Il documentario di “Ieri come oggi”

La conciliazione lavoro famiglia raccontata da Alessia Bottone

Qualche settimana fa è stato presentato il documentario Ieri come oggi. Regista e sceneggiatrice (di appena 33 anni) è Alessia Bottone.

Una narrazione che dura 50’ circa, con l’intento di dare spazio a mamme e papà, a nonni, imprenditori, assessori, associazioni locali e nazionali, sul tema tanto discusso della conciliazione lavoro famiglia.

Tante le voci che partecipano a questo dialogo, voci che percorrono la Penisola da Nord a Sud, dando di volta in volta spunti diversi sulla questione.

Si parla di cura dei genitori anziani e di figli con disabilità, si lascia spazio a considerazioni su desideri e bisogni delle famiglie moderne, si analizzano forme di lavoro flessibile, welfare aziendale e alcuni progetti di sostegno alla genitorialità.

Tante le domande e le problematiche che necessitano di una riflessione approfondita: dalla carenza di posti in asili pubblici ai costi di iscrizione elevati, dalla necessità di ripensare gli orari tenendo conto delle esigenze dei genitori all’innalzamento dell’età pensionabile e alle difficoltà derivate da possibili licenziamenti in seguito a gravidanze. Il tutto legato insieme da un filo rosso con il passato (reso possibile grazie a cinegiornali e documentari dell’epoca, messi a disposizione dalla Fondazione Aamod e montati da Francesca Stella), che riaffiora dopo ogni tema trattato, quasi a voler rilanciare un legame tra ieri e oggi, quasi a voler invitare a imparare dagli errori passati, quasi a voler “denunciare” ciò che si pretende di non vedere.

Un inno a tutelare la maternità come valore sociale. E forse anche qualcosa di più…

Abbiamo chiesto ad Alessia Bottone di raccontarci questo suo “lavoro”. Di seguito riportiamo l’intervista.

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FMV: Alessia, Ieri come oggi è uno invito a continuare a parlare di conciliazione lavoro famiglia. Come è nata questa idea?

AB: L’idea è nata l’anno scorso, dopo il mio primo documentario dedicato alle barriere architettoniche a Verona, un periodo in cui molte coetanee affrontavano problemi relativi alla maternità e a questo “mondo nuovo” con il quale venivano in contatto. Loro mi avevano consegnato un po’ di queste problematiche di “cambiamenti di vita” dopo l’esperienza della maternità, sul part time, sulla conciliazione lavoro famiglia… E allora mi sono detta: “Perché non dedicarsi proprio a questo tema?”. Così mi sono presentata da Fondazione Cattolica, che aveva partecipato alla realizzazione del mio primo documentario, proponendo di realizzare questo lavoro. Ed eccoci qua, dopo un anno.

 

FMV: Conciliazione per le donne, ma anche per gli uomini. Forse questo aspetto si nota poco dal documentario, ma è molto presente…

AB: Quello che stiamo cercando di spiegare, magari in maniera molto sottile, è che la conciliazione non è un tema solo al femminile. La cura, però, oggi pesa ancora sulle donne, perché sono le prime a preferire di avere un ruolo non stabile per potersi dedicare alla famiglia. Solo che questo genera problemi di dipendenza economica e ha un impatto notevole a livello pensionistico, con ripercussioni pesantissime tra 30-40 anni. Senza contare poi che il part time, che è una via di fuga, vale la metà a livello contributivo (ndr. questo vuol dire: stipendio dimezzato, meno indipendenza economica, contributi pensionistici ridotti). Il problema è che la precarietà diviene una scelta obbligata per la donna per riuscire a conciliare tutto. E lo stato preferisce pagare il sussidio di disoccupazione di una donna per uno o due anni, piuttosto che metterle a disposizione servizi che le consentano di continuare a lavorare. Senza contare che farla rientrare a lavoro, dopo due anni di assenza, è quasi un suicidio… basta pensare al passo dell’innovazione tecnologica.

Devo poi dire che è stato difficile riuscire ad arrivare a dei papà. Io avrei voluto più papà, ma poi alcuni dirigenti mi hanno spiegato dov’è l’intoppo: un papà part time, un papà flessibile, viene visto meno bene di una donna. Si tratta chiaramente di un problema culturale. È quasi “normale” che il sacrificio lo faccia la donna. Personalmente ho avuto un papà molto presente, forse più della mamma, e questo mi faceva dare per scontate tante cose che in realtà non lo sono. Sicuramente la mia era una situazione particolare, ma nel 2018 ci sono tanti papà che vorrebbero prendersi cura dei propri figli ed essere più presenti…

 

FMV: Una gran parte di Ieri come oggi è dedicata al ruolo dei nonni e al problema del calo demografico. Qual è stata la tua impressione su questi argomenti?

AB: Quando sono stata a Cremona, dove ho incontrato i “nonni” e questo progetto dello scambio intergenerazionale tra bambini e anziani (promosso dall’Auser provinciale della Provincia di Cremona), ho incontrato persone molto aperte e comprensive rispetto alle problematiche dei giovani. Soprattutto persone che si rendono conto di un problema di fondo che non è solo inerzia nel non voler fare un figlio o nel non volersi prendere responsabilità. Poi c’è anche questo “problema” delle baby sitter che ha un costo molto elevato (ndr. un tema, anche di “lavoro in nero”, di cui si dovrebbe parlare di più e sul quale il welfare aziendale con i vari voucher per baby sitting sta dando una grossa mano). I nonni entrano in gioco perché, non essendoci i servizi, sono il perno principale della famiglia. E sono i primi a rendersi conto di avere questo ruolo centrale. Così come si rendono anche conto che la loro età incide sulla disponibilità, senza considerare che si va in pensione sempre più tardi e quindi non è facile avere il nonno o la nonna a casa. Poi c’è il problema delle nascite: si attende sempre di più per avere figli, si attendono disponibilità economiche e maggiori sicurezze sul lavoro. E qualche volta la maternità viene considerata anche dalla stessa dipendente quasi come un tradimento nei confronti dell’azienda, il che ci può stare se ciò significa venirsi incontro reciprocamente, azienda e dipendente, ma non possiamo aspettare cinquant’anni per fare figli, se no non siamo più mamme, ma nonne…

 

FMV: Sulla cultura della conciliazione lavoro famiglia c’è ancora molta strada da fare. Ma vale la pena parlare anche di successi ogni tanto. Quali hai visto in questo lavoro?

AB: A me è piaciuto molto il progetto padovano di “Crescere insieme”, questo asilo e questa scuola materna che danno la possibilità ai genitori di tenere i bambini fino alle 20.00 di sera a costi anche molto condivisibili. Finalmente un servizio plasmato sui reali bisogni di una famiglia: orari e costi, appunto. Ho apprezzato anche molto l’idea della Marcolin Spa, nel bellunese, che ha portato avanti il progetto del maggiordomo in famiglia, un progetto che non risolve – è chiaro – il problema della conciliazione, però ha di certo aiutato, dando una grossa mano. Secondo me, così si crea un clima in cui il dipendente non è un numero e che aiuta a produrre di più e a stare bene in azienda, cosa che può portare solo a migliorare. Poi ovviamente mi è piaciuto molto il progetto dei nonni, che ho trovato molto istruttivo e utile, anche perché poi si vede che i bambini hanno voglia di stare con loro. E infine il progetto Casa di Ramia sulle donne migranti, che, lontane dalla loro rete familiare e bisognose di imparare l’italiano, si trovano in un centro dove possono portare i loro bambini e che può essere per loro un valido ausilio, anche psicologico, non indifferente.

 

FMV: Uno dei grandi meriti di questo documentario è far risaltare come al centro di ogni politica ci sia sempre la persona. Qual è il tuo pensiero in merito?

AB: Un bel messaggio questo, sì. Quello che volevo trasmettere è che abbiamo bisogno di politiche sociali e leggi, ma soprattutto di solidarietà e umanità, perché senza queste non abbiamo nulla. C’è una battuta che non sono riuscita a mettere nel documentario, perché avevamo già superato i 50’, e che mi faceva sorridere, della Consigliera di Parità della Provincia di Napoli che ad un certo punto diceva: “Il welfare è nato a Napoli”. Che è una battuta, certo, ma che ci ricorda la centralità della persona e del suo ruolo di lavoratore e non solo come numero.

 

FMV: Dopo Ieri come oggi, che cosa possiamo aspettarci da Alessia Bottone?

AB: Vorrei prendermi un momento di pausa (a maggio è uscito un altro mio documentario sulla disabilità visiva e gli stereotipi nel mondo del lavoro), perché è stato un anno molto impegnativo. In realtà sto lavorando ad un cortometraggio sulla ricerca delle proprie origini in relazione al tema delle migrazioni interne italiane (ndr. sono tra i finalisti del Premio Zavattini). L’idea è quindi di passare dal documentario al cortometraggio, ma con un attimo di pausa.

 

Il documentario Ieri come oggi, di Alessia Bottone

 

 

 

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