Per una rivoluzione della paternità

Istinto paterno e problema culturale

Maurizio Quilici di professione fa il giornalista, ma si è laureato in Giurisprudenza con una tesi sugli effetti della deprivazione paterna. L’attenzione al tema della paternità è al centro di tutto il suo percorso formativo; fra le sue principali pubblicazioni sull’argomento ricordiamo Il padre ombra (Giardini, 1988), Onora il padre e la madre (Bompiani, 2001), Storia della paternità (Fazi Editore, 2010), Manuale del papà separato (Datanews, 2012), Grandi uomini, piccoli padri (Fazi Editore, 2015).

Nel 1988 ha fondato l’Istituto di Studi sulla Paternità di cui è attualmente presidente.

FMV lo ha incontrato per raccogliere da lui una descrizione delle caratteristiche più importanti della paternità oggi. Di seguito riportiamo l’intervista.

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FMV: Lei spesso parla di “rivoluzione paterna”. Che cosa intende con questo termine? E quali sono, a suo avviso, le caratteristiche più importanti della paternità oggi?

MQ: Rispetto a trent’anni fa non c’è paragone sulla centralità assunta nel dibattito contemporaneo in merito al tema della paternità. E anche questa è una “rivoluzione paterna”. Quando preparavo la mia tesi di laurea non esisteva quasi nulla in Italia sull’argomento e quando nacque l’Istituto di Studi sulla Paternità, nel 1988, la notizia fece scalpore. Oggi i tempi sono cambiati e di paternità si parla molto e questa evoluzione mi sembra significativa, anche se ancora, in rapporto all’importanza del tema e alle criticità sull’argomento, di passi avanti da fare ce ne sono tanti rispetto a quelli già fatti.

Uno degli aspetti che mi sta molto a cuore è la contrapposizione che c’è tra nuova paternità – evoluzione del padre, disponibilità, empatia – e lo stereotipo che al momento della separazione e dell’affidamento dei figli vuole che i figli comunque vadano alla madre. Soprattutto in Italia, ma non solo, quando si parla di figli solo la madre sembra essere veramente importante e necessaria, mentre si pensa al padre come a colui che lavora, che deve guadagnare e impegnarsi per creare un’atmosfera piacevole in casa. Queste sono le funzioni che ancora oggi vengono ritenute “paterne”, ma numerosi studi e ricerche sull’argomento hanno dimostrato che il padre è anche molto di più.

 

FMV: In genere si parla di istinto materno; ma lei si riferisce spesso ad un “istinto paterno”. Che cosa intende con questo termine?

MQ: Io credo profondamente che si possa parlare di istinto paterno così come di istinto materno; certamente in modo diverso, perché le diversità sono ovvie. La maternità ad esempio è un fatto profondamente fisiologico, morfologico, biologico – basta pensare alla gravidanza e al parto. Ed è evidente che il rapporto madre-figlio si leghi a un istinto naturale, primordiale, a qualcosa di profondamente fisico. Il rapporto con il padre è sicuramente un rapporto mediato, culturale, sociale, ma questo, a mio avviso, non significa che il maschio non abbia un istinto alla paternità, che non è solo la propagazione della specie come nel regno animale. L’istinto paterno è un istinto alla protezione, alla tutela, alla guida: che poi in alcuni padri non si esprima o che per secoli non abbia avuto modo di esprimersi questo non vuol dire che non esista in quanto tale.

 

FMV: Cosa rende peculiare il rapporto tra padre e madre? Cosa li accomuna e cosa li distingue?

MQ: Questa domanda apre un capitolo enorme su una serie infinita di meccanismi delicati e importanti, che riportano alla necessità che ci sarebbe nel nostro Paese di una cultura della genitorialità e di una formazione alla coppia. Molte coppie non hanno la più pallida idea delle dinamiche che si attivano quando si diventa genitori e questo apre a una serie infinita di problematiche: per esempio, sul senso di possesso della madre che tende a creare un rapporto diadico con il neonato escludendo la figura del padre; e sulla nuova posizione del padre, che non è più così distante dal figlio, perché sente il bisogno di un rapporto di empatia e vicinanza fin dalla nascita. A questo proposito non dobbiamo dimenticare che il 92% dei padri in Italia assiste al parto e molti di loro partecipano ai corsi preparto: anche questa è rivoluzione paterna e segno di una peculiarità del padre come della madre.

Al desiderio del padre di essere presente si contrappone poi il senso di possesso della madre che vive le sue attenzioni come intromissioni; e nel frattempo il padre si sente escluso e abbandonato come “terzo”, senza capire bene perché ciò avvenga e in questi casi spesso ricorre alla fuga (in senso psicologico) o si butta a capofitto nel lavoro. E poi c’è anche l’altro risvolto della medaglia: alcuni padri oggi esagerano nell’essere presenti, nella volontà di decidere troppo, nel loro essere esageratamente intrusivi.

 

FMV: Oltre ad essere un giornalista e uno scrittore, è anche presidente dell’Istituto di Studi sulla Paternità: che iniziative state portando avanti in questo momento?

MQ: La prossima iniziativa dell’Istituto è quella di un corso di formazione alla paternità su nuovi e futuri padri. Molti uomini sentono il bisogno di una maggiore consapevolezza della propria paternità e il desiderio di imparare di più di ciò che sanno già. Il nostro corso sarà multidisciplinare, perché sono previsti interventi di vari specialisti e professionisti di settore: psicologi, avvocati, sociologi, pediatri.

Di recente abbiamo anche firmato un accordo di collaborazione con il Dipartimento di Scienze dell’educazione dell’Università Roma Tre. E proprio in questi giorni stiamo discutendo dell’ipotesi di stilare annualmente un rapporto sulla paternità, perché in Italia, a differenza di altri paesi, non esiste un rapporto di questo tipo. Ci sono stati degli stralci dell’Eurispes, a cui anche noi abbiamo collaborato, ma al momento non esiste nulla di sistematico. Magari, anche con il sostegno di Roma Tre, riusciremo a centrare questo obiettivo.

 

FMV: Quali sono, secondo lei, i padri del futuro? E quale sarà il futuro del modo di intendere la paternità?

MQ: Difficile sapere con certezza come si evolverà la figura del padre. Sono però convinto di una cosa: i padri non torneranno indietro. Questa rivoluzione paterna, che è cominciata cinquanta anni fa, non credo avrà un’involuzione: dopo una scoperta generazionale e storica, come questa, dell’importanza, della bellezza e della ricchezza della paternità, non è più possibile tornare indietro.

I sui padri del futuro, che posso solo idealmente immaginare, auspico siano autorevoli, ma non autoritari. E che abbandonino definitivamente lo stereotipo del padre padrone, del padre assente, del padre ombra, per stare vicini da subito ai propri figli. Questo non vuol dire chiedere loro di abdicare al dovere di essere padri, che è notoriamente quello di dare la regola, di porre dei limiti, di insegnare il contenimento e il differimento. E anzi oggi molti di loro diventano “mammi” e non sono più in grado di dare questa direttiva ai figli. Al contrario dovrebbero imparare a essere dolci, affettuosi ed empatici, senza essere sdolcinati, con una sorta di equilibrio fra le caratteristiche del “vecchio padre” – che ha fatto il suo tempo, che non esiste più e non dovrebbe esistere più – e il “nuovo padre”, che a volte compie degli eccessi, ma forse anche perché vive pienamente una grande rivoluzione sociale.

 

FMV: È sicuramente difficile essere padri, tanto più oggi, così come essere madri del resto. Ma abbiamo ancora bisogno della figura del padre?

MQ: Certamente sì. Perché il padre nell’ordine naturale delle cose, del genere umano è il 50% rispetto alla madre. Un 50% che fino ad oggi è stato molto trascurato, perché la maternità ha evidentemente un impatto ben diverso. Negli ultimi decenni, studi e ricerche hanno dimostrato che la fondamentale funzione del padre è soprattutto quella di “esserci”, cioè di essere quel 50%. Se il padre non ci fosse, la madre occuperebbe il 100% e psicologia e psicanalisi ci insegnano quanto possa essere deleterio un rapporto così totalizzante. Quindi il primo compito del padre – come diceva Donald Winnicott, anche se egli lo intendeva in senso riduttivo – è quello di esistere, è quello di essere lì a fermare la madre a quel 50%, cioè ad aiutarla a tagliare quel cordone ombelicale che altrimenti rischierebbe di diventare patologico. E questa già mi pare una funzione fondamentale.

Poi la figura del padre ha degli elementi naturali che non sono prescindibili. Il padre che pone il limite, che dà la regola, ha anche una maggiore rilevanza fisica, forza, imponenza, massa muscolare, tono di voce e la natura stessa gli ha dato questo compito. Oggi i ruoli sono intercambiabili e molto elastici, però questa funzione del padre credo permanga ancora. Se non ci fosse il padre, ci sarebbe una fusione pericolosa tra madre e figlio e questo è il dramma frequente delle separazioni e degli affidamenti, quando le madri – che nel momento della separazione sono certamente le figure più forti e non le più deboli – tentano, e a volte ci riescono, di cancellare la figura del padre per rancori e risentimenti che fanno capo alla coppia e che spesso non tengono conto dei figli, bisognosi allo stesso tempo di un padre e di una madre.

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