Un tavolo lunghissimo per conciliare famiglia e lavoro

Quando quattro anni fa mio marito ed io siamo venuti ad abitare nella casa in cui viviamo oggi, c’erano solo una bellissima veranda con vista sul porto (motivo per cui, dopo qualche secondo di visita e 34 denti poco strategicamente ben in vista, affermavo alla venditrice che sì, la prendevamo) e un lunghissimo tavolo di legno un po’ rovinato, preso da casa dei miei per riempire il salotto. Così pesante che ci sono volute 4 persone per portarlo su al quinto piano. Così lungo che mio marito pensava non lo avremmo mai sfruttato davvero. Bene, in questi giorni è diventato la nostra zattera. La piattaforma su cui si lavora, si gioca, si mangia, si balla, si disegna, si martella… sì, si martella (Leonardo, due anni compiuti in quarantena). Con buona pace di Maria Montessori, abbiamo sperimentato dopo i primi giorni un po’ spiazzanti di lavoro da remoto, che dovevamo concederci di essere più flessibili in merito a spazi e momenti.

Il tavolo di Sonia e della sua famiglia

Non chiamiamolo smart working. Almeno per noi non lo è. Io lo definirei conciliation working. Quel nuovo strano equilibrio che molte famiglie stanno cercando di trovare per non lasciare il passo alla nostalgia della normalità e alla frustrazione. Mentre cerchiamo di apparire impeccabili e produttivi come sempre, la vita ci chiede anche altro. Accudire un figlio o un parente, cucinare, rassettare la casa, occuparsi delle lavatrici di pigiami e vestiti comodi.

Ci abbiamo provato a simulare i compartimenti stagni che tenevano tutto in ordine prima. Ma non ci siamo riusciti e quando abbiamo capito che lo sforzo era inutile ci siamo sentiti meglio.

Mio marito, ordinato e metodico per natura, ha imparato a sopportare di avere pezzetti di pasta al sale sulla faccia mentre è in call e fa finta di rimanere serio (camicia e maglione su, pigiama con pinguino sotto, ma potremmo arrivare presto all’inversione se la situazione perdura), ha imparato che va bene se metà dei giocattoli sono sparsi per terra e il pavimento sembra un percorso ad ostacoli.

Io, irrimediabilmente disordinata e multi-tasker, ho capito che ci sono tempi e modi, che non tutto si può fare mentre provi a fare anche altro. Pian piano sto cogliendo i frutti dell’autodisciplinarmi nel senso opposto. Una cosa importante alla volta, anche se questo vuol dire svegliarsi la mattina prima che il resto della casa si attivi o finire dopo la sera. Non penso di essere più produttiva del solito in questi giorni, almeno non tutti i giorni, ma sto cercando di trovare dimensioni nuove di produttività.

Non credo a quelli che dicono che lo smartworking di questi giorni sia la cosa più bella che c’è. Non mi sto godendo un tempo lento. Ho giornate per certi versi molto più caotiche di prima, spesso mi sembrano tutte uguali e troppo brevi per contenere tutto. Tolgo un pigiama e ne metto un altro. Coi capelli sfatti.

Ma se di lati positivi si parla, io ci metto in mezzo questo. Non il pigiama in sé, ma l’entrare in empatia con i colleghi e anche con i propri superiori in maniera diversa. Vedere le loro case, il loro cane, i loro familiari. Il figlio che passa dietro la videocamera con la palla da basket, l’altro che urla dall’altra stanza perché gli si è bloccato il pc durante la lezione a distanza. Mio figlio che ormai riconosce le facce dei colleghi di papà e passa a fare cucù perché pensa sia un gioco.

Tutti siamo più rilassati rispetto al far trapelare il nostro mondo privato. Per scelta o per mancanza di scelta. Non riesco sinceramente ad immaginare altro modo in cui questa “normalizzazione” della sfera privata che irrompe in quella lavorativa sarebbe potuta avvenire.

E poi ci sono le nuove routine. Quelle impossibili nei ritmi del “prima”. Lasciare i biscotti in balcone perché più tardi verranno gli uccellini, fare le call quotidiane affacciata alla finestra di casa che dà su un fazzoletto di campagna dove sono tornati i conigli e fermarsi un attimo per prendere Leonardo e farglieli vedere. Abbeverare le piante insieme al piccolo giardiniere indelicato. Rassettare casa prima di cena (e solo prima di cena perché questa è una delle poche regole che ci siamo dati) facendo finta che sia un gioco per ottimizzare. Schedulare le videochiamate con la famiglia come si fa con quelle di lavoro per non perdere il filo con i nonni e inventare giochi ai quali possano partecipare anche loro a distanza.

Credo che nel mio lavoro sia importante imparare a dominare due diversi stati della mente. Quello lucido, operativo, attento, che serve quando ci sono analisi da fare o compiti già definiti in precedenza da portare avanti, e quello creativo, vagabondo, curioso e talvolta inconcludente, che io ritengo fondamentale per far arrivare alla mente le idee, gli spunti nuovi. Questo secondo, ho capito che riesco ad ottenerlo solo se non ci provo, se non ci penso. In questi giorni, i momenti in cui riesco a connettermi con questo stato per me fondamentale si sono moltiplicati.

Mentre gioco con mio figlio a ritagliare la scatola dei biscotti a forma di dinosauro, mentre rigiro distrattamente quello che bolle in pentola (e spesso lo brucio!).

Sono giornate “frullatore” come le definisco. Un mix di tutto, veloce, a volte così tanto che forse meglio così penso, perché ci pesa meno. Altre volte penso che invece non sia giusto aspettare solo che passi ma sia giusto assaporare il positivo e dare valore al negativo prima di lasciarlo andare. E spero che qualcosa ci rimanga da tutta questa storia. Una dimensione più umana e più flessibile di concepire le diverse sfere della vita come coesistenti, non solo oggi ma sempre.

Sonia

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