Se il lavoro non basta

La povertà come compagna strutturale della ricchezza e del progresso e i “nuovi poveri”. Scorci europei negli anni della crisi in un libro di Chiara Saraceno pubblicato da Feltrinelli.

Recensione a Il lavoro non basta. La povertà in Europa negli anni della crisi, Feltrinelli, Milano 2015, pp. 144

 

Ecco il dibattito tra Mafalda e Susanita, in una vignetta che forse può introdurci alla lettura di questo libro. Mafalda: «Mi fa una pena enorme vedere i poveri. A te no?». Susanita: «Ah, io non ho niente contro i poveri. Tutt’altro. Te lo posso giurare. Credo che abbiano bisogno di aiuto e comprensione. E ti dirò di più. Sono convinta che la stragrande maggioranza della povera gente non lo fa per cattiveria». Mafalda: «Ma come per cattiveria, Susanita? Bisognerebbe dare pane, alloggio, protezione e benessere ai poveri…». Susanita: «Ma perché tante cose: basterebbe nasconderli».

 

Povertà visibile e povertà invisibile: si apre con questo scenario l’analisi di Chiara Saraceno in tema di povertà. I tempi sono cambiati, dagli anni Cinquanta ad oggi, e il nostro Paese si trova a lottare contro una povertà che non si vede sempre, ma c’è. E anzi condiziona tutta la nostra esistenza.

È possibile oggi tentare di rispondere alla richiesta che Mafalda più volte fa alla sua mamma: «Perché ci sono i poveri?». Chiara Saraceno tenta di dare la sua risposta a questo quesito, con un’analisi che ripercorre gli anni della crisi e lo fa considerando i vari tipi di povertà: alimentare, abitativa, lavorativa, reddituale. La povertà di cui parla la Saraceno non è frutto solo della crisi, ma è un fenomeno strutturale al quale chi ha vissuto il Dopoguerra si era un po’ disabituato.

È interessante anche la relazione tra povertà e rottura familiare: due abitazioni, due bollette per luce e gas, due riscaldamenti, diminuite economie di scala, perdita di molto lavoro gratuito della ex moglie. Povertà, in tal senso, è povertà dei legami di coppia, della dimensione della famiglia, del numero dei figli e dell’invecchiamento per via di sistemi pensionistici generalizzati. Ecco perché ricchezza e progresso si accompagnano strutturalmente alla povertà.

Ma chi sono i poveri di oggi? Sono collettività, ma anche individui: nel primo caso svelano disparità che riguardano rapporti tra sistemi sociali, economici e politici; nel secondo, mostrano disuguaglianze tra persone e gruppi all’interno di un medesimo spazio geografico, politico e sociale. In entrambi i casi non è solo un problema di reddito, ma anche di valutazione diretta della propria condizione. Ecco perché per varie ragioni è possibile definire differenze anche di genere in tema di povertà: le donne, ad esempio, sono più povere degli uomini, perché sono più spesso inattive, anche se occupate, con contratti atipici, pagate meno e con pensioni inferiori.

È il paradosso della povertà in tema di lavoro: ci sono, infatti, poveri di lavoro, poveri da lavoro e lavoratori poveri. Anche e soprattutto da questi ultimi nasce la necessità del supporto di un mix di politiche, del lavoro, fiscali, di sostegno al reddito e di servizi di conciliazione lavoro famiglia, che possano favorire l’occupazione femminile.

Il tema centrale in cui la riflessione della Saraceno sulla povertà raggiunge il suo culmine è sull’esistenza di un ruolo bifronte della famiglia, in tema di lavoro, non lavoro e povertà. Si tratta di un ruolo di protezione e causa al tempo stesso e questo mette in campo tutta una serie di riflessioni sui rapporti intergenerazionali che non vanno trascurate. Il tema della povertà dei minori, per esempio – che viaggia tra assuefazione e censura – è un problema in aumento in molti paesi europei; e anche in questo caso, non è solo di una povertà da reddito che si discute, ma che ha conseguenze profonde sul benessere-malessere dei bambini prima e dei giovano poi, nonché delle loro relazioni con i coetanei.

L’ultima parte del libro si focalizza sulla situazione in Italia, con un’accusa chiara da parte della Saraceno sul fatto che nel nostro Paese il problema della povertà non è stato mai affrontato veramente. Per quarant’anni, più o meno dal Primo rapporto sulla miseria degli anni Cinquanta, la povertà si è concentrata territorialmente: nel Mezzogiorno d’Italia, dove le famiglie con tre o più componenti erano in genere povere e le persone sole o le coppie stavano decisamente meglio; nel periodo della crisi, in cui c’è stato un peggioramento delle condizioni sociali e i rischi per i giovani sono aumentati, specie con la perdita di occupazione e con la presenza di un solo genitore.

A distanza di anni, oggi, nell’agenda politica non c’è un’attenzione reale per questi temi.

È chiaro che senza ripresa dell’occupazione sarà difficile ridurre la povertà e che investire in questa crescita è necessario, anche se non sufficiente. Per contrastare la povertà servono, però, chiare politiche dell’occupazione e prima ancora della formazione, misure di sostegno al costo dei figli – universali e in carenza di risorse, mirate alle famiglie con basso reddito, ma anche scevre da distinzioni categoriali.

Questo squilibrio delle ricchezze non è solo un problema dell’Italia, ma nel nostro Paese si acuisce perché abbiamo maggiori difficoltà di uscire dalla crisi, nonché un sistema di protezione sociale ancora imperfetto e squilibrato che non tiene conto del diritto alla sussistenza dei suoi cittadini e di tutti coloro che vi risiedono legalmente.

Di queste pagine colpisce la chiarezza espositiva e l’apertura verso grandi temi che non si esauriscono nell’indagine sociologica, ma mettono insieme discipline diverse, che devono dialogare tra loro per fornire contributi necessari alla lettura della realtà e alla risoluzione dei suoi problemi.

La povertà ci riguarda perché spesso il lavoro, se anche c’è, non basta.

di Sonia Vazzano

 

Contest Fotografico
Share This