La tecnologia che sostiene

Un uomo e un esoscheletro in sala operatoria

Marco Dolfin è un chirurgo ortopedico dell’Ospedale San Giovanni Bosco di Torino, marito e padre di due gemelli. L’11 ottobre 2011, rientrato dal suo viaggio di nozze, ha un incidente che gli impedisce di camminare. Oggi però continua ad operare grazie all’ausilio di un esoscheletro, una carrozzina verticalizzabile, progettata dall’officina ortopedica Maria Adelaide, che gli consente di mantenere la posizione eretta durante gli interventi chirurgici.

A sostenerlo in questa sfida continua, prima ancora che l’esoscheletro, la sua famiglia, e la sua passione sportiva, che lo porta a partecipare alle Paraolimpiadi del Brasile nel 2016.

FMV lo ha ha intervistato per chiedergli di raccontare la sua esperienza professionale e personale. Di seguito riportiamo l’intervista e un contributo video.

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L’“aggiustatore” – come è stato definito da qualcuno – che è anche “aggiustato”: come è cambiato il suo modo di essere medico dopo l’incidente?

Come attenzione al paziente, come tipo di rapporto, se dovessi fare un paragone tra adesso e prima, a me non sembra sia cambiato particolarmente. Pur essendo stato per parecchio tempo paziente, non mi sono mai tolto completamente il camice da medico. Forse ho sviluppato una maggiore attenzione su piccole cose che potevano essere fatte in maniera diversa o con un’altra considerazione. Però il mio modo di pormi nei confronti del paziente, quello non è cambiato.

 

Medicina, atletica, famiglia: tanti “mondi”, una sola vita. Cosa la definisce maggiormente?

Sono tre cose per me importanti, sia prima dell’incidente, che durante e dopo. E lo sono tuttora, anche dopo questo grande cambiamento. L’ambito sportivo, quello della competizione, mi è sempre piaciuto e servito anche come valvola di sfogo. Nell’ambito professionale, collegato anche alla passione per il tipo di lavoro che faccio, mi piace essere sempre un po’ alla ricerca non tanto della perfezione, ma del continuo miglioramento. Come marito e padre, il mio compito è sempre abbastanza impegnativo. In tutti questi ambiti non mi sento mai arrivato completamente, perché c’è sempre da imparare e da migliorare.

Del resto, ciò con cui mi relaziono è di per sé in continua evoluzione: i bambini crescono, le tecnologie avanzano e in ambito sportivo il panorama, sia come avversari che da un punto di vista fisico, cambia continuamente. Quindi si tratta di ottimizzare, per ogni singolo ambito, momento e relazione, quelle che possono essere le possibilità a disposizione.

 

Dalla riabilitazione ad oggi è stato un percorso impegnativo: la cosa più bella e quella meno bella che si sente di condividere? 

Cose belle e cose brutte ne sono successe tante, per fortuna, perché poi il vantaggio dell’uscire vivi da una situazione come la mia è avere comunque una serie di abilità ancora a disposizione, che mi hanno dato molte possibilità in più. Tanti momenti, purtroppo negativi, sono collegati alla consapevolezza e allo scoprire un mondo completamente nuovo, con difficoltà quotidiane e nella programmazione, sia nel lavoro che nella vita familiare. Le soddisfazioni che sono arrivate sono però tante. Anche per questo sono sempre un po’ alla ricerca sempre di nuovi momenti positivi, di nuove soddisfazioni. Sicuramente il fatto di aver avuto due bambini ha contribuito a dare stimoli in più, oltre che, sia a me che a mia moglie, una grossa gioia. Dal punto di vista lavorativo, la consapevolezza e la possibilità di poter riprendere a fare la chirurgia come piace a me, in un determinato modo, anche se con aiuti esterni, sono state sicuramente anche quelle una bella vittoria. E poi dal punto di vista della soddisfazione sportiva, il momento più alto è stato la partecipazione alle Paraolimpiadi nel 2016. Il “guaio” è che proprio perché “l’appetito vien mangiando” si cerca sempre di migliorare ulteriormente, nonostante le tante soddisfazioni che già ci sono state.

 

Lavoro e tecnologia: lei è un esempio del buono che l’uomo riesce a fare con le macchine. Come cambia la sua percezione professionale dentro o fuori il suo esoscheletro?

In realtà non cambia. Nel senso che a me interessava un obiettivo preciso: riprendere ad operare come prima. Dovevo solo capire e provare concretamente con quale mezzo riuscirci. Sicuramente la tecnologia da questo punto di vista mi ha dato una grossissima mano. Anzi, posso dire che è per me praticamente indispensabile. Costruire l’esoscheletro è stata un’opera lunga di studio e prove, lontano dal paziente prima di raggiungere il risultato finale. E in questo percorso ci sono state gioie e delusioni, prima di riprendere ad operare. Magari anche con qualche sforzo fisico in più da parte mia, ma sempre senza limiti per quella che poteva essere la qualità del mio intervento percepita dal paziente. Cioè senza rischi aggiuntivi, mantenendo il mio livello di prima. Questo ci tengo a sottolinearlo, perché mi è stata mossa qualche critica proprio relativamente a questa carrozzina elettronica, come se potesse creare chissà quale tipo di complicanze o rischi. Il requisito di partenza è sempre stato scegliere la soluzione che in nessun modo poteva apportare un rischio per il paziente. Da lì in avanti sono state solo prove tecniche per mettermi a mio agio e consentire a tutto il personale di sala operatoria di operare in condizioni normali.

 

Secondo lei un giorno ci saranno solo i robot nelle sale operatorie? 

Diciamo che nel nostro tipo di lavoro l’imprevisto purtroppo è sempre dietro l’angolo. Quindi sicuramente la tecnologia, in diversi campi e in diversi modi, ha reso anche più semplice il nostro lavoro. Ma può aver aggiunto anche qualche difficoltà, da un punto di vista di gestione di imprevisti e di capacità tecniche per esempio, perché una volta che alcune cose ci si è abituati al fatto che vengano eseguite in maniera automatica, nel momento in cui c’è la possibilità di un qualunque tipo di guasto, bisogna cavarsela con le proprie mani. Questo per dire che ad avere sale operatorie esclusivamente di robot la vedo difficile, perché operando sugli esseri umani e non sulle macchine, con una diversità di età, tipologia di paziente, conformazione, storia clinica, ogni volta è un po’ come la prima volta. È difficile che un robot possa prevedere qualunque cosa; se programmato correttamente può essere sicuramente d’aiuto, ma agire senza una mano realmente umana la vedo difficile.

 

Il rapporto medico-paziente: che insegnamenti può dire di aver acquisito in merito nel suo lavoro?

Sono stato un paziente diciamo non pazientissimo, nel senso che avendo anche un certo tipo di conoscenze ero sempre un po’ alla ricerca del modo più immediato, non dico di guarire, ma di provare a recuperare un certo tipo di autonomia. Quindi sono stato un paziente un po’ anomalo.

Sicuramente il rapporto medico-paziente, per come lo concepisco io, è provare, nella maggior parte dei casi, a trovare una soluzione che possa dare al paziente ciò che io come medico posso offrirgli al meglio. Intendo che non sempre le visioni del pericolo sono realmente condivise e bisogna essere bravi a spiegare che cosa si può offrire e che cosa no, e anche in base alla situazione di partenza andare alla ricerca del miglior modo possibile. Poi purtroppo le complicanze, in questo tipo di lavoro, sono sempre dietro l’angolo e bisogna essere bravi a gestire qualunque tipo di evenienza, a volte spiegando, a volte anche imponendosi, quando si vede che la necessità medica ha bisogno di prendere strade difficilmente condivisibili in tutto dal paziente, ma che poi alla fine possano portare a quello che è il risultato ottimale per lui. È un rapporto molto complesso, che mi piace sempre impostare su un dialogo che si basa su conoscenza, esperienza e consiglio.

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Si ringrazia Francesco Alessandro Armillotta per il materiale fotografico e video utilizzato in La tecnologia che sostiene, un contributo ulteriore che fa da corredo a questa intervista.

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