Dove finiscono i soldi delle famiglie italiane?

Spesa sanitaria e vacanze, gli “intoccabili” secondo l’Istat

 Come ogni anno nel mese di luglio l’ISTAT rilascia il Report “Spese per consumi delle famiglie” che diffonde le stime riferite all’anno precedente.

Lo scorso 6 luglio l’ISTAT rivela che la spesa media mensile delle famiglie italiane torna a crescere raggiungendo la stima di 2.524 euro, in aumento dell’1,0% rispetto al 2015 e del 2,2% nei confronti del 2013, anno di minimo per la spesa delle famiglie e ultimo anno di calo del Pil.

Ma prima di immergerci nei vari dati, presentiamo brevemente l’indagine periodica cercando di capire perché viene proposta e come viene raccolta e poi analizzata.

L’indagine sulle spese delle famiglie ha lo scopo di rilevare la struttura e il livello della spesa per consumi secondo le principali caratteristiche sociali, economiche e territoriali delle famiglie residenti.

L’indagine consente di conoscere e seguire l’evoluzione, non solo quantitativa, ma anche qualitativa, degli standard di vita e dei comportamenti di consumo delle principali tipologie familiari, in riferimento ai differenti ambiti territoriali, sociali e demografici. L’analisi è di tipo campionario e viene rilevata ogni mese dell’anno stratificando il campione in due fasi, quella comunale e quella familiare. Nel 2016, per esempio, sono stati coinvolti complessivamente 502 comuni, 52 autorappresentativi (che partecipano all’indagine ogni mese) e 450 non autorappresentativi (che partecipano all’indagine una volta a trimestre). Oggetto della rilevazione sono le spese sostenute dalle famiglie residenti per acquisire beni e servizi destinati al consumo familiare.

Fatto questo piccolo e non dispendioso cappello, ritorniamo ai dati!

L’istituto nazionale di statistica, presieduto da Giorgio Alleva, afferma che con un aumento del 1,0% rispetto al 2015 «Si consolida, ad un ritmo moderato, la fase di ripresa dei consumi delle famiglie avviatasi nel 2014, in un quadro macroeconomico caratterizzato dal quarto anno consecutivo di aumento del loro reddito disponibile, da un lieve incremento della propensione al risparmio e dal consolidamento della ripresa del Pil».

Diamo un’occhiata da vicino. E lo facciamo guardando ai dati da varie prospettive: l’evoluzione delle spese dal punto di vista dei beni e dei servizi acquisiti dalle famiglie nell’ultimo anno; la distribuzione di queste spese sul territorio nazionale (quanto ha speso in alimentari la regione X rispetto alla regione Y? Quanto la città Z rispetto al paesino J?); la propensione delle famiglie al risparmio, alla dimensione del “carrello di spesa” e alla sua composizione.

 

  1. Stime per composizione di spesa

La spesa media familiare al netto degli affitti figurativi[1] è stimata pari a 1.935,09 euro nel 2016, in aumento dell’1,3% rispetto al 2015. Tuttavia le singole categorie di spesa hanno un peso diverso all’interno del paniere alimentare e registrano variazioni diverse rispetto al 2015. Per esempio, seppur la carne si registri nuovamente la spesa più costosa per le famiglie, pari a 93,53 euro mensili, la spesa attuale è in calo del 4,8% rispetto all’anno precedente, ma segue le tendenze iniziate nel 2011 che paiono confermare una crescente attenzione verso una corretta alimentazione. Difatti le voci di spesa in aumento sono quelle di prodotti ittici e frutta, mentre le voci stabili sono quelle di pane, cereali e verdure. Per quanto riguarda la spesa in beni e servizi non alimentare si registra un aumento in media dello 0,9% (dal 2.057,87 euro mensili del 2015 si sale a 2.076,41 euro mensili nel 2016). Le voci più costose risultano quelle legate all’abitazione, al suo mantenimento e le utenze (acqua, elettricità etc.). Le voci in aumento considerevole sono relative alle spese per ristrutturazioni straordinarie (+26,4%), che interessano però un numero di famiglie numericamente limitato, e le spese per servizi ricettivi e di ristorazione (+4,8%, da 122,39 a 128,25 euro mensili), ricreativi, di spettacolo e cultura che registrano un +2,9% in media.

 

  1. Divario regionale e urbano

Le stime sulla spesa media rivelano una riduzione del gap Nord-Sud per quanto riguarda i livelli di spesa «pur permanendo ampie differenze strutturali sul territorio, legate ai livelli di reddito, ai prezzi e ai comportamenti di spesa, il gap tra i più elevati valori del Nord-ovest (2.839,10 euro) e quelli più bassi delle Isole (1.942,28 euro) si riduce, passando da quasi 945 a circa 897 euro nel 2016». Seppur la distanza tra Nord e Sud si stia riducendo sui livelli di spesa, per quanto riguarda la composizione della spesa esiste ancora un’evidente eterogeneità. Se nel Nord-Ovest si spendono mediamente 900 euro in più che nelle Isole, tale 46,2% di divario è direzionato su beni diversi. Vediamo la spesa del Nord-Ovest soprattutto concentrata su spese di trasporti e servizi ricettivi, quella del Nord-Est e del Centro indirizzata verso abitazione (sempre al netto degli affitti figurativi), acqua, elettricità, gas e altri combustibili (rispettivamente 37,5% e 40,9%). Il Sud e le Isole, invece, confermando la legge di Engel[2], mostrano una spesa alimentare che sale, rispettivamente, al 22,5% e al 22% (mentre Centro-Nord spende un 16%) quando la media di spesa nazionale è del 17,7%.

Per quanto riguarda il divario urbano tra città metropolitane e i comuni periferici, le spese, sia in termini di livelli che di composizione, si differenziano per tipologia del comune in cui si vive. Le famiglie residenti nei comuni centro di area metropolitana spendono ogni mese, in media, 2.899,21 euro (+10,2% rispetto ai 2.630,27 euro del 2015), ovvero 376 euro in più di quelle residenti nei comuni periferici delle aree metropolitane o in quelli con almeno 50mila abitanti. La differenza è di 491 euro in più rispetto alle famiglie residenti nei comuni più piccoli (fino a 50mila abitanti) che non appartengono alla periferia delle aree metropolitane. La causa principale di tale divario risiede nella composizione del paniere di beni che è diversa per famiglie residenti nei piccoli centri urbani e per quelle residenti nei centri metropolitani. La crescita della spesa media mensile per beni e servizi non alimentari delle famiglie residenti nelle città metropolitane è sempre in aumento. Se il livello di spesa in termini assoluti è di gran lunga più alto nelle aree metropolitane questo non è sicuramente giustificato dai beni alimentari (14,8% contro oltre il 18% degli altri comuni). Nelle città metropolitane le spese per l’abitazione pesano sul bilancio familiare per il 44,0%, rispetto al 32,7% che si rileva nei comuni fino a 50mila abitanti al di fuori delle aree metropolitane.

 

  1. Caratteristiche delle famiglie e comportamenti di spesa

La spesa media mensile dipende non solo dalla geo-localizzazione delle famiglie, ma anche dalla loro composizione, origine etnica e grado di istruzione del capofamiglia.

Per esempio, la spesa aumenta al crescere dell’ampiezza familiare anche se l’aumento è meno proporzionale visto che varia il peso delle voci di spesa nelle quali si può ottenere più economia di scala: per esempio la spesa dell’abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili passa dal 42,2% delle famiglie monocomponente al 28,7% di quelle numerose (>5 figli), mentre spese come alimentazione (2,6% nelle famiglia monocomponente e 3,9% in quelle numerose) e abbigliamento (rispettivamente 4,0% e 6,0%) crescono all’aumento del nucleo familiare.

Le spese più basse si registrano per le famiglie monocomponente di 18-34 anni (1.715,55 euro) o di 65 anni (1.634,57 euro), per quelle composte da soli stranieri (1.582,94 euro) e per le famiglie la cui persona di riferimento ha un basso titolo di studio (1.725,35 euro) o è in cerca di occupazione (1.736,37 euro). Per queste tipologie di famiglie le voci di spesa più costose e incombenti sono quelle destinate ai bisogni primari (alimentari, abitazione e servizi per la casa), e quelle legate all’assistenza sanitaria. L’incidenza di entrambe le voci sul budget familiare aumenta all’aumentare dell’anzianità.

Il ciclo di vita influenza in maniera molto variabile anche la spesa di trasporti, l’incidenza dei servizi recettivi e di ristorazione.

Se andiamo ad analizzare invece i livelli e la composizione di spesa rispetto al titolo di studio della persona di riferimento dell’indagine, ovviamente troviamo che i livelli di spesa più alti sono associati a condizioni socio-economiche più elevate dovute a titoli di studio più avanzati (3.550,31 euro mensili di spesa per le famiglie con persona di riferimento laureata contro i 1.725,35 euro mensili per le famiglie in cui il rispondente ha al massimo la licenza elementare). Tuttavia, sia i livelli che la composizione di spesa non sono solo giustificati dal titolo di studio, ma anche dalla distribuzione per età a seconda del livello di istruzione: nel campione i coloro che hanno titoli di studio più elevati sono i più giovani che anche con i figli a carico hanno un menù di preferenze di spesa diverso dal resto del campione. La spesa dei giovani si estende a beni e servizi non primari, quali la ricreazione (6,3% contro una media del 5,2%) e la ristorazione (6,8% mentre la media è del 5,1%), mentre quella delle fasce più anziane (e meno educate) si concentra sui beni primari come alimentari, abitazione (68,5%) e sanità (5,9% contro una media del 4.5%). La variabilità dei livelli e delle composizioni di spesa segue le stesse dinamiche quando le associamo alle condizioni professionali della persona di riferimento. Ritroviamo, dunque, livelli di spesa alti per gli imprenditori e liberi professionisti (3,586.18 euro mensili) e più bassi per le persone in cerca di occupazione (1,736,37%). E ritroviamo la legge di Engel rispettata nella composizione dei panieri di spesa: le famiglie che si trovano in situazioni economiche precarie destinano più risorse al soddisfacimento dei bisogni primari, come quella per gli alimentari.

Infine, l’ultimo risultato riguarda la propensione al risparmio delle famiglie intervistate. Rispetto al 2015 l’attitudine delle famiglie italiane al limitare il budget di spesa si riduce rispetto al 2015. La quota di famiglie che hanno tentato di limitare la spesa riducendo quantità o qualità dei beni passa dal 53,8% nel 2015 al 47,4% nel 2016 per quanto riguarda gli alimentari. Le voci di spesa che rimangano oggetto di tagli sono l’abbigliamento e le calzature (il 60,2% delle famiglie italiane), mentre le voci “intoccabili” (quelle su cui si registra una quota famiglia più bassa) sono quelle legate alla spesa sanitaria e alle vacanze.

In conclusione, torna a crescere la spesa delle famiglie italiane, ma i consumi restano sotto i livelli raggiunti nel 2011. Il rapporto ci mostra un’Italia che cerca di rimediare al divario Nord-Sud nei consumi, nonostante l’eterogeneità nella composizione del “carrello di spesa” persista. È un’Italia ancora divisa a livello territoriale, ma di certo più attenta alla sua dieta e alla sua cultura.

 

Francesca Lipari

Phd Università di Tor Vergata, Roma, Assegnista di ricerca, Lumsa, Ricercatrice FMV

 

Note

[1] L’affitto figurativo è una componente non monetaria della spesa per consumi delle famiglie che vivono in abitazione di proprietà, usufrutto o in uso gratuito o che sono proprietarie di un’abitazione secondaria; rappresenta il costo che queste dovrebbero sostenere per prendere in affitto un’unità abitativa con caratteristiche identiche a quella in cui vivono. Viene misurata per avere un confronto più preciso tra le condizioni economiche delle famiglie con di verso titolo di godimento dell’abitazione. In termini operativi, per l’indagine sulle spese alle famiglie viene chiesto di indicare il valore del canone mensile che potrebbero ottenere affittando l’abitazione.

[2] La legge di Ernst Engel, che prende il nome dallo statistico tedesco che l’ha enunciata, stabilisce che dove le famiglie hanno mediamente minori disponibilità economiche pesano di più le spese destinate al soddisfacimento dei bisogni primari, quale appunto è quella per gli alimentari.

 

Per una visione più approfondita dei dati i principali risultati della rilevazione sono disponibili anche sul data warehouse I.Stat (tema: “Condizioni economiche delle famiglie e disuguaglianze”).

 

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