quello di avere un lavoro per poter sostenere la famiglia e per sostenere la famiglia, era necessario andare contro i valori tradizionali della famiglia cinese, che sono quelli della famiglia unita, che vive sotto lo stesso tetto. Quindi si è assistito ad un processo di disgregazione familiare e di disfacimento dei valori tradizionali legato proprio alle nuove forme di lavoro.

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FMV: Concezione del dipendente/lavoratore in Cina: in che modo i capi vedono i loro dipendenti?

La cultura del lavoro in Cina è tradizionalmente molto gerarchizzata. Il capo vede i dipendenti come coloro che devono in tutto e per tutto adattarsi alle sue richieste. Nelle grandi fabbriche cinesi degli anni Novanta, le relazioni sono estremamente gerarchizzate, e questo è legato anche alle grandi dimensioni delle fabbriche.

Un elemento che colpisce sono le forme di irregimentamento della forza lavoro. Le faccio un esempio: gli operai che si riuniscono davanti alla fabbrica prima del lavoro per il rituale di inizio della giornata lavorativa hanno posti assegnati ben precisi e sono schierati come se fossero un piccolo esercito, marciano sul posto e rispondono a un capo che sta davanti a loro. Questa è una forma di “disciplinamento” del corpo dell’operaio, che fa capire agli operai stessi, in maniera simbolica, come in fabbrica ci si aspetti da loro dedizione totale e obbedienza.

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FMV: Esistono politiche a sostegno del lavoratore in Cina? E se sì quali?

La legge cinese ha introdotto negli ultimi decenni una serie di cambiamenti, ad esempio aumenti salariali e strumenti a difesa dei diritti dei lavoratori. Ovviamente, queste misure non mettono in discussione l’impianto di controllo molto forte di cui ho parlato poco fa.

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FMV: Lavoro dei cinesi in Cina e lavoro dei cinesi all’estero: ci sono differenze del modo di intendere l’impegno professionale in base ai contesti in cui si vive oppure la tradizione culturale va al di là dei luoghi?

I cinesi sono molto presenti in Africa e tante imprese (ad esempio quelle di produzione di scarpe o vestiti) si sono spostate in quel continente per il costo inferiore della manodopera. La prima cosa che i cinesi hanno esportato in Etiopia, insieme alla loro produzione, è proprio questa forma di controllo del singolo individuo, attraverso una serie di azioni simbolo, come la marcia sul posto e la risposta a ordini secchi del caposquadra come: “guardare a destra, guardare a sinistra”, ecc. Ci sono video che mostrano che i primi tentativi degli operai in Etiopia ad adeguarsi a questa forma di disciplinamento sono goffi, perché gli operai etiopi non capiscono il senso di questa organizzazione del lavoro, ma dopo alcuni mesi gli operai sembrano adeguarsi.

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FMV: Quali sono, secondo lei, le principali sfide culturali che i cinesi che arrivano in Italia sono costretti ad affrontare?

I cinesi, come la maggior parte dei lavoratori migranti, sono pragmatici, cercano di capire che cosa venga accettato e cosa non si possa fare nel Paese in cui arrivano. Quindi possono anche avere delle preferenze, ma le mettono in atto solo nel momento e nella misura in cui vedono che vengono accettate nel luogo in cui arrivano. Facciamo l’esempio dei cinesi in Italia. Dalla fine degli anni Ottanta ad oggi, il modo principe di organizzare il lavoro nelle imprese cinesi nel settore della moda italiana è stato quello del “dormitorio di fabbrica” (che io chiamo sleeping regime): piccoli laboratori impiegano una decina di operai che vivono nel laboratorio stesso in cui lavorano. Questo è vietato dalla legge italiana, ma è stato assolutamente tollerato per una ragione molto semplice: per la moda italiana è conveniente che i terzisti cinesi siano organizzati così, perché se i lavoratori dormono nella fabbrica la flessibilità è massima: possono lavorare a qualunque orario e consegnare il lavoro in tempi molto più ristretti. Qualsiasi migrante, non solo i migranti cinesi, si adegua al contesto e il contesto sceglie le proprie regole o le regole proposte dai migranti, a seconda di ciò che conviene economicamente. Lo sleeping regime sarebbe vietato dalla legge, però alla fine viene accettato, perché porta profitti maggiori all’industria della moda.

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FMV: Qualcosa che l’Italia potrebbe imparare dalla cultura cinese in tema di lavoro e qualcosa che la Cina può imparare vivendo la cultura della nostra penisola.

Se dessi una risposta a questa domanda contraddirrei la mia premessa iniziale. Non esiste la cultura italiana e non esiste la cultura cinese. Non ci sono culture così definite da poter affermare che una può dare qualcosa a quella o quella a questa. Esistono dei valori che sono dominanti, ma che non necessariamente valgono per tutti gli individui, e che cambiano nel tempo e a seconda delle circostanze.

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