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Il 5 e il 6 novembre 2025 la Fondazione Marco Vigorelli è stata invitata per il secondo anno all’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa per tenere alcune lezioni all’interno del Laboratorio di Filosofia della cura.

Il Laboratorio, condotto dalla professoressa Natascia Villani, si inserisce all’interno degli insegnamenti del Corso di Laurea in Scienze del Servizio Sociale del Dipartimento di Scienze formative, psicologiche e della comunicazione.

Come Fondazione Marco Vigorelli abbiamo proposto ai ragazzi di lavorare su tre ambiti. Il primo ambito è stato quello del lavoro di cura e dei processi di cura, in cui abbiamo messo a fuoco la necessità di consapevolizzare le proprie esperienze di curanti, i propri bisogni e le proprie fatiche, per poter essere in grado di supportare chi ne ha bisogno. Il secondo ambito è stato quello delle skills allenate dalla cura e del supporto che l’intelligenza emotiva può fornire nel definirle e nel delinearle come specifici talenti dei caregiver. Il terzo ambito è stato quello del rapporto tra caregiving e conciliazione famiglia-lavoro, anche alla luce del Quaderno Caregiver che conciliano che abbiamo pubblicato un anno fa.

Da questo scambio con gli studenti è emerso come il senso della cura che, soprattutto ai giovani va trasmesso, deve fondarsi su alcune competenze specifiche: empatia, creatività nella gestione, adattabilità, comunicazione e resilienza.

Di seguito riportiamo un commento a questa attività della professoressa Natascia Villani: Pensare alla cura non solo nella sua dimensione del fare ma fondarla quale elemento essenziale del nostro essere nel mondo è necessario affinché non si perda la dimensione dell’umano rincorrendo pratiche e performance. Perché abbiamo bisogno di cura? Perché siamo incompiuti, tutti, e tutti abbiamo bisogno di dare una forma al nostro essere. Non solo, ma anche perché siamo tutti figli e ognuno si trova al mondo per una decisione che non è la sua. Non siamo sovrani della nostra esistenza e siamo ontologicamente fragili e vulnerabili, dipendenti dagli altri. Se non apriamo gli studenti a questa nuova dimensione c’è il rischio di tecnologizzare la formazione non preparando l’essere umano alla cura di sé e alla cura dell’altro.