La crisi economica della famiglia: condanna o possibilità di riscatto?

Riflessioni a margine della conferenza: Famiglia vulnerabile: inclusione finanziaria e sociale. Di famiglia si parla molto; gli osservatori economici e gli enti di ricerca statistica vi dedicano assiduamente indagini e nell’agone politico, soprattutto in tempi di campagna elettorale, non v’è chi non abbia questa parola sulle labbra.

Da sempre la famiglia viene posta al centro di analisi e programmi giacché il suo stato di salute è considerato indicativo del livello di benessere reale di una società. Ci si aspetterebbe pertanto di vedere la famiglia italiana circondata da una serie di prerogative sul piano della tutela sociale, finanziaria, fiscale e legislativa.

Come è noto invece, nel nostro paese la situazione non è così rosea e anche se il contesto familiare continua a costituire il fondamentale collante che assicura la tenuta della società, è di tutta evidenza come esso sia da anni costretto a doversi confrontare con gli effetti di una crisi perdurante: difficoltà a trovare lavoro per i giovani e difficoltà a ricollocarsi per i meno giovani che il lavoro lo hanno perso, alta imposizione fiscale e potere d’acquisto in progressiva erosione hanno reso molte famiglie più esposte al rischio di un indebitamento eccessivo.

Se ne è parlato alla conferenza-dibattito Famiglia vulnerabile: inclusione finanziaria e sociale, organizzata e ospitata dal Dipartimento di Diritto ed Economia delle Attività Produttive dell’Università Sapienza di Roma, nell’ambito del mese dell’educazione finanziaria promosso dal Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria.

Alla conferenza hanno partecipato, oltre al Direttore del Dipartimento, Prof.ssa Paola Ferrari, i ricercatori Francesco Pacileo, Daniele Imbruglia, Pier Luca Cardella, Federica Ricci, Antonietta Cosentino ed Emanuela Fiata.

L’occasione è stata utile per fare il punto sugli strumenti a disposizione delle famiglie in situazioni di difficoltà economica.

Il susseguirsi degli interventi ha permesso di ricostruire il percorso storico che, specie in seguito alla Grande depressione del 1929, ha portato alla consapevolezza della necessità di fornire agli investitori tutte le informazioni utili ed adeguate per comprendere le caratteristiche e i margini di rischio delle proprie operazioni.

Il passaggio successivo è stato quello di sottolineare l’importanza di una formazione di base in ambito finanziario, anche al fine di poter prevedere e neutralizzare errori tipici degli investitori poco esperti, quali sono nella maggior parte dei casi i componenti del nucleo familiare. Costoro infatti, muovendosi su base emotiva e su errate percezioni della realtà, finiscono sovente per compromettere il buon esito di un investimento, mettendo così a rischio la propria stabilità economica.

È anche su tale consapevolezza che si fonda il sistema del microcredito, esempio virtuoso di una finanza usata quale misura di inclusione sociale e di educazione ad un corretto uso delle proprie risorse, che nel nostro paese, viste le sue intrinseche caratteristiche, potrebbe e dovrebbe essere maggiormente sponsorizzato e supportato.

Ad ogni buon conto, fra gli strumenti giuridici a disposizione della famiglia che si trovi in difficoltà economica, il più innovativo e rilevante è senza dubbio l’accesso alle procedure previste in caso di sovraindebitamento dalla l. 3/2012, fra cui va ricordato in particolare il “piano del consumatore”. Si tratta di strumenti di introduzione relativamente recente e potenzialmente di grande impatto sociale, che però incontrano ancora qualche difficoltà a passare dalla carta ad un ampio e pacifico riconoscimento nei tribunali.

Meno positivo il giudizio emerso sul Reddito di Cittadinanza il quale, lungi dal concretarsi quale strumento di reddito discendente dalla mera appartenenza di un soggetto al nostro paese, per come ad oggi impostato si rivela essere un mezzo talmente articolato e complesso a causa delle condizioni di richieste per l’accesso e il mantenimento dei benefici previsti, da non costituire una risorsa efficace.

A giudizio di chi scrive, dalla conferenza emergono alcune chiavi di lettura dell’attuale situazione delle famiglie indebitate. Anzitutto sembra cadere progressivamente quello stigma sociale che storicamente accompagna il soggetto fallito. Gli anni di crisi, uniti ad una rinnovata cultura finanziaria che ha messo, tra l’altro, in discussione le condotte dei soggetti “forti” dei marcati globali, hanno contribuito anche in Italia a creare una cultura che pone l’attenzione sul concetto di empowerment, cioè sulla necessità di reinserire nel circuito economico quei soggetti incappati in una crisi finanziaria, all’esito di un percorso che li porti non solo a saldare i conti con i propri creditori ma soprattutto ad acquisire maggior cognizione riguardo ai motivi che li hanno portati al dissesto, così da poterli evitare in futuro.

È questa d’altronde l’architrave su cui poggia la l. 3/2012, che infatti opera non in una logica sanzionatoria e afflittiva ma nell’ottica di un recupero della persona e con essa di tutto il mondo che vi ruota intorno, anche a discapito del pieno soddisfacimento delle aspettative dei creditori.

Per contro, l’impatto sociale di tale legislazione non appare, come detto, pienamente realizzato, vuoi per una scarsa conoscenza da parte dell’opinione pubblica, vuoi per una certa prudenza della giurisprudenza nel riconoscere ad interpretare in maniera estensiva le misure in questione.

Si tratta di timori pienamente legittimi giacché è innegabile il rischio di abusi, tuttavia non può negarsi come in alcune occasioni gli approdi giurisprudenziali siano parsi tali da relegare la ratio legis voluta dal legislatore al livello di mera dichiarazione di principio priva di apprezzabili ricadute concrete.

Il nodo da sciogliere resta senza dubbio la definizione del concetto di meritevolezza, sia che si tratti di individuare ex post chi possa accedere ai benefici delle procedure da sovraindebitamento, sia che si debba procedere ad una corretta valutazione ex ante da parte degli istituti di credito al momento di concedere un finanziamento.

Gli scandali finanziari degli ultimi anni hanno portato il legislatore a porre sulla banca non solo il dovere di informare i propri clienti in modo completo e trasparente, ma anche una responsabilità correlata alla corretta individuazione dei soggetti che possono essere finanziati; in questo senso si muove anche il nuovo Codice della Crisi d’impresa e dell’Insolvenza (d.lgs. n. 14/2019).

Certamente trattasi di una doverosa precauzione, utile ad evitare l’insorgere di quelle situazioni di insolvenza che tanti danni hanno provocato al sistema economico e quindi alla società intera. Nondimeno l’effetto combinato di una giurisprudenza restrittiva e di una valutazione molto severa in fase di concessione dei finanziamenti, rischia di precludere ad ampie parti di popolazione l’accesso al credito, creando una cesura netta fra i “meritevoli” e coloro che non lo sono, secondo un criterio che guarda esclusivamente alla solidità finanziaria e nulla ha a che vedere con valori etici.

È proprio qui forse che risiede il problema; l’etica può davvero restare fuori da queste decisioni? Si tutela – giustamente – l’affidabilità del sistema finanziario, ma fino a che punto si possono ad essa sacrificare i progetti di vita delle persone e con essi la nascita e lo sviluppo di tante famiglie? Siamo sicuri che in questo modo si generi fiducia nella società e nei mercati? Occorre naturalmente trovare un equilibrio fra istanze opposte e comunque imprescindibili, ma la domanda fondamentale a cui si deve rispondere è se la finanza e il diritto siano al servizio dell’uomo – e quindi della famiglia – o viceversa.

Gian Marco Pellos

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