Proponiamo un contributo del Prof. Stefano Zamagni all'interno del Salone della Corporate Social Responsibility e dell'innovazione sociale, svoltosi l'1 e il 2 ottobre 2013 presso l'Università Bocconi di Milano.Il 23 aprile 1955, Adriano Olivetti, in’occasione dell’apertura di un nuovo stabilimento dell’azienda, rivolge ai lavoratori di Pozzuoli un discorso, rimasto memorabile, nel corso del quale scandisce: «Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?... La fabbrica di Ivrea, pur agendo in un mezzo economico e accettandone le regole, ha rivolto i suoi fini e le sue maggiori preoccupazioni all’elevazione materiale, culturale, sociale del luogo ove fu chiamata ad operare, avviando quella regione verso un tipo di comunità nuova ove non sia più differenza sostanziale di fini fra i protagonisti delle sue umane vicende, della storia che si fa giorno per giorno per garantire ai figli di quella terra un avvenire, una vita più degna di essere vissuta» (Olivetti, 2012, pp.28-29; corsivo aggiunto).In una stagione nella quale ancora largamente accettata era l’idea positivistica secondo cui per la comprensione del mondo bastava la sola dinamica causa-effetto, Olivetti non esita a dichiarare che la domanda sul fine per cui qualcosa viene fatto (o è considerato buono) non può essere elusa dall’impresa che, come definirò tra breve, voglia considerarsi civilmente responsabile.È interessante porre a confronto le parole di Olivetti con quanto scrive David Hevesi sul New York Times del 5 settembre 2008, “Michael Hammer, Business Writer, Dies at 60”: «Sono triste e offeso per l’idea che le imprese esistono per arricchire i loro proprietari… Questo è il meno importante dei compiti che esse assolvono; esse sono assai più onorevoli e più importanti di ciò. Senza la vitale forza creativa dell’impresa, il nostro mondo sarebbe assai più povero di quanto lo sia».La percezione diffusa in ampi strati dell’opinione pubblica che il modello del turbocapitalismo finanziario ha ormai esaurito la sua spinta propulsiva costituisce una occasione preziosa per ripensare sia il ruolo dell’impresa nell’attuale fase storica sia, e più in generale, il modo di concettualizzare il senso, cioè la direzione, dell’ordine economico di mercato. L’impresa socialmente responsabile ha certamente conseguito traguardi importanti sul fronte della civilizzazione del mercato. Ma questi non bastano. Già oggi, e sempre più nel prossimo futuro, all’impresa si chiederà non solo di produrre ricchezza in modo socialmente accettabile, ma anche di concorrere, assieme allo Stato e alla società civile organizzata, a ridisegnare l’assetto economico-istituzionale ereditato dal recente passato. Non si tratta più, infatti, di accontentarsi del rispetto da parte dell’impresa di regole del gioco “date” da altri – le istituzioni economiche altro non sono nella sostanza che le regole del gioco economico. Si pensi alle regole del mercato del lavoro, del sistema bancario, alla struttura del sistema fiscale, alle caratteristiche del modello di welfare, e così via. Quel che in più si richiede è che l’impresa, proprio in quanto giocatore, e membro influente del club del mercato, accetti di contribuire a riscrivere tutte quelle regole che fossero diventate obsolete oppure non capaci di assicurare la sostenibilità dello sviluppo umano integrale.Nel loro recente saggio, Acemoglu e Robinson (2012) opportunamente distinguono tra istituzioni economiche estrattive e inclusive. Le prime sono quelle regole del gioco che favoriscono la trasformazione del valore aggiunto creato dall’attività produttiva in rendita parassitaria oppure che spingono l’allocazione delle risorse verso le molteplici forme della speculazione finanziaria. Le seconde, al contrario, sono quelle istituzioni che tendono a facilitare l’inclusione nel processo produttivo di tutte le risorse, soprattutto di lavoro, assicurando il rispetto dei diritti umani fondamentali e la riduzione delle disuguaglianze sociali. Sulla scorta di un robusto apparato sia teorico sia storico-empirico, i due autori mostrano come il declino – fino al collasso – di una nozione inizia nel momento in cui le istituzioni estrattive prevalgono, fino a soffocarle, sulle istituzioni inclusive.Ebbene, l’impresa civilmente responsabile è quella che si adopera, con gli strumenti a sua disposizione, per accelerare il passaggio da un assetto istituzionale estrattivo ad uno di tipo inclusivo. Ciò significa che non è più sufficiente, come invece è il caso con la nozione di responsabilità sociale, che l’impresa sia disposta a vincolare il raggiungimento del suo obiettivo al soddisfacimento di alcune condizioni, prima fra tutte quella che impone di tener conto delle esigenze e della identità di tutte le classi di stakeholder.Quel che la nozione di responsabilità civile in più chiede è che il fine stesso dell’agire economico muti nel senso di tendere alla democratizzazione del mercato. Laddove l’impresa socialmente responsabile è quella che mira ad attuare la democratizzazione della propria governance – ad attuare cioè il c.d. democratic stakeholding – l’impresa civilmente responsabile si assegna in aggiunta l’obiettivo di concorrere a rendere democratico l’ordine di mercato.La sfida che l’approccio della responsabilità civile dell’impresa (RCI) oggi cerca di raccogliere è quella di mirare alla democratizzazione del mercato.Fenomeni di portata epocale come globalizzazione e rivoluzione delle nuove tecnologie tendono a generare crescenti asimmetrie di potere, mettendo così a repentaglio l’orizzontalità dei rapporti intersoggettivi. Ora, in una stagione come l’attuale, in cui il contratto è diventato il principale strumento di innovazione giuridica, una nuova fonte di diritto e non più una mera applicazione del diritto, l’impresa civilmente responsabile è quella che comprende che il mero rispetto di regole contrattuali che non discendano da un’autentica poliarchia, cioè a dire che non siano il risultato di un processo negoziale tra tipologie diverse di impresa, non è sufficiente ad assicurare la sostenibilità sociale ed etica del sistema di mercato. È agevole darsene conto solo che si pensi che da oltre un quarto di secolo, il luogo principe del potere è nel mercato e dunque assai difficilmente la politica, da sola, può riuscire oggi a controllare e a dare una direzione al processo economico. Le vicende che hanno accompagnato la crisi economico-finanziaria del 2007- 08 sono la più eloquente conferma di questa autentica novità. Si pensi, per fare un solo esempio, al fenomeno del “too big to fail”: vi sono banche e imprese talmente grandi che non possono fallire. Come a dire che vi sono oggi soggetti economici grandi e potenti abbastanza da essere in grado di esercitare un vero e proprio ricatto nei confronti dei governi nazionali perseverando nell’azzardo morale (moral hazard). Ecco perché non è prudente, né saggio, continuare a credere alla “vecchia” idea di un mercato come spazio di amoralità e di una politica democratica come forza capace di tenerlo sotto controllo e di imprimergli un orientamento. Se non è il mercato stesso a democratizzarsi sarà difficile garantire in futuro un ordine sociale dove la libertà non è solo libertà di scelta, ma soprattutto libertà di poter scegliere (cioè capacità di scelta).In definitiva, si tratta di ripensare, in chiave generativa, il ruolo dell’imprenditore nel nuovo contesto economico che si è venuto a configurare al seguito dei fenomeni della globalizzazione e della terza rivoluzione industriale. È ormai acquisito che l’azione economica, oggi, non può essere riduttivamente concepita nei termini di tutto ciò che vale ad aumentare il prodotto sperando che ciò possa bastare ad assicurare la convivenza sociale; piuttosto, essa deve mirare alla vita in comune. Come Aristotele aveva ben compreso, la vita in comune è cosa ben diversa dalla mera comunanza, la quale riguarda anche gli animali al pascolo. In questo, infatti, ciascun animale mangia per proprio conto e cerca, se gli riesce, di sottrarre cibo gli altri. Nella società degli umani, invece, il bene di ciascuno può essere raggiunto solo con l’opera di tutti. E soprattutto, il bene di ciascuno non può essere fruito se non lo è anche dagli altri.Oggi sappiamo che per assicurare la sostenibilità di una vitale economia di mercato c’è bisogno di una continua immissione di valori dall’esterno del mercato stesso, proprio come suggerisce – su un altro fronte – il paradosso di Böckenforde secondo cui lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che esso medesimo non può garantire. Il cuore del paradosso sta in ciò che lo Stato liberale può esistere solo se la libertà che esso promette ai suoi cittadini, viene regolata dalla costituzione morale dei singoli e da strutture sociali ispirate al bene comune. Se invece lo Stato liberale tenta di imporre quella regolazione, esso rinuncia al proprio essere liberale, finendo con ricadere in quella stessa istanza di totalismo da cui afferma di emanciparsi. Mutatis mutandis, lo stesso discorso vale per il mercato. L’economia di mercato postula bensì l’eguaglianza tra coloro che vi prendono parte, ma genera expost diseguaglianza di risultati. E quando l’eguaglianza nell’essere diverge troppo e troppo a lungo dall’eguaglianza nell’avere, è la ragion stessa del mercato ad essere messa in dubbio. Ebbene, operare affinché l’economia di mercato torni ad essere civile – come lo fu, ma per troppo breve tempo, ai suoi albori – è la grande sfida di civiltà che l’impresa di oggi deve saper accogliere dotandosi di una dose massiccia di coraggio e di intelligenza.



