- eccessivo peso degli oneri finanziari, sia in valore assoluto che in percentuale sugli utili e sul fatturato;
- sbilanciamento delle fonti di indebitamento verso il breve termine;
- alta dipendenza dal sistema bancario;
- forte frammentazione dei rapporti di affidamento (prassi del pluriaffidamento).
- costituzione di un network di medie imprese collegate tramite rete informatica;
- creazione all’interno della banca-partner (o, in alternativa, creazione di una società finanziaria eterna o di una società-prodotto partecipata in percentuali diverse e da stabilire dalla banca e da un’associazione di categoria a tutela delle medie imprese) di un’unità organizzativa specializzata nel campo del corporate finance e dotata di professionalità dedicate che si incarica di:
- gestire ogni flusso finanziario da e verso le medie imprese;
- assicurare il raggiungimento degli obiettivi di redditività, sviluppo finanziario e di copertura dei rischi contenuti nel processo di pianificazione strategica deciso dalle singole imprese al momento della stipulazione del contratto di fornitura del servizio.
- scoperto di conto corrente, sovvenzione bancaria, presentazione di effetti Sbf, anticipazioni, sconto, factoring, operazioni a termine (pronti contro termine e riporto su titoli); e nella misura in cui il Lfn riesce ad accorpare per esigenze simili e scadenze ravvicinate nel tempo i diversi fabbisogni di finanziamento delle aziende clienti l’esternalizzazione apporterebbe vantaggi significativi; il Lfn potrebbe infatti presentarsi all’interlocutore bancario con una raccolta di richieste di finanziamento tale da poter raggiungere la massa critica necessaria per usufruire di condizioni migliori;
- finanziamenti diretti sul mercato: accettazione bancaria, commercial paper, cambiale finanziaria; pur essendo questi strumenti tipicamente riservati a imprese dimensionalmente e patrimonialmente più importanti delle medie imprese, il Lfn potrebbe fungere da punto di aggregazione per una «cordata» con la quale le medie imprese sarebbero in grado di valutare l’eventualità di ricorrere a questo tipo di finanziamento; come nel caso precedente, si avrebbe la possibilità di ottenere il volume finanziario utile necessario per accedere direttamente al mercato;
- anticipi, sconto di effetti, factoring, credito acquirente; per queste operazioni i vantaggi dell’outsourcing dell’area finanza sarebbero rilevanti e sostanziali: infatti le medie imprese non possono avere la competenza professionale per accedere con profitto ai mercati esteri dei capitali, di cui non percepiscono, a livello di visione strategica, tutte le potenzialità; il Lfn potrebbe dunque fa re ciò che le aziende abitualmente non possono fare o fanno male o potrebbero fare ma a costi proibitivi;
- strumenti di copertura del rischio (di cambio, di interesse), swaps, options, futures, interest rate caps-floors-collars; essendo tutti gli strumenti derivati, nonostante la loro utilità, ampiamente sconosciuti, o in gran parte inutilizzati da parte degli addetti finanziari delle medie imprese, sicuramente il Lfn potrebbe, in virtù della sua vocazione di partner finanziario specializzato, offrire un contributo determinante in termini di know-how e di effettivo sfruttamento delle più efficaci forme di copertura dei rischi finanziari, spesso causa di dissesti e di scompensi nella struttura finanziaria delle imprese.
- mutuo, sconto; il Lfn, che si impegna a ricercare per le medie imprese le migliori condizioni sul mercato bancario, potrebbe consentire a ogni singola media impresa di sopportare costi inferiori a quelli che avrebbe dovuto affrontare, grazie ai diversi volumi negoziati tra Lfn e banca e alla possibilità che il Lfn ha di mettere in competizione le diverse offerte bancarie;
- finanziamenti in pool: conciliando le esigenze delle imprese clienti del servizio di outsourcing, il Lfn riuscirebbe ad ottenere dalla banca capofila o dalla società lead manager migliori condizioni contrattuali, o più ampie disponibilità di mezzi finanziari, grazie all’importante massa raccolta;
- leasing: il Lfn potrebbe gestire questo strumento con condizioni migliori di quelle che le singole medie imprese conseguirebbero da sole, grazie alla sua più specifica competenza, alla sua capacità e disponibilità di tempo per la contrattazione, alla sua migliore conoscenza delle diverse offerte provenienti dalle banche;
- azioni e obbligazioni: date le ovvie, anche se non rilevantissime, differenze che esistono tra le medie imprese quanto a situazione economica e patrimoniale, piani di sviluppo finanziario, capitale reputazionale sul mercato, non sembra fattibile una gestione centralizzata da parte del Lfn di emissione di azioni e/o collocamento di obbligazioni; il Lfn potrebbe però curare la realizzazione dell’operazione, affidando a una o più banche-partner uno studio di origination e di under rating, per consentire alle imprese di superare la loro ancestrale ritrosia ad affacciarsi sui mercati dei capitali;
- venture capitaI: i diversi stadi di sviluppo interno e sul mercato delle imprese clienti non consentono il conseguimento di un reale vantaggio competitivo derivante da economie di scala; il Lfn sarebbe invece in grado di assistere le medie imprese nella predisposizione dei progetti individuati e nella ricerca del partner ideale per un’operazione che richiede professionalità specifiche e non alla portata dei tradizionali direttori finanziari; operazione particolarmente utile per le medie imprese, in quanto consente loro di reperire fondi sul medio/lungo termine e di aumentare la capacità di penetrazione sui mercati di sbocco in virtù del prestigio che potrebbero acquistare grazie ai loro partner finanziari;
- fondi di investimento: dal momento che il Lfn stesso si preoccuperebbe di ottimizzare le disponibilità finanziarie delle diverse imprese in va lori mobiliari, l’utilizzo di questo tipo di strumento dovrebbe pure essere esternalizzato, anche per sfruttare la migliore capacità informativa di cui il Lfn potrebbe essere in possesso;
- sconto di effetti, credito acquirente, leasing all’esportazione; vale quanto osservato in precedenza relativamente agli strumenti che consentono l’accesso al mercato estero dei capitali; preme ancora sotto lineare il grande salto di qualità che in termini di competenza finanziari a e di conoscenza del funzionamento dei mercati esteri il Lfn potrebbe far fare alle medie imprese.
- avallo, fideiussione, accettazione, credito documentario: in quest’area il ruolo del Lfn si può configurare come un notevole e prezioso apporto di tipo consulenziale, studiando l’opportunità per le medie imprese di utilizzare questi strumenti e indicando i fornitori bancari presso cui trovare le migliori condizioni.
- electronic banking, cash pooling, cash management: essendo le medie imprese generalmente né consapevoli della rilevanza strategica del loro utilizzo né dotate delle infrastrutture informatiche necessari e all’accesso a questo tipo di servizi, il Lfn potrebbe funge re da operatore qualificato per l’implementazione del know-how necessario, consentendo alle medie imprese di effettuare operazioni di tesoreria integrata, ad esempio, e comunque di tesoreria avanzata in genere, per via telematica, come già le imprese di maggiori dimensioni sono abituate a fare.
- incremento del margine da servizi: il vero nodo da risolvere per consentire a quasi tutte le banche italiane di cogliere le sfide che l’unificazione europea pone in modo sempre più stringente è rappresentato dal bisogno di ridefinire la composizione del margine di intermediazione, riducendo la componente di margine di interesse a tutto vantaggio di quella dei servizi. Saranno destinate ad arroccarsi in nicchie di mercato più rischiose quelle istituzioni creditizie che continueranno a fare profitto in misura predominante con la forbice dei tassi di interesse [8] , destinata a ridursi per effetto dell’accresciuta competitività (nel 1995 i ricavi da servizi in percentuale dei fondi intermediati erano pari allo 0,27% [9]);
- efficiente e completo utilizzo di molte infrastrutture (Edp, reti telematiche, customer desk, altro), di cui spesso le banche si sono dotate non calibrandole sugli effettivi bisogni per le quali erano nate: si minimizzerebbero così i costi di gestione di strutture sovradimensionate o sottoutilizzate, problema poco noto ai non addetti a i lavori, ma reale nel mondo bancario;
- sostanziale proporzionalità tra rischi assunti e condizioni (tasso, commissione, ecc.) applicate: oggi si nota come le imprese dotate di rating, o comunque di un certo standing creditizio, possano reperire e allocare le risorse loro necessari e sul mercato dei capitali senza necessariamente appoggiarsi alle banche; conseguentemente le banche si trovano «costrette» a intrattenere rapporti di credito con imprese il cui grado di rischio, in termini di insolvenza o di illiquidità prolungata, non è proporzionale alla (bassa) remunerazione che riescono a ottenere; di qui la tendenza da parte delle banche (con il beneplacito delle imprese) ad aprire molteplici linee di affidamento, nessuna delle quali valutata secondo criteri di redditività attesa del progetto che è oggetto del finanziamento [10];
- fidelizzazione (retention) del cliente: grazie alla qualità del servizio offerto dal Lfn, le medie imprese potrebbero essere messe in condizione di porre, se non fine, quanto meno un argine al fenomeno del pluriaffidamento, scegliendo il Lfn come unico partner privilegiato per le operazioni finanziarie rilevanti e affidando , come già accade in Germania, a poche altre banche le operazioni minori per dimensioni e grado di sofisticazione.
- un rafforzamento patrimoniale e/o dimensionale tale da consentire il sostenimento di spese elevate quale quelle che si profilano per l’introduzione del Local financial network (Information technology in generale, spese per addestramento del personale, aumento della capitalizzazione per fronteggiare gli alti rischi iniziali insiti nel business);
- lo sviluppo del processo di formazione e riqualificazione delle risorse umane, assolutamente necessario per creare quelle professionalità dedicate e attive nell’ambito del corporate finance. In questo modo esse potranno essere considerate non più solo come costi aziendali da minimizzare, ma come unità generatrici di valore per l’impresa-banca;
- ingenti investimenti nel campo delle alte tecnologie e della multimedialità, per porre in essere il processo di outsourcing in oggetto e garantire un collegamento informativo e operativo in tempo reale tra l’istituzione creditizia e ogni singola impresa facente parte del network: le stesse dotazioni informatiche consentiranno alle banche di compiere un enorme passo in avanti seguendo la direzione ormai intrapresa dai più importanti global player del settore.
- capitale compreso tra i 10 e i 50 miliardi;
- buon tasso di sviluppo (in termini di quota di mercato o di nicchia);
- alta propensione all’innovazione;
- operatività in settori ad alto valore aggiunto, o in tutti gli altri settori purché con forte vantaggio competitivo sulla concorrenza.
- eliminazione delle condizioni di inefficienza in cui sono costrette a lavorare la maggior parte delle aree finanza delle medie imprese, che, non raggiungendo con i flussi finanziari che derivano dalla loro sola gestione la soglia dimensionale adeguata, spuntano dalle banche condizioni poco favorevoli: l’aggregazione dei flussi di più imprese da parte del Un pone l’interlocutore bancario in grado di offrire tassi che normalmente sono riservati a imprese con volumi di intermediazione e standing creditizio ben più e levati;
- implementazione di capacità specifiche nel campo della finanza operativa: diversi sono ormai i casi di aziende che, pur presentandosi con un buon portafoglio prodotti e un’efficace strategia di marketing, hanno stentato ad affermarsi come competitori di eccellenza, o addirittura hanno registrato forti perdite economiche, a causa di una gestione finanziaria avventata, o condotta senza la professionalità che questa funzione richiede. La possibilità di fondare campagne di lancio promozionali su nuovi mercati o la penetrazione in inedite nicchie di mercato o la difesa della leadership in determinati settori dipende pesantemente dalla preparazione di un’attenta pianificazione finanziaria, dall’adeguata conoscenza e copertura dei rischi di mercato (di tasso e di interesse, visto che quello di cambio è destinato a scomparire con l’introduzione della moneta unica europea) e dall’appropriato utilizzo di tutti gli strumenti finanziari oggi disponibili;
- riduzione dei tempi e delle energie che il top management di quasi tutte le medie imprese è costretto a dedicare alla risoluzione di problemi di tipo finanziario: questo consente, a livello strategico, di focalizzare la propria attenzione sulla definizione della strategia inerente al core-business dell’azienda e sullo studio di tutte le variabili su cui si fonda la competitività dell’impresa. A livello operativo, il Lfn consentirebbe di gestire le problematiche di tesoreria e di finanza ordinaria con le energie, la competenza e l’attenzione effettivamente necessarie per raggiungere una loro ottimizzazione (intendendo con questo termine l’accelerazione dei flussi di incasso e il loro pronto impiego, la posticipazione dei flussi di pagamento con minori costi, la diminuzione dei debiti a più alto costo e la massimizzazione dei crediti a più alta redditività), obiettivo che solitamente gli amministratori delle medie imprese non riescono a raggiungere, dovendosi occupare della gestione di molte problematiche aziendali contemporaneamente;
- avvio di un effettivo processo di ottimizzazione delle risorse finanziarie, soprattutto in merito alle condizioni applicate dalle banche, per l’impegno del Lfn di mettere in concorrenza i diversi fornitori di capitale e di scegliere in ogni momento l’offerta più vantaggiosa e opportuna; in altri termini, il Lfn potrebbe fare ciò che abitualmente risulta onere del direttore finanziario, o più spesso del management, consentendo a quest’ultimo di occuparsi della gestione complessiva dell’impresa;
- possibilità di portare agli stessi livelli di eccellenza raggiunti nell’area finanza dal Lfn le altre funzioni aziendali che, sotto la vigile guida di un management interamente dedicato allo studio e all’applicazione dei piani strategici, possono incrementare notevolmente il know-how specifico dell’impresa e concentrarsi sul raggiungimento degli obiettivi indicati dalla direzione; dal momento che il Lfn si impegna contrattualmente a fornire un servizio ad alto valore aggiunto, pure le altre funzioni aziendali sarebbero sottoposte alla verifica di un rigoroso piano di obiettivi da rispettare sotto precisi vincoli di costo;
- riduzione dei costi derivanti dalla funzione finanza: la spesa che ogni media impresa dovrebbe affrontare per la gestione delle problematiche finanziarie sarebbe significativamente inferiore all’attuale [11], non essendo necessario un singolo professionista per ogni azienda e potendosi ripartire le spese generali tra le diverse medie imprese appartenenti al pool (It, logistica, ecc.).
- creazione all’interno della banca di un’unità organizzativa specializzata nel campo del corporate finance, dotata di professionalità dedicate. Sotto questo profilo, sia banche di grandi dimensioni che banche di ridotte dimensioni (tramite associazioni di categoria quali l’Iccri, l’Icrea, ecc.) potrebbero dare vita al Lfn. Questa sembra essere la soluzione più indicata, per i seguenti motivi: economie di scala raggiungibili; fiducia e solidità patrimoniale tipicamente offerte dall’istituzione bancaria; riduzione di costi derivante dallo sviluppo interno di una struttura, senza duplicare funzioni o professionalità già esistenti;
- costituzione di una società finanziaria esterna, partecipata in misure diverse dalla banca e dalle medie imprese, che può anche assumere la forma di una società-prodotto di banche (come Arca, EptaConsorce o Network Bancario Italiano).
Marco Vigorelli
Maurizio Cortese
Andersen Consulting
Note[1] Mediobanca. Dati cumulativi di 1746 società italiane (1996), Milano 1996.[2] Intese per «società di medie dimensioni» quelle che nel 1995 non eccedevano i limiti di 50 miliardi per il capitale, di 150 miliardi per il fatturato e di 500 unità per il personale occupato.[3] Oneri finanziari su obbligazioni e altri oneri finanziari.[4] Recenti sono cas d Fiat Auto: (Outsourcing della telefonia Internazionale a Telecom Italia e della logistica trasporti a Tnt-Traco), London Stock Exchange (Outsourcing dei sistemi informativi ad Andersen Consulting), Shell Brasile (Outsourcing dei sistemi informativi a Origin), McDonell Douglas (Outsourcing dell’lt a Issc). Decisamente rilevante è il caso di British Petroleum Europa, che ha dato in Outsourcing ad Andersen Consulting la gestione amministrativa della finanza e del reporting: è stato il primo caso mondiale (e rimane tuttora l’unico) di Outsourcing di questo tipo di attività.[5] Confronto Quinn J.B.-Hilmer F.G., «Strategic Outsourcing», in Sloan Management Review, n. 4/1994, vol.35, pp.43-55, Camussone P.F., «L’Outsourcing dei sistemi informativi – Vantaggi, rischi e principali riflessi organizzativi», in Economia & Management, n. 3/1995, p. 115, Acabbl C.L.-Andersen Consulting, «BPM vuol dire eccellenza», in Management Forum, Mondo Economico, 18 settembre 1995, p. 83.[6] Confronta Camussone p.116.[7] Successivamente si prospetteranno con maggiore dettaglio le due ipotesi circa la forma operativa e giuridica che il Lfn potrà assumere: a) Banca di grandi dimensioni, o anche banche di ridotte dimensioni tramite associazioni di categoria (Iccri, Icrea…); b) Società finanziaria «tradizionale» o società-prodotto di banche (Arca, EptaConsorce, Network Bancario Italiano…).[8] Nel 1995 il tasso di interesse medio reale sugli impieghi bancari in Italia era superiore dello 0,9% rispetto alla Germania, dell’1% rispetto alla Francia e del 2,2% rispetto al Regno Unito (dati Banca d’Italia).[9] Fonte Banca d’Italia, Relazione Annuale, Roma 1996.[10] Basti ricordare che al dicembre 1995 il rapporto utilizzato/accordato per gli impieghi delle banche alle società non finanziarie era pari al 55,64% (media del rapporto per società non finanziarie, industria in senso stretto, settori industriali esportatori, costruzioni e servizi, dati banca d’Italia).[11] I costi che la media impresa dovrebbe affrontare se volesse creare al proprio interno una struttura dotate delle stesse potenzialità del Lfn sarebbero così ripartiti: professionista del corporate finance: 100-150 milioni annui; segreteria: 50 milioni annui; Pc, altre dotazioni It: 30 milioni annui; logistica varia: 20 milioni annui; totale: 200-250 milioni annui.[12] Le affermazioni di tipo giuridico contenute in questa sezione hanno carattere indicativo e di suggerimento e non di studio rigoroso e sistematico dei problemi indicati.[13] Per le banche: scarsa redditività, basso margine da servizi, ridotta innovazione dei servizi offerti, inefficace politica di valutazione del merito di credito; per le medie Imprese: area Finanza trascurata o inesistente, eccesso di passività sul breve, superficiale processo di pianificazione finanziaria, diffidenza verso l’innovazione finanziaria e contemporanea percezione dei benefici da essa generabili, insufficiente copertura dei rischi di mercato. Bibliografia- Acabbi C.L., «Bpm vuoL dire eccellenza», in Management Forum, Mondo Economico, 18 settembre 1995.
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