La conciliazione vita-lavoro fa bene alle donne?

Segnaliamo un articolo di Camilla Gaiaschi pubblicato su La 27ora che recensisce il volume “Genere e responsabilità sociale d’impresa” di Patrizia Di Santo e Claudia Villante edito da Ediesse.

Il work-life balance e la sua realizzazione. Come influisce sulla vita delle donne? È davvero un acceleratore verso la parità? Ha cambiato le dinamiche (e i carichi) familiari?  “Genere e responsabilità sociale di impresa”, di Patrizia Di Santo e Claudia Villante (Ediesse), è una voce fuori dal coro. È la prima ricerca che guarda agli strumenti di conciliazione con spirito critico. Le due ricercatrici hanno passato al setaccio nove aziende – tra grandi e piccole sul territorio italiano – che si sono distinte per aver adottato importanti misure di pari opportunità a favore dei dipendenti. Nell’ordine: strumenti di flessibilità oraria (part-time, flex-time, banca delle ore, ecc.), congedi (integrazione dello stipendio da parte dell’azienda, paternità obbligatoria), servizi per l’infanzia (nidi o voucher), azioni di“empowerment” e formazione sul tema delle discriminazioni per i manager.

Ma se di strumenti family-friendly spesso le aziende si riempiono la bocca, il punto è capire non solo l’impegno della proprietà a perseguirli concretamente, ma anche l’impatto che questi strumenti hanno sul lavoro delle donne. Sono utilizzati? Sono utili?Poche ricerche in Italia prendono in considerazione entrambi gli aspetti: in genere, o ci si sofferma sulle politiche, o ci si addentra nelle pratiche. Di Santo e Villante scelgono la terza via e fanno le “pulci” alle società coinvolte nella ricerca.

Non si tratta, infatti, di una “vetrina” di imprese “illuminate”: le nove aziende non sfruttano le misure di pari opportunità per farsi pubblicità all’esterno. Gli strumenti di conciliazione e di valorizzazione delle risorse femminili, insomma, li hanno utilizzati sul serio e si tratta di capire quali fanno bene e quali fanno male.  Molti gli effetti benefici: un luogo di lavoro women-friendly aumenta la produttività e riduce i costi per l’azienda, migliora la condizione economica delle donne e la soddisfazione di tutti i dipendenti. Non mancano però le controindicazioni. Ecco la prima – banale quanto scomoda – verità: anche nelle imprese che da anni hanno introdotto l’ottica di genere nella gestione delle risorse umane, il part-time e i congedi parentali sono utilizzati solo pressoché dalle donne. Ciò significa che i ruoli di cura ricadono ancora quasi esclusivamente su di loro. Le conseguenze sono note: il part-time non ha nessun effetto o addirittura ha un impatto negativo sia sulla presenza femminile nei ruoli apicali (segregazione verticale) che sulla “settarizzazione” delle mansioni (segregazione orizzontale). I casi presi in considerazione confermano questa dinamica, tant’è che le autrici ammettono come ci sia ancora “molto da fare per trasformare l’organizzazione del lavoro” e che pure in tali imprese “le donne fanno fatica ad arrivare a livelli di responsabilità”. Insomma, per quanto la riduzione dell’orario lavorativo consenta a un maggior numero di donne di entrare nel mercato del lavoro (vedi il caso olandese), la “qualità” di questo lavoro resta discutibile, con il tetto di cristallo che, paradossalmente, diventa sempre più duro da infrangere. A meno che essa venga concessa ai ruoli manageriali (come accade in un caso del libro) e, soprattutto, sia equamente distribuita tra uomini e donne (circostanza quest’ultima che, invece, non avviene).

Perché il vero nocciolo della questione è proprio questo: la distribuzione delle responsabilità di cura tra i sessi. Finché ciò non accadrà, ogni teoria delle “preferenze” non potrà che scontrarsi con la realtà, e cioè con il fatto che la maggior parte delle donne, come molte ricerche empiriche dimostrano, non vorrebbe scegliere tra i figli e il lavoro. E invece è costretta a farlo, alla faccia delle “libere” scelte.

Riequilibrare le responsabilità domestiche tra i sessi diventa allora la “chiave” di volta di ogni politica.

Non sempre però i legislatori ne sono consapevoli, complice la (molto italiana) tendenza a considerare la cura una prerogativa femminile. Così, le due autrici denunciano le corte vedute della politica: il programma Italia 2020, per esempio, siglato dagli allora ministri Maurizio Sacconi (Lavoro) e Mara Carfagna (Pari Opportunità), “fa molto più riferimento alla questione della conciliazione lavoro-famiglia delle donne, piuttosto che alla condivisione delle responsabilità familiari tra i sessi”. Esattamente all’opposto della direzione intrapresa dall’Unione Europea. Insomma, passata la moda del politically correct è tempo di soffermarsi sui contenuti e sull’impatto delle politiche: il rischio altrimenti è perdersi in proclami o, ancor peggio, rafforzare i ruoli tradizionali di genere, con buona pace delle nuove esigenze (lavorative e di cura) di uomini e donne.

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