Migranti? La parola alle istituzioni

Isola, politica e migranti: la Lampedusa da cui imparare

Parlare di migranti senza ascoltare chi è impegnato in prima linea su questa “emergenza” sarebbe riduttivo. Parlare di migranti senza accennare a Lampedusa è quasi impossibile. Parlare di migranti senza ascoltare la voce di Giusi Nicolini non avrebbe senso.

Da maggio 2012 è sindaco di Lampedusa e Linosa e nel 2013 ha rilasciato una lunga intervista a Marta Bellingreri che risulta oggi sempre più attuale (Lampedusa. Conversazioni su isole, politica, migranti, Edizioni Gruppo Abele, pp. 144).

Dopo l’ultima visita a Lampedusa del Presidente della Repubblica Italiana nei primi giorni di giugno di quest’anno e dopo l’apertura del viaggio pastorale di Papa Francesco nel 2013 proprio a Lampedusa, le parole del sindaco Nicolini non sono cambiate: il futuro è sempre la solidarietà e la sfida in tema di migranti è europea.

Giusi Nicolini non parla però solo di migranti, ma di isole e di concittadini: la sua è, allo stesso tempo, una voce di accusa e di appello.

Chi vive a Lampedusa può capirlo ancora di più. Perché l’isola ti fa vedere il mondo da una prospettiva diversa. Perché «a Lampedusa si cresce e si assume col latte materno la pesantezza del vivere così lontano, quando hai bisogno di qualcosa al di là del mare. Per questo capisci un po’ di più chi si sposta da lontano, chi viaggia per necessità».

In questo abbiamo molto da imparare dai Lampedusani, da chi da volontario si è formato da solo e sul campo, mentre il personale qualificato per gestire le emergenze dell’isola è venuto sempre da fuori. E già questo la dice lunga in ottica formazione: Lampedusa potrebbe diventare un campus in tal senso e questo le darebbe uno dei possibili respiri che le occorrono per andare avanti.

Colpiscono le pagine dell’intervista in cui si parla dei morti, di quei migranti che solo da qualche tempo cominciamo a vedere in maniera così cruda in fotografie strappate sulla battigia. E il non vedere i morti vorrebbe dire far finta di non vedere la storia scritta anche nel cimitero di Lampedusa che accoglie tanti di quei migranti.

E poi c’è il tema del turismo connesso alle migrazioni: e in questo ci sono i turisti che vedono – e magari scelgono in un’ottica solidale e responsabile proprio quei luoghi – e quelli che non vedono o non vogliono vedere – perché di fatto è l’umano che sfugge loro.

L’emergenza dell’isola è emergenza di migranti perché prima di tutto è emergenza di Lampedusa. E di quelle isole che spesso sono abbandonate dai governi. Così prima di guardare alle emergenze bisognerebbe guardare a cosa c’è prima di quei viaggi della speranza, alle loro cause e alle loro origini.

«Salvarli è quantomeno doveroso» è il grido di Nicolini. Ma lo sforzo è ben più alto. Non si tratta di rileggere il fenomeno dei migranti in un’ottica emergenziale, piuttosto c’è da capire che bisogna pensare ad un sistema di accoglienza reale e non fittizio e non solo a Lampedusa, ma in tutta Italia. C’è da capire che c’è posto e spazio per tutti, anche per i migranti e che forse abbiamo anche bisogno di loro. Perché in fondo ci servono braccia per lavorare e ci sono lavori che in questo momento solo i migranti sono disposti a fare.

Se invece l’immigrazione viene presentata come un’invasione, non si comprende la necessità di un investimento di risorse. «Si tratta di fare un lavoro serio e onesto. Un lavoro di verità. E soprattutto si tratta di mettere i diritti umani su un terreno diverso della mercificazione politica ed elettorale. La politica, soprattutto italiana, ha bisogno di una grande rivoluzione etica: non si ruba, non si spreca il denaro pubblico. Non si calpesta la Costituzione. Non si calpestano le leggi e non si calpestano i diritti umani».

Non se ne parla, ma una delle cose vergognose è stata la “politica” dei respingimenti. Su quei barconi c’erano donne e bambini, magari anche migranti con il diritto di asilo. Solo che ci si chiede perché in un Paese come l’Italia, o come l’Europa, il diritto d’asilo si debba richiedere “a nuoto”. Servono politiche di cooperazione vere ed effettive, non serve aiutare i dittatori mandando loro sussidi… è difficile, ma si può operare un cambiamento già a partire da questo.

Nel 2011 Lampedusa è sotto i riflettori. In quell’anno Nicolini non era ancora sindaco, ma a partire da quell’anno le cose a Lampedusa sono iniziate a cambiare, proprio quando la politica ha cominciato ad accorgersi di questa isola, quando ha cominciato a capire che Lampedusa era un “problema” non solo di Lampedusa…

Su cosa lavora adesso il sindaco tutti i giorni? Nell’aiutare i Lampedusani a credere nello Stato, perché esiste una politica buona e bisogna solo riconoscerla. «Il silenzio è l’unica risposta che non possiamo permetterci».

In questo la parola di Papa Francesco è stata illuminante: perché ha scosso le corde del “qui” e dell’“ora” che non si possono più dimenticare. È in gioco la responsabilità di tutti. Lampedusa è frontiera, dell’Italia e dell’Europa con l’Africa, è centro del Mediterraneo e svolge un ruolo importantissimo tra le due sponde. E questo ruolo non va dimenticato.

La Nicolini chiarisce bene che il suo dialogo con le istituzioni è attivo e chiaro. In questo si sente capita nel suo impegno di sindaco dell’Isola. Il problema nasce se le soluzioni necessarie attengono alla politica complessiva e non dipendono solo dal dialogo con il ministro di turno, ma con un contesto politico nazionale e con logiche politiche più complesse. Di fronte a situazioni così grandi si sperimenta la solitudine in un’isola di seimila abitanti. «Siamo un Paese che si deve vergognare. Dovremmo dare un esempio di serietà e di rigore su tanti fronti. Anche sulle migrazioni. Lo so che l’immigrazione è un tema europeo. Ma so anche che il nostro Paese è in difetto perché ha affrontato la questione con una logica perennemente emergenziale. I migranti possono venire da Est o da Sud a seconda delle contingenze. Cambiano le rotte, ma, comunque, arrivano. E noi dovremmo essere preparati, disponibili a strutturare un sistema di accoglienza».

L’Europa, in questo non dovrebbe essere un vincolo, ma un’opportunità. E invece spesso non è così. E Lampedusa e i Lampedusani non sono speciali, sono “solo” normali. «Lampedusa è uno scoglio tra due continenti che funziona per gli uomini come per gli uccelli, le balene, le tartarughe. Ha, nella storia umana, lo stesso ruolo che ha sempre avuto nella storia naturale. Questa è Lampedusa. Queste sono le isole. La specificità di Lampedusa è che è al centro. È lo spartiacque tra due continenti. Ciò la rende speciale. Ma le isole sono e sono sempre state questo: rifugio, riparo, ristoro lungo il viaggio».

Conclude il libro un’appendice che è un vero e proprio racconto, una storia vera, di Marta Bellingreri, che parla di due donne e di Lampedusa. Perché la storia dei migranti è storia di ricerca, di approdo e di pace. Da cui imparare sempre.

FMV

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