Il ruolo delle emozioni

Psicologia clinica e psicoterapia.

Intervista a Chiara Spatola, psicologa clinica e psicoterapeuta, dottore di ricerca in Psicopatologia dello Sviluppo. Docente presso la Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e presso l’Istituto Universitario Sophia. Svolge attività di ricerca in psicologia clinica e della salute in collaborazione con università ed enti di ricerca italiani e stranieri. Nella sua attività clinica si occupa di psicoterapia comportamentale e cognitiva, Mindfulness, terapia di coppia e sostegno alla genitorialità.

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FMV: Lei si occupa di Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva ed è dottore di ricerca in Psicopatologia dello Sviluppo. Che valore hanno le emozioni nel suo lavoro?

CS: Le emozioni nel mio lavoro rappresentano un aspetto fondamentale. Noi essere umani siamo costantemente immersi in un flusso di emozioni, anche se spesso non ne siamo del tutto consapevoli. Ci accorgiamo delle emozioni solo quando sono particolarmente intense. Spesso, poi, ad attirare la nostra attenzione sono soprattutto le emozioni spiacevoli, che vorremmo subito controllare o eliminare dalla nostra vita. Questa fretta di liberarci delle emozioni scomode può portarci a volte ad agire in modo impulsivo, perdendo di vista ciò che ci sta più a cuore. Accade ad esempio che una scelta importante e significativa porti con sé un bagaglio di emozioni “negative”. Cosa accade se non siamo in grado di accettarle o di affrontarle? Accade che siamo tentati di cambiare strada, solo per evitare di sentire queste emozioni.

Per questo nel mio lavoro cerco di aiutare le persone, adulti e bambini, ad avere un rapporto più sereno e consapevole con le proprie emozioni e con quelle altrui.

FMV: Quali sono le sfide emotive che i bambini e/o gli adolescenti sono chiamati ad affrontare nel contesto contemporaneo?

CS: Io penso che oggi una grande sfida per i più giovani sia quella di imparare a coltivare la propria dimensione interiore, emotiva ed affettiva, e al tempo stesso costruire relazioni autentiche. L’intelligenza emotiva è rappresentata proprio da un rapporto fluido, reciproco  tra queste due dimensioni: quella interiore e quella relazionale. Più sono in grado di conoscere e comprendere me stesso e le mie emozioni, più sarò in grado di comprendere le emozioni dell’altro, mediante l’empatia. E viceversa.

Oggi i bambini e gli adolescenti, come d’altronde anche gli adulti, sono abituati a ritmi molto intensi. Nelle pause tra un’attività e l’altra, c’è spesso un tablet, una TV o uno smartphone disponibile ad intrattenerli. In questo modo non si abituano a stare in contatto con se stessi,  a riflettere, a sviluppare la consapevolezza di sé e delle proprie emozioni. D’altra parte anche le capacità relazionali ed empatiche spesso non vengono allenate adeguatamente. Noi siamo esseri relazionali, e abbiamo tutto un alfabeto emotivo che coinvolge il corpo, lo sguardo, la postura, il contatto. Pensiamo all’espressione del viso. Essa esprime le nostre emozioni, anche quando non abbiamo il coraggio o la possibilità di esprimerle a parole.

Questa dimensione corporea della relazione oggi rischia di assottigliarsi progressivamente, complice anche la pandemia che ci ha abituati ad interagire attraverso uno schermo. I ragazzi e le ragazze si incontrano spesso in un mondo virtuale, giocano insieme, ma stando ciascuno a casa propria, seduti sul proprio divano. Le amiche si scambiano confidenze mediante messaggi vocali. Ciascuna li potrà ascoltare quando avrà tempo e voglia. Un dialogo in modalità asincrona, in cui non si condivide più né lo spazio né il tempo della comunicazione.

Con questo non voglio dire che l’utilizzo della tecnologia sia sempre da condannare, in molti aspetti ci aiuta ed è un valido canale per comunicare. È importante però non dimenticare che come esseri umani, per sviluppare pienamente il nostro potenziale, abbiamo bisogno di coinvolgerci pienamente nelle relazioni, non in maniera frammentata e riduttiva.

Quando una relazione è autentica e profonda, quando coinvolge tutte le dimensioni della persona, inclusa quella corporea, acquisisce un significato particolare, ha un potenziale trasformativo, permette alla persona di crescere, di conoscersi, di capire meglio la propria identità proprio grazie al contatto, al confronto, alla reciprocità che si genera con l’altro, sia in famiglia che fuori dalla famiglia.

FMV: In che modo è possibile supportare la genitorialità grazie all’ausilio dell’intelligenza emotiva?

Essere genitori oggi è molto difficile, non solo da un punto di vista pratico e organizzativo, ma soprattutto dal punto di vista emotivo. Nella mia esperienza con le famiglie, mi sono resa conto di quanto sia prezioso il ruolo dell’intelligenza emotiva nel rapporto con i figli e all’interno della coppia genitoriale.

Da un lato essa permette di essere più consapevoli dei propri vissuti. Ad esempio, se un genitore capisce di essere troppo stanco e nervoso al rientro dal lavoro, può essere utile fare un piccolo esercizio di respirazione per ritrovare l’equilibrio e la calma, prima di entrare in casa e incontrare la propria famiglia. Può apparire banale, ma è qualcosa che può fare la differenza. Affinché questa abitudine entri nel proprio repertorio di comportamenti, di solito occorre un po’ di allenamento. Quando siamo immersi nella frenesia del fare, perdiamo spesso contatto con le nostre emozioni. Esse rimangono così sotto la superficie della consapevolezza e ci influenzano facendoci diventare reattivi, come una molla pronta a scattare. Se invece siamo sensibili e compassionevoli nei confronti di noi stessi, possiamo prenderci cura delle nostre emozioni, senza dover per forza arrivare al limite. Quando avremo messo in sicurezza, o per così dire in pace, la nostra dimensione emotiva, saremo certamente più pronti per sintonizzarci con il vissuto dei nostri figli e per relazionarci con loro come il genitore che vorremmo essere.

L’intelligenza emotiva è molto importante anche all’interno della coppia genitoriale, in quanto aiuta a non essere centrati solo sulla propria prospettiva, aiuta ad accettare la diversità dell’altro/a, che può creare disagio o conflitto, ma è anche un’opportunità di crescita e di arricchimento.

Due genitori che sanno armonizzare le proprie differenze attraverso l’intelligenza emotiva, l’empatia e il dialogo sono genitori più flessibili ed efficaci nel loro compito educativo.

FMV: Il suo insegnamento all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano è denominato “Consapevolezza Accettazione e Valori”. Qual è il valore aggiunto di un modulo di questo tipo nella formazione dei suoi studenti?

CS: Come dice il titolo, questo insegnamento poggia su tre pilastri. Il primo è la consapevolezza. Essa ci permette di osservare e notare la realtà esteriore ed interiore, disinnescando quella modalità di funzionamento che viene definita “pilota automatico”. Pensiamo a quando siamo immersi nei nostri pensieri e preoccupazioni: siamo presenti fisicamente, ma la nostra testa è altrove. Passare ad una modalità di funzionamento consapevole vuol dire riuscire a concentrarsi pienamente su ciò che accade momento per momento.

Il secondo pilastro è l’accettazione. Tante cose nella vita sfuggono al nostro controllo, comprese le nostre emozioni. Ci sono momenti difficili e dolorosi, aspettative che vengono deluse. È molto importante capire quali aspetti della realtà (e di noi stessi!) possiamo cambiare, mediante le nostre azioni, e quali aspetti dobbiamo imparare ad accettare se non vogliamo intraprendere un’estenuante lotta interiore. L’accettazione ci permette di avere più energie da dedicare a ciò che è veramente importante.

E infine il terzo pilastro: i valori. Essi rappresentano ciò che più conta nella nostra vita. Se siamo connessi con i nostri valori, se ci lasciamo guidare da essi, la vita sarà più piena e significativa, pur attraversando momenti ed emozioni difficili.

Questi tre aspetti, a mio parere, sono molto importanti nella formazione delle psicologhe e degli psicologi di domani, sia come risorsa personale, che come strumento da applicare, in maniera flessibile, nei contesti di prevenzione e di cura in cui andranno ad operare.

FMV: Nella sua esperienza con genitori e figli si sarà confrontata con questioni relative alla conciliazione famiglia-lavoro. L’intelligenza emotiva può essere utile anche in questo ambito?

CS: Certamente. Penso che oggi conciliare famiglia e lavoro sia davvero una sfida. Con la pandemia e la crescente diffusione dello smart working il confine tra vita lavorativa e familiare per alcune persone si è assottigliato ancor di più, per altre è quasi sparito. Uno dei timori più frequenti nei genitori che lavorano è quello di non riuscire a dedicare ai figli abbastanza tempo. Su questo aspetto penso che si debba lavorare molto anche in termini culturali e sociali, facendo sì che il tempo da dedicare alla famiglia sia protetto, non solo per le mamme, ma anche per i papà.

Un altro aspetto, a mio parere ancora più importante riguarda il “come” stiamo con i nostri figli. Essi infatti hanno bisogno di un’attenzione piena, non frammentata. Troppo spesso li ascoltiamo, essendo distratti da altro, dalle e-mail, dai messaggi delle numerose chat, dalla TV accesa in sottofondo. È fondamentale invece che ci siano dei momenti in cui siamo completamente concentrati su di loro, ad ascoltarli, a guardarli negli occhi, in modo da poterci sintonizzare con ciò che stanno vivendo. Ed è proprio grazie all’intelligenza emotiva, a questo rapporto equilibrato e consapevole con le nostre emozioni, che possiamo fare spazio al mondo emotivo dei nostri figli, vivendo pienamente il tempo che condividiamo con loro.

Un’altra cosa che consiglio ai genitori è lasciar andare le aspettative di perfezione. Anche quando ci impegniamo per essere presenti ed efficienti su tutti i fronti, ci scontriamo con i nostri limiti o con quelli altrui. Se accettiamo l’imperfezione, se non indugiamo troppo sul passato e su cosa è andato storto, se siamo capaci di perdonarci e di perdonare, sicuramente avremo tante più energie da dedicare alla famiglia, a noi stessi, e a tutto ciò che ci sta più a cuore.

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