Prospettive umane dell’Industria 4.0

Tra Bio-Medicina e Tecnologia

Marta Bertolaso è Professore Associato di Filosofia della Scienza presso la Facoltà di Ingegneria e l’Istituto di Filosofia dell’Agire Scientifico e Tecnologico dell’Università Campus Bio-Medico di Roma. I suoi progetti di ricerca si concentrano sulle attuali sfide epistemologiche e filosofiche nell’ambito della biologia, della bio-medicina, della medicina in silico e dei processi di modellizzazione e validazione mediante le nuove tecnologie applicate al vivente.

FMV l’ha intervistata sul rapporto tra tecnologia e umanità. Di seguito riportiamo l’intervista.

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Di fronte all’innovazione tecnologica, che sembra guidare lo sviluppo della produzione e del lavoro intellettuale, siamo davvero di fronte alla sostituzione del lavoro umano con il lavoro delle macchine?

L’industria 4.0, l’Internet of Things (IoT), la biorobotica, e tutti gli attuali orizzonti, sembra vogliano sostituire il lavoro umano con il lavoro delle macchine. Anche la scienza oggi si chiede se resterà umana… Domande come questa sorgono da un’automatizzazione di molti aspetti del lavoro scientifico: non solo l’esecuzione di procedure ripetitive, ma anche l’analisi di masse gigantesche di dati (i famosi “big data”) sui quali non è più neanche concepibile un intervento umano. Il risultato è che i computer intervengono, da protagonisti, anche in attività da sempre considerate essenzialmente umane, come la formulazione di ipotesi e teorie e la loro convalida.

Non soltanto le macchine raccolgono e analizzano dati: esse costruiscono gli osservabili stessi su cui gli scienziati poi lavorano, in una sorta di mondo di secondo livello mediato dalle macchine.

I rischi messi in luce da alcuni scienziati sono tanti, uno su tutti l’impossibilità di verificare l’intera produzione di dati, ipotesi e teorie generate. Ma sono proprio questi stessi scienziati a pensare che il “fattore umano” debba rimanere al centro della scienza, perché è l’unico in grado di comprendere ed elaborare criticamente il senso delle domande e delle risposte che la scienza elabora.

È innegabile che tanto del “fare” umano rimanga oggi delegato alle macchine. Quindi – per arrivare alla domanda – a mio modo di vedere la scomparsa o la cessazione di un “fare” non coincide con la perdita di lavoro umano. Oggi noi usciamo – anzi, siamo già usciti da tempo – da un’epoca figlia della Rivoluzione Industriale dominata dal “poter fare”. Siamo già oltre questo, siamo in un’epoca in cui il potere è quello del “controllo sul fare”. E spunti di riflessione come questi sono già presenti, nel 1954, nell’analisi di Romano Guardini e nel suo libro La fine dell’epoca moderna. Il Potere.

 

Alla luce di questo panorama, qual è il senso del lavoro oggi? Quale la sua vera essenza?

Il lavoro dell’uomo si sta sempre più allontanando da un paradigma funzionalista: la produzione appartiene alle macchine, il potere tende a collocarsi nelle mani di coloro che le macchine le costruiscono e le controllano. È ancora presente una dimensione del “fare”, ma il lavoro umano non si esaurisce in esso. La creatività e l’innovazione che emergono attraverso il “fare” appartengono ad un’altra dimensione dell’uomo che è quella del suo “stare nel mondo”, “essere qualcuno” all’interno di esso. Bisogna tornare a valorizzare la matrice più umana del lavoro, che se spesso si realizza attraverso un “fare” nasce dal suo “essere in relazione”.

La forma più radicale di lavoro umano, la vera essenza di ciò che è il lavoro dell’uomo, è, a mio parere, la dimensione di cura. La cura è originaria: da sempre l’uomo si prende cura in moltissimi modi, ad esempio dando nome alle cose, estraendole e rimettendole in relazione attraverso parole che esprimono concetti o inventando strumenti per facilitare la vita propria e altrui. Questa è la dinamica che prosegue in ogni tipo di lavoro umano, anche in presenza di una predominanza del “fare”. Ciò che rende umano quel fare è la dimensione della cura, che non è tanto la dinamica del produrre, piuttosto quella di creare condizioni di possibilità di vita condivisa, di realizzazione personale e collettiva, di libertà, dove le cose possono essere godute e inventate in modo umano. Così ogni “fare” diventa lavoro quando l’uomo, facendo, si prende cura, si interroga, sta in relazione, fa cultura.

 

Se non vede contrasto tra tecnologia e umanità, tra il “fare” delle macchine e il lavoro umano, come va ripensata la differenza tra naturale e artificiale?

In un paradigma di ecologia umana, artificiale è ciò che è funzionale, naturale è ciò che si rivela capace di generatività propria e di novità. Il naturale può dare qualcosa che non aveva, si adatta e riconfigura il mondo intorno a sé; in tal modo cambia davvero, nel profondo. L’artificiale invece continua a fare quello per cui è stato programmato, costruito. Per questo preferisco parlare di dimensione naturale e di dimensione artificiale. Oggi vediamo che una dimensione artificiale coinvolge sempre più anche gli esseri viventi. L’obiettivo dell’artificiale è l’autonomia funzionale: in questo paradigma funzionalista non rientra ciò che appartiene alla dimensione naturale del creato. Quando ci chiediamo “quale uomo costruire” mediante le nuove possibilità tecnologiche, la domanda (anche etica) è mal posta, semplicemente perché l’uomo non si costruisce. Preferisco pensare di scommettere sull’uomo. Come? Condividendo e proteggendo le condizioni di possibilità di crescita e sviluppo, di esistenza. Ancora una volta, la cura.

 

Come si traduce questo nella pratica scientifica? Ha senso parlare oggi di una filosofia della scienza e della tecnologia?

La ricerca scientifica è un atto umano che comporta metodologia, creatività e interpretazione, ma anche orientamento a un fine specifico personale e sociale, come la conoscenza, la possibilità di risolvere problemi o conflitti, il miglioramento delle condizioni di vita. Parliamo di filosofia dell’agire scientifico nella misura in cui l’attività scientifica è focalizzata sul soggetto del sapere – personale e collettivo – e sull’attenzione alla singola persona che ne beneficia: la persona del ricercatore, del clinico, del tecnologo, nella ricchezza delle dimensioni personali e professionali. In un mondo dominato dalla tecnologia, le scienze umanistiche diventano antidoto alla povertà culturale e mediatica che ne deriva. Certo che esiste una filosofia dell’agire scientifico: la vera sfida è renderla capace di esprimersi in modo credibile, attuale e aperto ad un confronto che non conosca paure.

 

Si parla molto di ecologia, ambiente, sostenibilità. Nella sua prospettiva scientifica, come dovremmo interpretare questi termini?

Quanto detto del lavoro e della cura si collega molto alla nozione di casa, di home, di Oikos, e infine di ecologia, temi che finalmente stanno raggiungendo l’attenzione che meritano nella società, nella politica, nell’economia e nella scienza. Cura non significa imposizione o sostituzione, bensì capacità di costruire insieme; porta con sé l’idea della costruzione di luoghi, di “case”. Nella prospettiva della cura si comprendono in modo nuovo anche concetti centrali come sostenibilità e libertà. Sostenibilità significa garantire possibilità di continua crescita, non sterilizzare le condizioni di fecondità dell’uomo, fecondità culturale, intellettuale, fisica, biologica, sociale, artistica… È questa la grande sfida della sostenibilità, una capacità di rinnovamento che deve venire dal basso.

La libertà rimane sempre la sfida educativa più bella e importante: per costruire ulteriori spazi di libertà e possibilità, dove la cura è dimensione essenziale dell’uomo. Libertà e responsabilità, sorelle gemelle, appartengono in modo proprio a qualsiasi lavoro che possa dirsi autenticamente umano. Ma la libertà è sempre in dialogo, è aperta per definizione e mai autoreferenziale.

 

Il rischio di una visione di questo tipo può essere anche una certa alienazione?

Certi processi di “personalizzazione” (si pensi all’uso delle tecnologie di informazione e comunicazione per cui siamo tutti presenti, ma tutti soli su Google, sempre identificabili e localizzabili mediante iPhone e tablet) portano sempre con sé il rischio di alienazione; potremmo dire – ancora con il linguaggio di Guardini – di “estraneità”. Questo rende evidente come la personalizzazione sia in realtà anch’essa legata alla modernità e al paradigma delle macchine.

Guardini ci dice che “Il concetto di estraneità ha molti livelli. Esso abbraccia da un lato il fatto che l’uomo non comprende e non domina ancora la natura. Ed inoltre un fatto più profondo che viene dalla Rivelazione e cioè l’estraneità che viene dalla colpa. Significa che la natura resiste all’uomo; o meglio che l’uomo affronta la natura con delle pretese che stanno in contraddizione con l’essenza di ciò che è creato. Ciò che è creato si pone perciò di traverso e contrasta la volontà umana”. La paura che emerge tra entrambi i fenomeni di estraneità crea un singolare paradosso: pur nell’evidenza dei nostri limiti (conoscitivi e di controllo) nei confronti della natura, l’uomo contemporaneo preferisce confrontarsi con un orizzonte di manipolazione ed enhancement, persino della propria natura, che si identifica con una rinuncia ad esso.

Sintomi di questa seconda opzione si intravvedono nella ricerca di ciò che è “bio”, più naturale e quindi plausibilmente più sano. In realtà è proprio quella paura, a mio parere, che sta facendo optare per il paradigma transumanista: meglio essere schiavi delle macchine che godere di una libertà incerta.

 

Le tecnologie ci offrono un altissimo grado di personalizzazione che ci fa vivere quasi in una sorta di “bolla”. Dove ci porterà questa personalizzazione estrema?

MB: Le personalizzazioni possibili sono: da una parte, qualcosa che potenzia l’umanizzazione, permettendo all’individuo di scegliere, di non adeguarsi a un ambiente standardizzato, di poter co-progettare gli spazi e gli ambienti di vita; d’altra parte, anche una sfida per l’umanizzazione di chi oggi vive immerso in questo mondo tecnologico. Lo vediamo benissimo nelle nuove generazioni, i cosiddetti “nativi digitali”.

Nel mio lavoro prendo ispirazione dalla biologia e dalle scienze della vita; ho studiato le dinamiche cellulari che permettono a un corpo vivente di essere tale, di svilupparsi nel tempo, di mantenere la propria identità. Ed è stato proprio il rapporto tra identità e differenze a colpire la mia riflessione filosofica.

 

Ci dice qualcosa di più di questo rapporto?

Uno dei processi più importanti all’interno dell’organismo è quello della differenziazione in relazione, o differenziazione integrata: un processo in cui le cellule di un corpo, che condividono tutte un identico genoma, realizzano solo alcune delle potenzialità contenute nel genoma e diventano cellule del fegato, del pancreas, dei polmoni, della pelle. Attraverso la differenziazione l’organismo si struttura, ma poi, per tutta la vita, mantiene la propria struttura, la propria differenziazione interna e anche – in maniera apparentemente paradossale – la propria identità. Questo perché il processo di differenziazione avviene in un contesto di unità, unitarietà, condivisione. Che detto con uno slogan, suonerebbe più o meno così: le differenze sono tali, solo se in relazione a qualcosa di comune.

Questo è il concetto aristotelico di differentiae. Qualcosa diventa realmente se stesso, e può differenziarsi in maniera integrata, soltanto se rimane “in relazione con” e “in relazione per”. Ecco perché, nella mia prospettiva, se da una parte aumentare le capacità di personalizzazione aumenta le possibilità di diversificazione, dall’altra, allo stesso tempo, deve rinforzare ciò che è comune. Personalizzare e differenziare da una parte, armonizzare e unire dall’altra.

 

Quale sfida di umanizzazione ci aspetta di fronte a una tecnologia che enfatizzi la personalizzazione, nella comunicazione e nella pubblicità, ma anche nella salute e nella medicina?

La sfida sarà quella di conciliare l’amplificazione delle possibilità di personalizzazione con il consolidamento di ciò che è comune. L’antico concetto di “natura umana”, di matrice filosofica, è difficile da mantenere perché oggi si apprezza di più la diversità e si diffida da definizioni e liste di criteri universali. È l’appartenenza che va riformulata di fronte alle evoluzioni tecnologiche, sociali e culturali. E questo investe necessariamente l’ambito della legislazione, delle istituzioni e della cultura.

Va riformulata, a mio avviso, anche la stessa idea di ambiente umano, che è un contesto di relazioni in cui le diversità si riescono a riconoscere e valorizzare solo in relazione a qualcosa di comune. Heidegger direbbe che solo se siamo capaci di abitare saremo capaci di costruire. Questa rimane una sfida ancora aperta.

Poi c’è la relazione uomo-ambiente, in cui possiamo parlare di ambiente relazionale umano, che coinvolge il mondo vivente e inanimato e che permette di valorizzare ciò che è comune e ciò che è diverso. Le persone nei territori, le famiglie, le configurazioni sociali, economiche e culturali, le regole: tutto ciò che cambia in una dinamica che tiene insieme localizzazione e connessione.

 

Grandi cambiamenti in una visione sostanzialmente ottimistica, insomma. Quali sono le radici di questo Suo ottimismo?

Nessuna cessazione o metamorfosi del “fare” intacca la possibilità di “essere” che appartiene ad ogni uomo. L’uomo scrive la sua biografia realizzando quello che è, mediante il lavoro appunto. Il “fare” di sostituti robotici o digitali non corrisponde, in senso proprio, a un lavoro così. È l’uomo stesso, oggi, grazie all’evoluzione culturale e al ritorno alle domande antropologiche fondamentali, a non riconoscersi più nella “produzione”, in un funzionalismo a catena all’interno di un’organizzazione rigida e fissata da altri.

Si tratta di una sorta di rinascimento del lavoro: per moltissimi secoli, solo alcuni uomini potevano dedicarsi alla polis, all’arte, alla musica, al prendersi cura. Certo, generavano un patrimonio comune, ma l’esercizio di queste attività era riservato a pochi. Oggi il prendersi cura appartiene sempre più alla vita di ogni individuo e questo grazie anche alle nuove tecnologie.

Si tratta di una visione certamente ottimistica, ma non ingenua: bisogna immaginarsi – o svelare attorno a noi – quali saranno le nuove forme di schiavitù, perché ci saranno sempre, e bisognerà sempre continuare a emanciparsi.

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Marta Bertolaso è stata anche docente di Filosofia della scienza e di Bioetica in diverse università italiane, nonché a Monaco e a St. Louis (USA). Tra le sue ultime pubblicazioni, Philosophy of Cancer – A Dynamic and Relational View. Springer Series in “History, Philosophy & Theory of the Life Sciences”, 2016, e The Future of Scientific Practice: ‘Bio-Techno-Logos, Pickering & Chatto Publishers, London, 2015.

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