Guardarsi nelle mutande per mettere la famiglia in mutande

Ma che cos’è una famiglia?, ultimo libro di Fabrice Hadjadj, raccoglie quattro interventi di grande attualità sui temi della famiglia, della relazione tra i sessi, dell’impatto delle nuove tecnologie sulla nostra quotidianità e del mistero della nascita in vivo.

Fabrice Hadjadj, “un ebreo con un nome arabo di confessione cattolica”, come ama presentarsi, è filosofo e professore, ma è soprattutto un uomo che non ha paura di chiamare le cose con il loro nome e trattarle per quello che sono. È un campione del pensiero forte, che preferisce sfondare porte aperte, piuttosto che spaccare un capello in quattro. Dimostra così che la verità (aletheia, svelamento) non solo è alla portata di tutti, sotto il naso di tutti, ma persino nelle mutande di tutti.

Nel suo primo intervento, Ma che cos’è una famiglia?, Hadjadj mette sullo stesso piano i pensatori descrittivi (paladini di una concezione relativista della famiglia, adattabile alla diversità di luoghi e persone) ed i prescrittivi, che, in nome del bene del bambino, costruiscono un ideale di famiglia perfetta con un intento moralizzatore. Entrambi gli approcci sono esatti, ma non veri: essendo normativi, sono incapaci di cogliere l’essenza più profonda della famiglia. Scrive Hadjadj: “La de-familiarizzazione della famiglia deriva dalle nostre migliori intenzioni di fondarla: invece di riconoscere, dal punto di vista dell’esistenza concreta, che è la famiglia a fondare l’amore, l’educazione e la libertà, si pretende di fondare la famiglia sull’amore, l’educazione e la libertà, e se ne fa una realtà secondaria, indicizzata sui valori”. Si trasforma, in poche parole, la famiglia nel migliore degli orfanotrofi. Continua: “Preoccupandoci troppo del bambino, si dimentica l’essere del bambino. Soffermandoci sui doveri dei genitori, si dimentica la realtà del padre e della madre. Gli elementi proposti – amore, educazione, libertà – dicono tutto tranne l’essenziale, vale a dire che i genitori sono genitori, e che il figlio è loro figlio”.

Il principio della famiglia risiede quindi nel sesso: “I nomi di padre e di figlio si enunciano a partire dal fondamento sensibile che è la nostra fecondità carnale”.

Un bambino ha bisogno di un padre e di una madre per essere generato, per nascere, non per crescere. Padre e madre trasmettono prima di tutto la vita, non la comprensione della vita. “La famiglia è sempre il luogo in cui qualcosa non funziona, perché non è innanzitutto un luogo funzionale, bensì esistenziale”. La famiglia è dramma, debolezza, fallimento, ma anche misericordia, apertura alla trascendenza. “È il luogo del dono e della ricezione incalcolabile di una vita che si dispiega con noi ma anche nostro malgrado, e ci spinge sempre più avanti nel mistero dell’esistere”.

Per riconoscere questa origine e questa reciproca dipendenza, per aprirci a questa trascendenza, basta dare un’occhiata a quello che il nostro corpo ci dice dalla cintura in giù. Il nostro ombelico è il segno che non ci siamo fatti da noi stessi, ma che proveniamo da altre persone, mentre il nostro sesso ci dice che non bastiamo a noi stessi, perché nella nostra carne tendiamo verso l’altro. In breve, il nostro ombelico ed il nostro sesso ci sfuggono e ci mostrano che siamo sempre in mezzo, preceduti da altri nella nostra origine, superati da altri nella nostra fine. La differenza sessuale che ci caratterizza come maschi o femmine, genera la differenza generazionale tra padri e figli. Ed è così che “l’unione sessuale conduce naturalmente a dare la vita; ma, altrettanto naturalmente, l’uomo cerca una ragione per dare la vita. Ciò che c’è di più fisico in noi esige una risposta metafisica. La sessualita spinge la ragione a volgersi verso quello che c’è di più trascendente. Ci volge verso l’altro sesso e da lì verso l’altra generazione e, volgendoci verso l’altra generazione, ci volge verso la Città e verso Dio, almeno verso un Principio che fa sperare la vita e la gioia per coloro che – per nostro mezzo – vengono al mondo”.

Nel parlare di famiglia, Hadjadj scardina i termini del dibattito culturale che imperversa sui nostri mezzi di comunicazione. Parla di una crisi più profonda, che unisce tutte le posizioni ideologiche: i veri nemici sono l’ambizione di sostituire il Lego al Logos, di negare la nostra umanità perché troppo imperfetta, troppo sporca, troppo biologica, ed il desiderio di potenziarla, regolarizzarla, strutturarla. Ci scuote profondamente la domanda che lancia nell’ultimo dei suoi interventi: dove si incontra la più alta creatività? In vitro o in vivo? Nella provetta di un laboratorio? In una teca di cristallo? Oppure nell’amplesso?

E scuote ancora di più quella che può essere considerata la sua risposta: “un bambino trisomico può nascere, non potrebbe essere fabbricato. Una famiglia potrà eventualmente accoglierlo, un laboratorio non si metterà a inventarlo, neanche a desiderarlo. Quello che è nel mondo è più vasto e vario di quello che deve essere secondo i nostri principi”.

È un consiglio semplice e disarmante quello di guardare nelle nostre mutande per mettere la vita in mutande: lasciarla così, nuda, scarna, indifesa, imperfetta, bella, misteriosa, feconda. E amarla. E generarla.

FMV

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