Silenzi e scelte: ciò che rende padri

Paternità tra preistoria, storia e attualità

Un’ingombrante complessità. È questo il ritratto delineato nel libro di Luigi Zoja, Il gesto di Ettore (Bollati Boringhieri, 2000, pp. 344). Pagine illuminanti fin dalla sua originaria ispirazione ben espressa nel titolo; l’Ettore dei Greci – che solleva il figlio al cielo dando in quell’elevazione un’identità sia a se stesso che al suo generato – sembra oggi rappresentare l’immagine contraria di ciò che manca proprio alla figura del padre: la reale identità.

Un nascondimento della paternità, quello rilevato da Zoja, che parte da molto lontano. E in cui il graduale disfacimento paterno sembra mostrare due facce: una simbolica e culturale, che riguarda valori e immagini guida e che con il laicizzarsi della società fa scomparire il riferimento all’universale; e una statistica, data dalla scomparsa della figura dei padri dalla famiglia, visto che notoriamente il XX è il secolo dei divorzi, in cui, in genere, i bambini restano con le mamme e crescono spesso senza papà.

Il discorso sulla paternità è attraversato trasversalmente da varie problematicità: sono in gioco le aspettative di ogni figlio nei confronti del proprio padre; si percepisce la necessità di ripensare a un “amore normale” verso il padre così come verso la madre; si contrappone l’immagine di una paternità “vittoriosa” a quella di un “paternità debole”; si analizza il paradosso del padre, che, a differenza della madre “valutata” solo per quello che fa nei confronti del figlio, viene giudicato non solo in rapporto alla sua relazione con quest’ultimo, ma soprattutto per ciò che fa nei confronti della società.

L’analisi parte dalla preistoria e dall’evoluzione zoologica fino alla consapevolezza del padre umano. In questa origine il padre è considerato come costruzione, artificio, programma, perché non solo la cultura ci ha dato il padre, ma la comparsa del padre ci ha dato la cultura. Che tradotto significa che non è stato per l’evoluzione animale, ma solo per la storia e l’esistenza psichica che si è data al maschio la qualità di padre, solo che tale qualità è da egli stesso stretta con rigidità, come se avesse indosso sempre, proprio come Ettore, un’armatura, anche quando abbraccia suo figlio.

Il mito del padre in Grecia supera la madre, il padre si pone al di sopra del figlio nella vita dei Romani. Società patriarcale e società matriarcale si alternano. Ettore, che dopo il dialogo con la moglie Andromaca cerca di abbracciare il figlio, vede il figlio rifugiarsi tra le braccia della balia e per riuscire ad abbracciarlo deve dismettere l’elmo, così che il figlio possa non aver più paura di lui. Una volta avutolo in braccio, Ettore prega Zeus e gli altri dèi per suo figlio, perché lo rendano forte, anche più forte di quel padre che lo ha generato. Così il bambino diventa suo figlio, e quel figlio la speranza più grande.

Cosa succede al padre di fronte alle rivoluzioni? Dal cristianesimo alla riforma protestante, dalle rivoluzioni americana e francese alle guerre mondiali? La mostruosità diviene caratteristica precipua della paternità. La distinzione tra pater e nutritor, che impariamo dai romani, delinea una paternità intesa come atto formale e di volontà. A questa si contrappone la figura di Cristo, esempio di una paternità in Cielo e non sulla terra e di una autorità che neanche Giuseppe, suo padre putativo, esprime. Il padre non è più immagine esclusiva di Dio in terra, né l’immagine di Dio è riservata ad un padre in cielo. I rapporti sociali sono sconvolti con la rivoluzione industriale, in cui il figlio non vede e non riconosce più l’attività del proprio padre. E anzi di quel padre, indegno, si vergogna. Si produce un buco mentale della figura paterna, assenza anche fisica di tutti quei padri che partono per la guerra. Critica ai comandi militari e ai governanti che investe anche la famiglia e quindi anche la paternità.

La condizione attuale del padre nella vita di tutti i giorni è forse quella di un padre buono, formica della storia. La sua rarefazione, la necessità di essere presenza, la sua scomparsa iniziata dalla rivoluzione industriale e che sembra permanere, le sue dimissioni e la psicanalisi che sembra sua alleata, testimoniano un’assenza, che non è più quella di Ulisse. Questo padre moderno non è additato come assente perché come quell’eroe è andato a combattere in guerra, ma perché si rifiuta di combattere nei rapporti. E se ne tira fuori: ecco il silenzio dei padri.

Oggi a non essere riconosciuta è la funzione maschile e il suo specifico rispetto a quella della madre. Questo è il nuovo paradosso della paternità: il padre deve conquistare l’affetto del proprio figlio mostrando, a sua volta, affetto e, allo stesso tempo, forza. La sua identità passa dal lavoro. La sua legge non è più verticale, ma orizzontale.

E la ricerca del padre è anche, e soprattutto, una ricerca del figlio. La ricerca di un’identità per entrambi. Forse diversa da quella prodotta da Ettore. Un padre sceglie il proprio figlio e il figlio avverte questa scelta o non scelta. Ecco perché il padre può anche mancare, ma non deve mancare mai la sua ricerca.

Alla creatività dei figli oggi non deve corrispondere una mancanza di progettualità del padre. I figli sono tali perché sono generati, ma soprattutto perché sono scelti. E dal padre più che mai oggi passa proprio questa scelta. Al di là di un silenzio che può significare tutto, ma anche nulla.

 

FMV

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