Lavoro e promozione umana

Intervento di Marco Vigorelli al Convegno “Lavoro e promozione umana”

Sabato 16 marzo 2002, Villa Olmo (Como)

Farò di tutto per non far rispettare i tempi dato che purtroppo qualcuno mi dice che tendo a parlare troppo. Vorrei fare subito due brevissime premesse per facilitarvi la comprensione dei miei messaggi, premesse che faccio normalmente quando parlo su argomenti che mi appassionano.

Io tendo ad essere abbastanza dirompente e aggressivo quando parlo, non parlo in modo politico, subdolo in modo che non si capisca bene quello che voglio dire. Io parlo in modo secco e chiaro. E qualche volta può sembrare forse un po’ paradossale quello che dico specialmente essendo l’ultimo dopo una mattinata appena prima di pranzo se uno non è un pochino aggressivo difficilmente lascia traccia.

Io amo parlare per schemi. Ho trent’anni di vita professionale e ho acquisito una modalità di comunicazione che va per punti, non per frasi.

Ho diviso il mio intervento in tre parti.

Una prima parte sulle relazioni “famiglia lavoro”, anche io li ho messi in questo ordine. Mi ha divertito quello che diceva Rita Zecchel prima, che in questo convegno si parla di lavoro e famiglia, e io parlo di famiglia e lavoro, prima di praxis e poi di poiesis, se mi è permesso fare questo collegamento con l’intervento molto dotto del professor Faro; io sarò molto più rasoterra mi sembra di essere un’oca rispetto ad un’aquila, ma comunque spero vi piacciano anche le oche.

Nel secondo punto cercherò di tirare qualche rapido insegnamento dei messaggi di Monsignor Escrivá che è quello che di fatto ci ha portati qui oggi, se no non ci saremmo.

E alla fine se ci sarà tempo mi piace lasciarvi qualche “ricetta” pratica, ovvero esperienza di vita, di come cerco di “gestire” (parola che fa sempre sorridere mia moglie) la mia famiglia e la mia attività professionale.

I punto: famiglia e lavoro

Il primo concetto di fondo che vorrei passarvi è che purtroppo come già più o meno larvatamente è stato detto finito finora i media e la cultura attuale diciamo sono, usando i temi iniziali, di tipo cartesiano. Cioè si insiste sul dualismo che io in altri termini chiamo conflitto piuttosto che sulla dualità cioè sulla sinergia. O sul fattore di aiuto reciproco tra questi due concetti, famiglia e lavoro.

Purtroppo la logica consumista ed edonista attuale, di tipo chiaramente individualista (perché se non creo degli individualisti, degli egoisti e degli egocentrici difficilmente riesco a creare delle macchine da consumo) tendono a focalizzare il successo personale in contrapposizione, o dimenticando, il successo familiare.

L’homo faber come diceva prima il professore, è un tipico stereotipo calvinista, in cui quello che è importante è i soldi che produco, non la felicità dei miei figli. Che al limite sono quasi dimenticati anzi sono un ostacolo, allora uno lo devo avere se no alla mia vecchiaia non pensa nessuno (supposto che poi quando fai un figlio in quel modo quello si ricorderà di suo padre), dimenticando la valorizzazione della persona. Si tende praticamente a vedere l’aspetto produttivo, dimenticando che il lavoro è fatto da persone.

Io mi diverto molto a dire che se metto su un tavolo un mucchio di soldi e ci passo dieci mesi dopo al massimo trovo ancora quei soldi, se non sono già marciti perché ci è piovuto sopra. Invece se metto quattro lire su un tavolo e quattro persone intorno, dopo dieci mesi probabilmente ne trovo molte di più di quei soldi. Cos’è la differenza? È che i soldi da soli non fanno niente, sono le persone quello che fanno. E chi fa crescere la persona? Beh mi sembra che la persona nasce in famiglia e cresce in famiglia quindi è importantissimo ricordarsi che la chiave anche del processo produttivo è la famiglia, e quindi non può esserci conflitto o dualismo, ma ci vuole dualità.

II punto: uomo e donna

Normalmente, naturalmente il ruolo dell’uomo e della donna, non tanto per stereotipo culturale ma anche per struttura psicofisiologica, è diverso. Sono due ruoli splendidamente complementari, sono la base del processo creativo, la cosa più bella da creare è un altro uomo, non certo un robot, e un uomo è molto più sofisticato del qualsivoglia robot si possa inventare. E a questo punto nell’ambito di questo momento essenziale della vita dell’uomo il ruolo della mamma è diverso da quello di papà. E la relazione madre-figlio è necessariamente diversa. La mamma porta il figlio in grembo 9 mesi, il papà interviene per pochi secondi all’atto creativo. E quindi la natura ha dotato la mamma di tutta una serie di caratteristiche fantastiche di cui ha parlato la dottoressa Zecchel della capacità relazionale, della capacità di saper valorizzare le caratteristiche o i bisogni della creatura che nasce. Papà e mamma, ruoli diversi e complementari, unitari, ruoli diversi, pari dignità.

Qualcuno mi critica di essere un maschilista, io non penso di essere tale anche se forse un po’ lo sono, ma sicuramente sono assolutamente d’accordo con la Zecchel che la donna vale molto di più dell’uomo; perché la donna in buona parte è capace di fare le cose che fa l’uomo, ma prendete un grande imprenditore di successo e mettetelo un weekend in casa con sei figli più o meno piccoli con la mamma fuori: uno sfacelo, e quello sogna “finalmente lunedì vado a riposarmi un po’ in azienda con 1000 problemi, 500 dipendenti, 200 clienti che non pagano, i fornitori che non consegnano le merci…”. Sciocchezze, rispetto a dover gestire una famiglia per un weekend, almeno io ho provato un po’ di volte e vi posso garantire che ho imparato molto sul valore della donna.

III punto: diversità di ruoli

Purtroppo la società occidentale, la società postmoderna tende a non riconoscere, come diceva la Zecchel, la diversità di ruoli e di bisogni dell’uomo e della donna e cerca di forzare la donna, scusate il termine, a scimmiottare l’uomo, cosa che vuol dire distruggere le proprie caratteristiche e non portare quel valore di cui parlava la Zecchel, di cui parla il Papa, di cui parlava il fondatore dell’Opera. Perché la donna ha delle caratteristiche enormi che la società occidentale di tipo maschilista, perché le femministe sono le maschiliste per eccellenza, tendono ad negare, ma perché questo? Siamo molto chiari, bisogna creare dei consumatori se no come faccio a produrre e se non produco non guadagno, per fare dei consumatori ho bisogno di distruggere la famiglia, perché allora ho delle specie di automi eterodiretti che io manipolo come voglio con i media che di fatto controllo perché prima devo controllare i media, devo controllare la cultura e poi posso fare i soldi che voglio.

IV punto: matrimonio oppure no

È la differenza tra l’essere sposato e il non essere sposato. È chiaro che se io non sono sposato, sia uomo che donna, sia donna che uomo, posso relazionarmi nei confronti del mondo del lavoro in modo completamente diverso. Se sono da solo posso supporre o assumere che sono responsabile del mio successo. Quando sono sposato il mio successo dipende dal successo della famiglia, cambia il livello di autonomia e di responsabilità. Non è accettabile che un uomo sposato dimentichi la sua responsabilità nei confronti della sua famiglia, come normalmente si tende a trasmettere.

V punto: formazione

È fondamentale, non soltanto che la società permetta alla madre di avere un ruolo determinante e costruttivo fuori dalla famiglia, ma bisogna ricordare al padre il suo ruolo in famiglia.

All’inizio degli anni Ottanta mi ricordo un famoso seminario fatto dall’IDF che è un’organizzazione internazionale che collega le associazioni che si occupano dei problemi formativi della famiglia, il tema di quell’anno era il ruolo della donna nella società. La cosa divertente è che fu annunciato i tema dell’appuntamento successivo che sarebbe stato a Città del Messico e che ho perso purtroppo sul ruolo dell’uomo in famiglia.

Questo normalmente ce lo dimentichiamo e io vorrei rienfatizzarlo oggi, perché è importante trovare il modo di dare alla società il beneficio delle potenzialità femminili che stiamo sprecando. Beh però le famiglie anche un po’ di più bisogno del ruolo del padre se no tiriamo su delle femminucce e non degli uomini. È una cosa quanto mai importante.

A questo punto come conciliare famiglia e lavoro?

5 flash.

1. Chiarire le priorità. Cioè aver ben chiaro che il successo personale non esiste se non è collegato al successo della famiglia, come diceva giustamente la Zecchel prima; se la donna non ha una famiglia felice a monte secondo me è uno sfacelo nell’impresa. Lo stesso si applica al padre. Professionisti con famiglie disastrate prima o poi creano danni dappertutto. Magari producono soldi, ma non fanno crescere le persone e io non penso che il fine della società sia il mucchio di quattrini che metto lì, ma avere dei professionisti validi, contenti, soddisfatti. Non musi duri, guerre intestine, cainitis (da un certo Caino che chi ha letto la Bibbia sa chi è) e sembra che adesso sia chiave la creazione di cainitis nelle aziende. Perché bisogna creare la competitività se no non hanno successo così facciamo che la gente litighi al proprio interno così l’azienda va meglio. Mors tua vita mea è uno slogan molto di moda. A me non piace.

2. Capire bene il ruolo del lavoro. Non è un fine, è un mezzo. Purtroppo la cultura contemporanea sembra abbia trasformato il lavoro in fine. Io lavoro per vivere non vivo per lavorare. Se no sarei un po’ un demente. Ecco purtroppo vi parla qualcuno che è arrivato a fare 400 ore di volo all’anno. Spostandosi da una parte all’altra del globo. Però qui c’è mia moglie, me la sono portata così può testimoniare se dico stupidaggini o se razzolo male quello che predico forse alla meno peggio, bisogna aver chiaro questo concetto fondamentale: il lavoro è un mezzo.

3. Ci deve essere una chiara scelta di coppia. Bisogna condividere all’interno della coppia il ruolo del lavoro e della famiglia per entrambi, cercando di arrivare ad un consenso. E questo è fondamentale da capire quando ci si guarda nelle palle degli occhi e si pensa che tutto sia idilliaco (ovvero formazione dei giovani). La vita familiare è una cosa seria, non un giochino perché si sta bene insieme.

4. Difendiamoci dai falsi valori di cui ci bombardano i media, difendiamoci dai media. Smettiamo di dire “c’è scritto sul giornale” o “l’ha detto la televisione”. Quando sento fare questi ragionamenti mi sembra di avere a che fare con i baluba delle collanine di Colombo quando è arrivato in Centro America. Dobbiamo insegnare ai nostri figli ad avere giudizio critico e dobbiamo averlo noi. Se noi crediamo troppo a quello che dicono i media, scusate, siamo delle mezze figure. Non siamo delle persone. Cioè persone capaci di interpretare le notizie più o meno strumentalizzate che ci buttano addosso, per quanto riguarda cosa è rilevante in una sfilata, come diceva il dottor Vanzini. Dovete dare per scontato che sui giornali c’è quello che fa scoop, non quello che è importante, quello che c’è di importante bisogna andare a cercarlo di nascosto. Una cosa divertente che mi è stata detta è che mentre le agenzie di stampa buttano fuori parecchie migliaia di informazioni al giorno, dell’ordine dei 10.000 e dei 15.000, un giornale valido ne butta fuori dalle 700 alle 800, la televisione ne butta fuori da 10 a 15. Il tempo perso del telegiornale…

(Inciso: una cosa fondamentale dell’educazione dei figli è l’esempio. Bisogna fare le cose insieme ai figli.

Ci sono un paio di concetti sull’eduzione dei figli che ho appreso dai miei genitori e che ho cercato di trasferire ai miei figli.

Il primo è che non bisogna insegnare ai figli a non fare cose cattive, è non lasciar loro il tempo per farle. L’importante è riempirli di cose buone che non insegnar loro a fare cose cattive.

Un’altra cosa importante che io ho visto è fare insieme ai figli avventure rilevanti. Una mia mania è stata che io mi ero proposto di portare tutti i miei figli entro 12 anni sopra 4.000 metri. È un’esperienza abbastanza rilevante. Io ho avuto la fortuna di poterlo fare e vuol dire far fatica, soffrire, ma perseguire un obiettivo, far qualcosa di differenziante, avere un’esperienza forte col papà.

Un’altra cosa molto importante è quella di coinvolgere i figli cosa che cerchiamo di fare nella manutenzione o nelle attività di famiglia. Con mia grande gioia ormai le riparazioni elettriche non le faccio più io ma le fanno i miei figli, ma come non le faceva più mio papà quando ho imparato io a farle. Esempio di generazione in generazione.

Un concetto fondamentale sull’educazione dei figli è quello delle radici e della cultura famigliare. Le piante diventano grandi e resistono alle tempeste se hanno le radici profonde. Gli uomini sono come le piante, se la famiglia ha delle tradizioni profonde che si passano di generazione in generazioni, i valori che trasmetti restano. Lo sfascio della famiglia, il post ‘68 etc. secondo me è tutto collegato al dimenticare l’importanza della cultura e delle radici famigliari. Bisogna avere delle tradizioni di famiglia da difendere. Dalle preghiere alla sera a quello che si dice prima dei pasti ad avere dei punti di riferimento stabili anche geografici in cui passare le vacanze, ad attività culturali e sportive da fare insieme, a responsabilità sociali. È importante avere una cultura di famiglia che passa dal genitore al figlio. Questo è quello che poi resta per tutta la vita e che poi permette al figlio di resistere alle tempeste o agli uragani che il mondo gli presenterà sicuramente durante tutta la vita).

5. L’attività familiare è lavoro altamente qualificato. Io vorrei confrontare il lavoro che fa, scusate se uso quella professione ma ne posso usare una qualsiasi, la vigilessa, la segretaria o l’operaia, rispetto al lavoro che fa una madre che è psicologa, economista, dietologa, infermiera, dottoressa. Mia moglie ne becca molto di più di molti pediatri quando vede il bambino di un amico, su quali sono i suoi bisogni, ha avuto un po’ di esperienza, ma la validità della professione di madre è 100 volte superiore alla media delle professioni che sono disponibili alle donne in Italia. Certo ci saranno anche la grande avvocato, la grande commercialista, la grande manager, la grande imprenditrice, ma cosa sono? Lo 0,…% di chi lavora. Molto spesso le donne devono lavorare, anche se qualche volta si lavora in due non perché è necessario, ma perché ci si crea un fracco di bisogni inutili…

Cosa ci ha insegnato Monsignor Escrivá

Anche qui 5 flash molto rapidi.

I punto: il lavoro non è una punizione, ma la partecipazione alla creazione.

È il dono più bello che ha ricevuto l’uomo, la capacità di poter creare. Uno degli attributi più belli della divinità è la capacità creativa. Ci ha dato una parte di questo il Signore, ci ha dato un mondo perfezionabile perché noi lo perfezionassimo. “Il lavoro è la prima vocazione dell’uomo, è una benedizione di Dio, e si sbagliano, purtroppo, quelli che lo considerano un castigo. Il Signore, il migliore dei padri, ha collocato il primo uomo nel Paradiso, “ut operaretur” perché lavorasse” (Solco, 482).

Sappiamo che la fatica del lavoro è la punizione perché siamo stati birichini però penso che tutti quelli che fanno un lavoro interessante sanno benissimo che il lavoro gratifica. Se, come diceva il nostro macellaio che tagliava i maiali, ci si rende conto che lo faccio per amore di Dio.

II punto: i figli sono l’affare più importante della vita.

Messaggio su cui il fondatore dell’Opera ha insistito tantissime volte. Che è per antonomasia la creazione più bella. Chi rinuncia ad avere figli per fare attività professionali, poverino, non ha capito nulla della vita.

III punto: là dove c’è il tuo pensiero là c’è il tuo cuore.

Un messaggio che cito in modo indiretto, ma che in sostanza rappresenta molto una cartina di tornasole che il fondatore dell’Opera amava insegnare. Un esame di coscienza di cosa ci assilla nella testa. Il cliente che non paga, il collega che mi sta facendo le scarpe, o mio figlio che fa fatica a studiare? O mia moglie che è stanca? Dov’è il mio pensiero? È una cartina di tornasole per capire se abbiamo coerenza fra priorità valoriale e azione.

IV punto: la coerenza, la concretezza, la disponibilità verso il prossimo. Argomenti che ha tirato fuori il professor Faro. Potrei citarvi i passi del fondatore dell’Opera che ha parlato molto di questo. Non serve niente predicare più o meno bene se poi si razzola male, questo specialmente nei confronti dei figli. I figli saranno quello che noi abbiamo dimostrato di credere non quello che noi gli abbiamo detto.

V punto: è lo spirito di famiglia.

Il fondatore dell’Opera ha costruito tutta la spiritualità dell’Opera intorno al lavoro e intorno alla famiglia. Non l’ha costruita lui. È l’ispirazione che ha avuto. È un Opus Dei. E ci teneva molto a dirlo. E questo nome non l’ha inventato lui. Non sapeva come chiamare questa ispirazione che il Signore gli aveva dato e ad un certo punto un signore gli ha chiesto: “allora, come va quest’Opus Dei?”. E lui ha pensato: “Che bello, forse è questo il nome che il Signore voleva per questa iniziativa”. l valore divino dell’umano, il servizio, la gratitudine, la fraternità sono insite nella famiglia.

Riepilogando i cinque messaggi del fondatore dell’Opera:

1. Il lavoro non è una punizione ma un dono

2. I figli sono l’affare più importante

3. Dove c’è il tuo pensiero là c’è il tuo cuore

4. Coerenza, concretezza, disponibilità

5. Spirito di famiglia

Dico un po’ di ricette e poi ho finito il tempo.

Di ricette io ne trovo 2.

Ho fatto due raggruppamenti.

Prima che bisogna dedicare alla famiglia, risorse, attenzione e anche tempo. Si parla molto di tempo qualità perché quello che conta è la qualità del tempo, giustissimo, ma con la quantità minima la qualità non serve a niente. Quindi un minimo di tempo è necessario e questo minimo tutto sommato può essere un pochino allargato se siamo in buona fede. Perché noi diamo poco tempo alla famiglia perché siamo in malafede. Molto spesso. E ve ne parla uno che purtroppo di tempo alla famiglia non ne ha dedicato troppo, ne ha dedicato forse meno del dovuto, anche perché viveva in un ambiente in cui effettivamente non era facile estrarre tempo per la famiglia, però una cosa fondamentale quando parlo di questo tempo per la famiglia era che dovunque io ero in giro per il mondo tutti i giorni facevo delle lunghe telefonate a casa. E se la mia azienda può permettersi di spendere centinaia di milioni per mandarmi in giro per il mondo può permettersi anche di spendere un po’ di soldi per le telefonate che faccio a casa che sono un mio diritto. Perché insisto su questo. Perché la famiglia deve essere al centro del nostro cuore, la famiglia ha dei diritti quindi anche di tempo, magari non presenza fisica, poi ho anche scoperto che il modo migliore per comunicare con mia moglie è il telefono perché quando sei a casa non c’è mai tempo mentre il telefono crea un ponte non disturbabile. Infatti se volete parlare con qualcuno in ufficio è meglio se gli telefonate non che andate a trovarlo perché c’è sempre colui che chiama al telefono e ti interrompe. A parte la capacità o meno delle segretarie di filtrare che a volte funziona non troppo. E poi adesso con i cellulari, che sono senza filtro, è un disastro e se uno malaguratamente scova il tuo numero è un disastro sei morto, a meno che non registri il numero di chi non vuoi rispondere e allora non rispondi. È la tecnica migliore per gestirlo. Risorse, attenzione, tempo.

E poi il secondo argomento importante delle mie ricettine quelle personali è che bisogna donare alla moglie tre cose: gratificazioni, ringraziamenti, valorizzazioni.

Perché ringraziamenti per esempio. Prima di tutto perché ci ha dato dei figli. Io penso di aver avuto sei figli perché fin da subito mia moglie aveva le idee chiare sul valore della famiglia, la fatica l’ha fatta lei non l’ho fatta io.

Secondo perché dedica ai figli tanto tempo rinunciando ad una attività professionale diversa. L’uomo deve essere molto grato del tempo che la moglie dedica ai propri figli.

Terzo per i sacrifici che fa. Per il fatto che rende piacevole il nostro ritorno a casa. Anche se probabilmente è stanca tanto o forse più di noi. Il bel sorriso della moglie quando torni a casa ti ripaga di centinaia di problemi di ufficio. E anche la moglie ha diritto ad un sorrisino anche nostro non soltanto del muso quando arriviamo a casa. O le critiche perché c’è qualcosa che noti subito che non ti piace. Perché si fa bella per noi. Voi donne fatevi belle per i vostri mariti. Perché più siete belle voi e meno tentazioni ha il marito vostro. È un po’ un’utilità pratica a parte il fatto che poi mediamente ad una donna piace farsi bella e quindi questa non è una cosa tanto difficile. E poi una cosa per la quale ringrazio sempre mia moglie è la capacità di essere nostra consulente. Il nostro parafulmine. C’è qualcuno che dice che i problemi di lavoro non bisogna portarli a casa. Attenzione, non bisogna trasferire su altri certi problemi ma la comunicazione, la comunione presuppone di parlare delle preoccupazioni di lavoro anche casa e non è un errore. È una compartecipazione. Almeno questa è la mia esperienza personale.

Non solo ma molto spesso quando si parla di problemi di lavoro che prevalentemente sono di tipo relazionale le donne hanno un intuito che noi neanche ci sogniamo. Cioè loro vedono. Io trovo molto utile portare a casa mia a cena colleghi, clienti per avere poi il giudizio sull’affidabilità della persona. La donna ci piglia molto di più normalmente dell’uomo.

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