Intelligenza emotiva per tutti

Una testimonianza sui benefici dell’Intelligenza emotiva a scuola.

Emilia Andriella è EQ Facilitator, Assessor e Genio Positivo.

Ha fondato InEmind S.r.l., una società di formazione che si occupa dello sviluppo dell’IE nel mondo Education.

Ama definirsi “maestra nel cuore”.

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La prima volta che ho visto Leo, in prima elementare, l’ho trovato talmente affascinante, ironico, buffo e schietto… che spesso dimenticavo fosse affetto da X fragile. Era un leader: i compagni erano catalizzati da ogni sua mossa o parola, forse perché erano tutte fuori dagli schemi. La sua presenza fu un grande aiuto nei primi giorni di scuola: Leo si alzava, faceva una battuta geniale e… via… tutti a ridere.

Stemperava le situazioni, metteva tutti di buonumore, era l’aiutante perfetto e già conosceva tutto l’organico dell’istituto. Io lavoravo in quella scuola da tre anni e i collaboratori scolastici conoscevano a stento il mio nome; lui era arrivato da tre giorni e tutti nei corridoi gli urlavano: “Leo, dove vai? Come stai oggi? Non mi vieni a salutare? Vuoi suonare la campanella con me? Ti ho portato il succo alla pera che ti piace tanto!”. La mattina arrivava coi suoi capelli ricci arruffati, lo zaino leggero in spalla e la sua valigetta pesante, piena zeppa di merende golose. Si faceva spazio tra la gente. Gamba destra e braccio sinistro avanti, gamba sinistra e braccio destro indietro. Uno-due/uno-due! Sembrava sbucato dal film La vita è bella. Era talmente catalitico che ti faceva dimenticare anche che era scoordinato! Aveva questa abitudine, da vecchio nobile napoletano, di presentarsi a tutti (insegnanti, signore delle pulizie, dirigente, compagni di classe, genitori dei compagni) stringendo la mano: “Piaceve, sono Leonavdo! Tu chi sei? Come ti chiami?”. Aveva talmente appeal che quando entrava in classe ci accorgevamo che era entrato non perché lo vedevamo, ma perché tutte le bambine formavano un circolo civettuolo intorno a lui fino a non farlo respirare! E lui, quando non ne poteva più, diceva: “Bvave ragazze, bvave… ora ai vostvi posti. Leo deve studiave!”.

Quando avevamo completamente dimenticato che Leo fosse un bambino con disabilità, un giorno, improvvisamente finì l’idillio e scoprimmo tutti gli effetti della X fragile. Accadde quando le richieste didattiche si fecero più impegnative e, soprattutto, quando i compagni iniziarono a scrivere. Leo si rese conto che non riusciva, e rifiutava l’uso alternativo del pc. Era triste, frustrato, si vergognava, si sentiva impotente. Era furioso con se stesso perché non riusciva… con i compagni perché andavano avanti… con le maestre perché pretendevano e non erano in grado di aiutarlo… con i genitori perché continuavano a portarlo a scuola invece di farlo dormire tutto il giorno a casa al sicuro.

Al posto suo cosa avremmo provato?! Le stesse ed identiche emozioni. Però… la X fragile faceva sì che Leo tirasse tutto fuori con la stessa intensità con cui provava le emozioni dentro. Quindi iniziarono a volar fuori grida disperate, pugni sui banchi, parolacce, matite, quaderni… E la spirale emotiva si faceva sempre più vorticosa: vergogna, pentimento, tristezza, disgusto, rimorso, angoscia profonda, collera furiosa.

Le emozioni dei compagni? Smarrimento, paura, terrore, frustrazione.

Il clima emotivo della classe era ormai spacciato. Leo aveva crisi più volte al giorno e, nonostante ci fosse un’insegnante a lui dedicata, era difficile fare lezione… e, quando possibile, serviva molto tempo per recuperare uno stato emotivo di apertura e curiosità da parte della classe.

Così come Leonardo ci aveva carismaticamente trascinati tutti nel suo magico mondo nei primi giorni di scuola, altrettanto magicamente ci trascinava in quel suo dissidio interiore. Sì, dissidio. Perché Leo era perfettamente consapevole dei suoi limiti; ma non riusciva a contenere le sue emozioni, neanche a filtrarle, oppure a smorzarle un po’.

Anche io vivevo un mio dissidio… multiplo, direi.

Ero combattuta tra abbracciare Leo e rimproverarlo, tra occuparmi di lui e della classe, tra farmi travolgere dal suo dramma e stargli accanto, in ascolto attivo, senza paura.

Anche io ero spaventata: da tutta quell’angoscia di Leo che non riuscivo a contenere e che mi macerava dentro anche quando ero lontana da lui, dall’ansia di fare qualche errore, dalla mia inesperienza, dal timore di non essere all’altezza, dalla responsabilità della classe che doveva “lavorare”.

Erano anni che studiavo l’Intelligenza emotiva e mettevo in pratica ciò che avevo imparato lavorando in classe con una forte attenzione alle emozioni dei bambini.

Ricordo ancora il giorno in cui Leo, dopo un tira e molla di “Lo voglio fare/Non riesco a farloooo!” urlato con pugni e schiaffi a se stesso, mi guardò dritto nell’anima e urlò a “qualcuno” che era dentro di me: “AIUTAMIII!”.

Fu uno schiaffo in pieno viso. Quello stesso pomeriggio, tornata a casa, dopo un pianto attraverso il quale mi liberai di dubbi e paure, decisi di iniziare a condurre laboratori di Intelligenza emotiva in classe. Con o senza il permesso dei genitori, del preside e dei colleghi. Lo avrei fatto a prescindere, perché sapevo che era l’unica soluzione.

La sera stessa progettai i laboratori per tutto l’anno. Avremmo affrontato tutte le competenze di Intelligenza emotiva: dal conoscere le emozioni, al “navigarle”, ad allenare l’empatia.

Se volevo che Leonardo provasse a gestire le sue emozioni, che i compagni iniziassero una relazione con lui… se volevo far lezione e non sentirmi provata emotivamente, dovevo mettermi in gioco e dovevamo imparare tutti, nessuno escluso, a fare i conti con le emozioni che provavamo e il modo in cui le tiravano fuori. TUTTI. Nessuno escluso.

Fu un viaggio lungo, duro, divertente, pesante e leggero allo stesso tempo, sorprendente, illuminante.

Leonardo imparò a scrivere e a leggere, coi suoi tempi, con i suoi modi… ma ci riuscì.

Ogni mattina aveva difficoltà ad entrare in classe: ci provavano i collaboratori scolastici, i docenti, genitori e parenti vari. Ma Leo restava sulla stessa mattonella, secco come un chiodo, pesante come un elefante.. ed era capace di farti restare 10 minuti a tirarlo, mentre ti distraeva e ti raccontava cose fantastiche, per cui ti ritrovavi seduto accanto a lui e ti dimenticavi pure perché ti ci eri avvicinato. Ma poi… arrivava un compagno/a che gli diceva “Dai Leo, entra in classe che comincia la lezione!” e lui, magicamente, si metteva sotto braccio del compagno di turno, saltellava ed entrava in classe come nulla fosse accaduto prima. Laddove gli adulti fallivano, l’amore dei compagni arrivava.

Da quell’anno, lontano circa 9 anni fa, non c’è settembre in cui non faccia il mio programma di laboratori di Intelligenza emotiva. A prescindere da genitori, colleghi, dirigenti… e dalla presenza di eventuali “Leo” in classe. L’Intelligenza emotiva fa parte del mio essere docente. Che piaccia o no. Non servono bambini “speciali” per strutturare programmi “speciali”. Tutti i bambini sono speciali e meritano programmi speciali.

Inutile condividere i risultati scolastici, l’impatto che l’allenamento dell’Intelligenza emotiva ha sull’arricchimento del lessico, sul miglioramento dell’atmosfera in classe, sulla gestione dei conflitti, sull’accelerazione dell’apprendimento. Credo che la storia di Leo possa essere un esempio stra-ordinario di come anche le imprese più difficili possano diventare ordinarie, usando le strategie giuste.

Galimberti, a tal proposito, dice: “La ricetta è assumere i docenti in base alla loro intelligenza emotiva, senza quella non si può insegnare”.

Emilia Andriella

EQ Facilitator, Assessor, Genio Positivo, maestra

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