“Un posto in Italia” dove nasce l’impresa sociale

Dynamo, un progetto articolato

Spesso i numeri si sostituiscono alle parole: 4.328 in totale le persone – bambini e genitori – coinvolte nel 2015 nelle varie attività; 18 i diversi programmi; 174 gli occupati tra dipendenti e persone di staff stagionale; 649 i volontari che donano tempo, intelligenza e cuore. Dal 2007, anno di apertura, l’Associazione Dynamo Camp Onlus ha accolto oltre 7.000 bambini e ne ha coinvolti oltre 9.500 nelle attività di Terapia Ricreativa in Outreach in ospedali, case famiglia e a bordo del truck Dynamo Off Camp.

Ma di fronte a Dynamo Camp non possono bastare solo i numeri per raccontare un progetto che fa parte del SeriousFun Children’s Network di camp fondati nel 1988 da Paul Newman e attivi in tutto il mondo.

La Terapia Ricreativa in Italia nasce con Dynamo Camp, appositamente strutturato per ospitare gratuitamente per periodi di vacanza e svago bambini e ragazzi malati, in terapia o nel periodo di post ospedalizzazione. Dal 2010 Dynamo Camp porta i programmi di Terapia Ricreativa anche fuori dal Camp, grazie a Dynamo Outreach, che raggiunge bambini in ospedale, ospiti in case famiglia e bambini nella post ospedalizzazione o provenienti da strutture non ospedaliere in città di tutta Italia.

Oggi sono anche altri i progetti di Fondazione Dynamo – Dynamo Academy, Oasi Dynamo, Pro Dynamo – che rispondono a bisogni sociali e contribuiscono alla sostenibilità di Dynamo Camp.

Maria Serena Porcari è la vice Presidente dell’Associazione Dynamo Camp Onlus e il Consigliere Delegato di Fondazione Dynamo, una professionista che si dedica alle attività di Dynamo Camp con senso di apertura, spirito di innovazione, attenzione e dedicazione costante.

FMV le ha chiesto di raccontare le attività che caratterizzano Dynamo Camp. Di seguito riportiamo l’intervista.

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FMV: Ha lasciato le ricerche di mercato e di analisi finanziaria per dedicarsi al no profit. Una scelta sicuramente singolare. Se ci ripensa cosa la colpisce maggiormente di questa svolta della sua vita?

Sono passati un po’ di anni. Nel 2004 la motivazione era fondamentalmente professionale: mi aveva interessato il lavoro di start up necessario a quello stadio di progetto, da costruire, stimavo la persona con cui sarei andata a lavorare, un imprenditore, e consideravo interessante la possibilità di lavoro non in una grande impresa dove la responsabilità è divisa tra una serie di attori, ma secondo un modello imprenditoriale in cui si ha più possibilità di decisioni e di delega. Queste caratteristiche mi interessavano; oltretutto per il progetto del Camp in arrivo sapevo che avrei lavorato con gli Stati Uniti con cui avevo avuto tante esperienze di collaborazione professionale quando ero in IBM e che mi interessava proseguire. La sfida è stata quindi completamente professionale. Il lavoro aveva contenuti interessanti. Il fondatore e il progetto mi piacevano e questo mi ha portato a prendere questa decisione significativa.

 

FMV: Qual è secondo Lei il vero segreto di Dynamo Camp?

La realizzazione del progetto ha avuto successo anche oltre le nostre aspettative. Abbiamo avuto fortuna, ma anche capacità di realizzarlo nei tempi giusti e secondo le aspettative dei nostri donatori e soprattutto dei bambini e in modo organizzato e professionale. Senza spaventarci di ostacoli e necessità di interventi correttivi dove necessari. L’agilità e la velocità che siamo riusciti a tenere non l’avevo mai verificata nemmeno nel business e con i miei clienti di maggior successo. Se c’è una cosa che Dynamo ha creato come cultura è l’attenzione all’eccellenza, ma anche la velocità di cambiamento e di adattamento che ormai vedo radicata in tutte le persone che lavorano con noi. Il no profit inoltre ha un impatto occupazionale significativo. La riflessione che a me interessa oggi è che il no profit risponde ad un bisogno sociale in primis, e contemporaneamente ha un potenziale di impatto occupazionale importante. Questo aspetto no profit ci interessa in modo strategico.

E questa è senza dubbio una prima riflessione su 10 anni di lavoro sul Camp a cui aggiungo l’importanza delle imprese sociali. Ne abbiamo create 4, che, in stadi diversi di sviluppo, funzionano. Funzionano perché abbiamo costruito un buon marchio, portatore di una cultura che il cliente riconosce. Probabilmentele le abbiamo create nel momento giusto e in settori significativi, che di fatto stanno portando valore a tutto il sistema. Quindi non è più solo Dynamo Camp: Dynamo Camp è il cuore, ma intorno ci sono delle realtà che stanno diventando altrettanto importanti.

Il punto di forza di Dynamo è secondo me proprio la sua cultura. Importante sarà tramandarla e renderla sostenibile, e cruciale sarà continuare a lavorare con le persone giuste. Ci sono organizzazioni nel mondo dove le persone non vogliono andare via, dove le persone vogliono rimanere a lavorare perché il contenuto del lavoro è incredibile e questo accade spesso nel no profit. È anche bello che i ragazzi possano fare esperienze anche in altri ambiti. Ma ancor più bello che vogliano restare e crescere con noi.

 

FMV: Da un lato vi sostenete con investimenti privati e dall’altro grazie alla formazione dei volontari: la chiave per far spiccare il volo al Terzo settore anche in Italia può nascere da questa alleanza? E qual è il contributo che le aziende possono dare in tal senso?

Il tema è urgente. Venendo da una realtà industriale e di business do per scontato che questa relazione esista, quindi quando ho iniziato a lavorare a Dynamo non mi sono posta questo come un problema. Il fundrasing per Dynamo ha avuto una crescita costante. Siamo in un mercato molto competitivo – purtroppo – ed è possibile che attraiamo donazioni prima destinate ad altre associazioni; contemporaneamente però la gente dà di più. La combinazione di queste due cose fa aumentare la raccolta fondi di Dynamo, che è strutturata per aree di lavoro, ciascuna con obiettivi molto precisi: individui, corporate, major gift, in kind ed eventi. Anche il volontariato è cruciale nell’organizzazione del progetto. I volontari per Dynamo sono considerati come dei veri e propri dipendenti, dei colleghi, al pari dello staff permanente e dello staff stagionale, e come loro sono destinatari di formazione adeguata. Con la formazione da un lato abbiamo reso più omogeneo lo staff stagionale con i volontari, che chiaramente hanno compiti e responsabilità diverse (e uno è retribuito, l’altro no). Cercare di rendere omogenee queste due categorie è stato un obiettivo importante. E questo le persone lo capiscono, lo vivono e lo sentono come un elemento distintivo di Dynamo: si sentono coinvolte e sanno di poter contribuire al progetto, e questo cambia completamente l’impatto. E questo è un dato di fatto.

Nel caso di volontariato aziendale, con le aziende che si sono aperte nel tempo al no profit coinvolgendo i loro dipendenti, il no profit entra nel DNA dell’azienda. Se le persone lavorano con te e sono contente si innesta un circolo virtuoso che noi, grazie al coinvolgimento e alla formazione, siamo riusciti ad innestare.

Abbiamo la fortuna di avere una missione molto bella, che è un grande progetto, semplice e nello stesso tempo potente per l’impatto che ha sulla vita dei bambini e delle famiglie; e poi abbiamo avuto la fortuna di aprire le porte di questo nostro progetto. Non è così scontato che un ente no profit apra le porte ad un volontario di un’azienda e lo tratti alla pari. I programmi di volontariato in genere sono meno partecipativi. Da noi questo processo si è attivato subito, nel 2008 con Lilly in un programma di partership con le aziende, e da lì abbiamo costruito. Ed è il motivo per cui i nostri partner aziendali ci accompagnano negli anni. È un tema di cui ho fatto epserienza anche precedentemente in modo analogo anche in IBM, l’empowerment è il tema su cui gestire le relazioni. E noi qui a Dynamo lo stiamo vivendo allo stesso modo. Certo la caratteristica organizzativa di Dynamo Camp ci ha anche portato alla necessità di formare i volontari in modo specifico. Senza di loro il camp non ci sarebbe e non funzionerebbe. Naturalmente i volontari arrivano con il loro bagaglio di volontà e di altruismo, ma anche di egoismo e lo sforzo della formazione di Dynamo è partire da zero rispetto a questo bagaglio e far sì che il volontario dia attenzione unica ai bambini, comprendendo cosa significa supportare bambini e adolescenti con patologie gravi, e operino rispettando regole anche rigide all’interno delle quali muoversi per il bene dei bambini. È una sfida organizzativa interessante.

 

FMV: Se pensa ai bambini di Dynamo domani e al mondo del lavoro che dovranno affrontare, quali sono le sfide dell’impresa sociale che, a suo avviso, dobbiamo vincere per loro nell’attesa? E che progetti sta portando avanti Dynamo già da ora in merito?

Abbiamo iniziato nel 2010 con un programma per i bambini che hanno frequentato il nostro Camp e che hanno più di 17 anni, in cui si viene formati per diventare il futuro staff di Dynamo, il programma LIT (Leaders in Training). E quando succede questo l’efficacia è enorme, perché riesci a dare lavoro ad una persona che conosce più di qualunque altro la tua missione.

Poi ne abbiamo inaugurato un altro iniziato l’anno scorso, che svilupperemo in scala nel 2017, rivolto a ragazzi che grazie a Dynamo Camp scoprono attitudini, passioni riguardo al loro percorso professionale. Noi creiamo loro una rete preferenziale per identificare queste competenze: non garantiamo un lavoro, ma forniamo un punto di partenza e se possibile un periodo di stage con persone e in organizzazioni che conosciamo e con programmi che verifichiamo.

In questi progetti ci rivolgiamo a ragazzi che hanno più di 17 anni e che arrivano fino a circa i 25.

Abbiamo anche iniziato ultimamente un programma di inserimento scuola-lavoro e abbiamo già ricevuto tantissime richieste.

 

FMV: Perché oggi un giovane che si prepara ad entrare nel mondo del lavoro dovrebbe intraprendere la sfida del sociale?

Non credo i giovani vadano spinti ad una scelta così. Non ce n’è bisogno. La differenza con 10 anni fa è che oggi si tratta di una professione che si può intraprendere. Una volta possibile solo per chi poteva permettersela avendo anche altre fonti di reddito, ma adesso è una professione come le altre.

Oggi il no profit fa parte del mercato e se guardiamo l’indotto di assunzioni negli ultimi anni il più alto è stato proprio quello del Terzo settore.

Per noi era una scelta coraggiosa, adesso non è più così. Anche in Italia. Conosco cooperative sociali che sono delle vere e proprie multinazionali e che lavorano come loro.

 

FMV: Un pensiero da donna, moglie e madre sul suo impegno professionale fino a qui.

Per quanto riguarda la mia esperienza personale è un lavoro importante, impegnativo a livello di responsabilità e in cui sei operativo in modo costante. I lavori dipendono un po’ da come noi vogliamo impostare la nostra vita professionale. Se si vuole fare una famiglia e si vuole lavorare adesso si può. E questo vale nel profit come nel no profit, dipende dalle scelte personali. Sono un po’ critica su questo tema della diversity: chi vuole dedicarsi di più alla famiglia lo fa, chi vuole delegare di più l’educazione dei propri figli lo può fare altrettanto, e non c’è niente di male in questo. Il problema è che la scelta personale spesso non si sposa con il momento professionale in cui ci si trova: e qui è un po’ questione di fortuna. Ho verificato che ci sono alcune realtà no profit molto più avverse alla maternità o al work life balance del profit, perché nel profit ci sono livelli altissimi di welfare aziendale impressionanti.

Non è detto che il no profit sia il miglior posto in cui lavorare. Per questo è molto importante formare le donne sulla loro volontà di scegliere e di scegliere rispetto al momento e alla condizione in cui si trovano.

Il no profit non ha regole univoche. A Dynamo abbiamo un sistema di tutela e L’attenzione è garantita e non va negoziata. In questo la mia esperienza personale è stata ed è positiva in Dynamo, e così come lo era in IBM.

 

FMV: Il 2 ottobre, Open Day del Camp, si avvicina. Quali sono i progetti futuri che possiamo aspettarci da Dynamo Camp?

Sul fronte Camp presenteremo alcune novità sul progetto rivolto a ex camper che hanno tra i 17 e i 25 anni e alcune altre aree di attività, aumenteremo l’eccellenza di alcune attività e aggiungeremo attività nuove per i ragazzi.

Entriamo nel nostro 10° anno, e stiamo ripensando la raccolta fondi per la sostenibilità futura. Vogliamo focalizzarci su tutto il fronte delle imprese sociali Dynamo, il nostro fatturato oggi è di 7.000.000 di euro di cui 4.000.000 di Dynamo Camp e 3.000.000 delle altre imprese sociali che sono in un percorso di crescita e sviluppo: Dynamo Academy si sta specificando in Corporate Philanthropy, Oasy Dynamo nel campo della conservazione ambientale eagricoltura biodinamica, Pro Dynamo, società commerciale che rivende prodotti a marchio Dynamo, ha chiuso importanti accordi di canale con partner che venderanno i nostri prodotti a livello nazionale tutto l’anno.

La presentazione durante l’Open Day approfondirà anche queste aree di sviluppo.

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