Il bello di essere padre

Conversazione con Franco Nembrini

Franco Nembrini nasce in una famiglia numerosa, quarto di dieci fratelli. A quattordici anni decide di diventare insegnante di italiano. Si laurea nel 1982 in Pedagogia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Sposato con Grazia, è padre di quattro figli maschi. Nembrini è il primo insegnante, di religione, laico, della diocesi di Bergamo. Qualche tempo dopo la sua laurea, grazie ad un gruppo di genitori che chiede il suo aiuto, nasce proprio con lui la scuola media libera La Traccia, che oggi conta due sezioni di scuola elementare, quattro di scuola media, tre licei (scientifico, linguistico e artistico). Dal 1999 al 2006 è presidente della Federazione Opere Educative (FOE), un’associazione di scuole libere legata alla Compagnia delle Opere. Nello stesso periodo fa parte del Consiglio nazionale della scuola cattolica e della Consulta nazionale di pastorale scolastica della CEI, nonché della Commissione per la parità scolastica del Ministero dell’Istruzione. Dal 2008 al 2011 è responsabile degli insegnanti e degli studenti medi superiori del movimento di Comunione e Liberazione. Negli ultimi anni, grazie al successo dei suoi libri, è stato chiamato a parlare di educazione e di Dante in tutta Italia e all’estero. E proprio grazie a partire da una delle sue ultime fatiche – Nel mezzo del cammin, un programma andato in onda su TV 2000 in cui rilegge la Divina Commedia di Dante – abbiamo pensato di chiedergli di parlare di paternità, in Dante nello specifico, e più in generale alla luce della sua speciale esperienza di educatore e di padre. Di seguito riportiamo l’intervista.

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FMV: Franco Nembrini e Dante. Una riflessione che parte da molto lontano. Da dove nasce questa predilezione per il “padre della letteratura italiana”?

Riferisco sempre un episodio che mi capitò quando alla fine della prima media mio padre mi mandò a lavorare a Bergamo. C’era bisogno per la situazione in casa che io lavorassi e mi fermavo in casa dei padroni di questo negozio di gastronomia anche a dormire. Lavoravo dal lunedì mattina al sabato sera e la domenica tornavo a casa. Era l’estate della prima media e ne soffrivo un po’ evidentemente, a dodici anni fuori casa per la prima volta e per un lavoro anche non troppo leggero. Una sera, mentre stavo per andare a letto, mi vennero a chiamare verso le dieci: c’era da scaricare, nel magazzino del negozio al seminterrato, un furgone di casse di acqua e vino. Il magazzino era raggiungibile attraverso una scaletta molto ripida. Alle undici di sera mi trovo stanchissimo, lontano da casa, piangente a scaricare queste casse. Ma a metà del lavoro, con una cassa d’acqua in mano e frignando per la mia triste sorte di esule, mi è balzato alla memoria un verso di Dante che avevo studiato a scuola (ndr. Dante a quei tempi era studiato anche alle medie…). Mi viene in mente la terzina di Dante della Divina Commedia in cui il trisavolo Cacciaguida predice a Dante l’esilio: «Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale» (vv. 56-60). Che era esattamente quello che stavo facendo e mi folgorò questa intuizione che forse ha segnato il mio amore per Dante, e in generale il mio amore per la letteratura e la mia vocazione di insegnante: la scoperta che quei tre versi descrivevano me più di quanto io stesso sapessi fare. Io che non trovavo mai le parole per raccontare quello che stavo vivendo, le trovo scritte lì in modo mirabile. Dico sempre ai ragazzi, anche a scuola, fu la scoperta dell’interesse. Dell’essere dentro, dello scoprire che l’opera letteraria non solo ti parla, ma ti parla perché parla di te. A tema sei tu, la tua vita. E poi ho scoperto nel tempo che tanto più un artista è speciale quando sa parlare al cuore di ogni uomo. Era scattato un entusiasmo che non si è mai più spento.

 

FMV: Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli / pensando ciò che ‘l mio cor s’annunziava; / e se non piangi, di che pianger suoli? (Inf. XXXIII, 40-42): Dante nell’Inferno ammutolisce davanti al racconto straziante di un padre. Di solito siamo abituati ai silenzi dei padri: che cos’è questo silenzio?

Se prendiamo spunto dal canto di Ugolino c’è un silenzio preciso, motivato dal contesto, dall’episodio, perché in realtà i padri parlano, eccome, nella Divina Commedia, anzi Il Padre per antonomasia, che è Virgilio, colui che gli fa da guida, compagno, maestro, è quello che sa e conduce il discepolo/figlio verso la salvezza, verso la risposta alle domande della vita. È in Virgilio che identifichiamo la figura del padre secondo Dante. L’episodio del conte Ugolino è l’ammutolirsi di fronte ad una scena, che è di una crudeltà immensa, e che fa prorompere Dante nell’invettiva contro Pisa: muoiano tutti i pisani che hanno avuto il torto, la colpa gravissima di condannare quattro innocenti facendo pagare loro le colpe del padre «Ahi Pisa, vituperio de le genti / del bel paese là dove ’l sì suona, / poi che i vicini a te punir son lenti» (vv. 79-81). E lì il silenzio di Dante, di fronte a una scena che ammutolirebbe chiunque, è dovuto alla crudeltà, alla pietà che Dante prova di fronte al racconto. E sarebbe interessante interrogarsi in cosa Ugolino sia stato padre, padre riuscito o padre fallito, nell’accompagnare i figli al passo più doloroso e terribile della vita che è quello della morte.

 

FMV: Lo dolce padre mio, per confortarmi, / pur di Beatrice ragionando andava,  / dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi» (Pur. XXVII, 52-54): Virgilio è il padre “speciale” di Dante…

Bisogna andare al momento in cui Dante scopre che Virgilio non c’è più, in quel bellissimo brano dove lo saluta usando per tre volte la parola “padre”; e rintracciare all’interno di quel saluto anche una scansione molto interessante, perché le parole “padre” e “figlio” in quel canto tornano tre volte. La prima volta a una distanza molto ravvicinata, le due parole sono quasi accostate. Nel secondo caso sono a grande distanza. Nel terzo caso alla giusta distanza, primo e terzo verso. E mi colpisce perché Dante queste cose le fa consapevolmente, è come se descrivesse la parabola della paternità che va da una necessaria, continua e quotidiana vicinanza, quando il bambino nasce e deve crescere a una giusta distanza nel momento in cui prende la sua strada e lascia la casa paterna. Ma questa non è una distanza infinita: quel figlio non viene perduto, prende il suo posto, quello finale di una giusta distanza dal padre. Ed è interessantissimo perché è quello che Virgilio fa lungo tutta la Divina Commedia quando ha anche il coraggio di consegnare Dante al vero incontro, alla vera compagna, che sarà la compagna della sua vita, Beatrice che lo sostituisce e accompagnerà Dante lungo tutto il Paradiso.

 

FMV: Molte fiate già pianser li figli / per la colpa del padre, e non si creda / che Dio trasmuti l’arme per suoi gigli! (Par. VI, 109-110): la Provvidenza è la paternità dantesca più importante?

Il Paradiso è la scoperta che ogni paternità vissuta sulla terra è segno, simbolo, strumento, strada, perché l’uomo riconosca l’unica vera grande paternità, che è quella del Padre nostro. In questo senso, anche teologicamente, Dante è di un’ortodossia ammirabile. A Dio si deve ritornare e a Dio Dante ritorna accompagnato da Beatrice. In questo senso ogni paternità, ogni amicizia, ogni affetto è strumento che ci porta a riconoscere il Padre che sta nei cieli. Tutto è provvidente, tutto è segno della sua misericordia.

 

FMV: Nel suo libro Di Padre in Figlio (pp. 256, Ares, 2011) sembra che i padri siano la chiave dell’educazione. È proprio così?

Più vado avanti più in realtà mi rendo conto che chi è chiamato a educare veramente è la coppia padre-madre. Con due ruoli diversi, complementari; l’uno correttivo dell’altro. Ma l’educazione è esattamente come la nascita biologica, richiede nei figli l’intervento di tutti e due. Il problema del padre è grave oggi perché dopo duecento anni che del padre e della paternità e di ogni possibile autorità si parla male, in nome di una malintesa libertà di cui i figli dovrebbero godere, il risultato è che la figura del padre è debolissima. La nostra è una civiltà senza padri. Senza padri e dove le madri, in assenza dei padri, rischiano di diventare ossessive nel loro ruolo protettivo: un disastro sia da una parte che dall’altra! In questo senso recuperare la figura del padre è il grande compito dell’educazione perché è quella figura di padre che in qualche modo corregge e valorizza, anche di più, il ruolo della madre che altrimenti diventerebbe eccessivo.

 

FMV: «Siamo tutti padri putativi» dice in un capitolo dello stesso libro. Che cosa intende?

Quando dico che ogni paternità è solo strumento della grande paternità di Dio intendo proprio questo. Che i figli non sono i nostri figli, il loro valore, la loro statura, la loro dignità, non è stabilita dal fatto di essere figlio mio e di mia moglie. Tantomeno di essere nostra proprietà, ma dall’essere figli di Dio, dall’essere un mistero grande che padre e madre, man mano che il figlio cresce, devono guardare con ammirazione, con rispetto: in questo senso padri putativi. Dove il padre putativo per eccellenza è san Giuseppe, che si ritrova con la moglie incinta dello Spirito Santo; padre non biologico, ma chiamato ad accompagnare la maternità e la figliolanza di Gesù che è esplicita: Gesù è il figlio di Dio. Allo stesso modo il ruolo del padre terreno è veramente di accompagnamento, di sostegno alla paternità vera che è quella di Dio: vale per tutti, vale sempre se si vuole essere davvero padri.

 

FMV: Una domanda personale, con un padre speciale che ha avuto e da padre anche un po’ speciale quale è: quanto è bello essere padri oggi?

È la cosa più bella del mondo. Se da giovane pensavo che la cosa più bella del mondo sarebbe stata sposarmi con la ragazza di cui ero innamorato, son bastati nove mesi e la nascita del primo figlio per rendermi conto che il vertice della realizzazione di un uomo è proprio la paternità, così come per la donna lo è la maternità. E c’è un’altra cosa più grande ancora: è possibile nella vita fare un’esperienza assolutamente straordinaria, augurabile a tutti, che è quella di diventare figli dei propri figli. Vedere i propri figli crescere e diventare grandi in modo così sorprendente da aver voglia di imparare da loro, di seguirli, di essere corretti e guardati dai propri figli, questo è il vertice di ogni esperienza umana.

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