La banca del futuro. Scenari, vision e cambiamento per una strategia vincente

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Le banche italiane e l’orientamento verso gli stakeholder. Qualche cenno storico

Il quadro storico e legislativo che caratterizza il nostro Paese ci consente di affermare che fino agli anni Novanta – anni in cui si è realizzato il riassetto del sistema bancario, a seguito di alcune direttive comunitarie recepite dal Legislatore italiano [1] – gli istituti erano prevalentemente in mano pubblica con la determinazione conseguente del loro finalismo, pubblico anch’esso.

In una simile situazione non avrebbe senso parlare di responsabilità sociale d’impresa, dato che l’impresa – la banca – è gestita dallo Stato, che ne determina fini pubblici.

Nell’ambito del riassetto cui si è fatto cenno, la Legge 218/90 ha però incentivato da una parte la trasformazione delle Casse di Risparmio e degli Istituti di Credito di Diritto pubblico in società per azioni e, dall’altra, previsto la nascita degli enti conferenti (poi fondazioni bancarie). Tali fondazioni furono intese come holding pubbliche che gestiscono il pacchetto di controllo della banca partecipata ma non possono esercitare attività bancaria; i dividendi vennero intesi come reddito strumentale ad un’attività istituzionale (quella indicata negli Statuti), che deve perseguire fini di interesse pubblico e di utilità sociale.

La Legge “Ciampi” (Legge n. 461/98 e D. lgs. n. 153/99), definì l’assetto giuridico delle Fondazioni di origine bancaria, disciplinandole sotto l’aspetto civile e fiscale. Tale legge costituì un vero e proprio “giro di boa”, riconoscendo la natura giuridica privata e la piena autonomia statutaria e gestionale alle Fondazioni. Venne affermato che le fondazioni devono operare nel mondo non-profit, pur potendo conservare una certa vocazione economica (ma sempre nell’ambito degli scopi non lucrativi). Il decreto, nel testo vigente, individua i settori ammessi (famiglia e valori connessi, crescita e formazione giovanile, educazione, istruzione e formazione, volontariato, filantropia e beneficenza religione e sviluppo spirituale, etc) nell’ambito dei quali le fondazioni scelgono, ogni tre anni, non più di cinque settori rilevanti. Le fondazioni bancarie possono così assumere la struttura di “fondazioni grant-making” (erogare denaro ad organizzazioni non profit che operano nei sei settori individuati) oppure possono scegliere quella di “fondazioni operative”, svolgendo direttamente attività d’impresa nei suddetti settori, attività strumentale al raggiungimento dello scopo di utilità sociale.

La previsione delle fondazioni bancarie potrebbe indurre a pensare che le banche propriamente dette, trasformatesi in s.p.a., non debbano perseguire fini di pubblica utilità ma semplicemente, come direbbe Friedman, il profitto. Questa considerazione viene meno se utilizziamo la definizione di CSR quale modalità di gestione dei rapporti fiduciari con i portatori di interesse (stakeholder). Se infatti la banca ha natura squisitamente imprenditoriale possiamo allora fare un’ipotesi circa le opportunità fornitele dal riconoscere un finalismo che vada oltre il mero interesse degli azionisti.

In Italia, il passaggio dalla visione istituzionale a quella imprenditoriale della banca ha avuto degli effetti amplificati a motivo della ben radicata concezione istituzionale. In modo particolare l’acquisizione di alcuni obiettivi di sviluppo (come la riduzione dei costi, il raggiungimento di una adeguata quota di mercato, etc.) si pose per le banche italiane non come opportunità ma come necessità inderogabili per la sopravvivenza. Si realizzarono in altre parole degli sconvolgimenti: in primo luogo le banche furono indotte, se così si può dire, a ridurre la propria esposizione in quei segmenti di mercato che si rivelavano meno redditizi; in secondo luogo vi furono delle ristrutturazioni volte a dividere e separare le aree di attività. «In questa logica, date le enormi difficoltà per gli istituti di credito di accrescere le proprie quote di mercato ricorrendo a “vie interne”, la strada più facilmente percorribile è divenuta quella di fondersi con altre banche o di acquisirne partecipazioni»[2].  Esistono, tuttavia, anche alcune difficoltà che nascono dalle operazioni di fusione e che sono rappresentate prima di tutto dalle cosiddette  diseconomie di management, derivanti dalla necessità di rendere tra loro compatibili diverse culture aziendali, costrette a confrontarsi, e dalla divisione delle mansioni tra i diversi manager, all’interno del nuovo gruppo, etc.

A riprova del fatto che l’adozione da parte delle banche di strumenti di CSR sia avvenuta come risposta ai mutamenti strutturali del settore, nel primo rapporto dell’ABI al riguardo possiamo leggere: «in una fase di trasformazione così radicale del settore bancario, attraverso complesse operazioni di concentrazione, ristrutturazione e riorganizzazione, appaiono fondamentali la ricerca e l’affermazione dell’identità aziendale, l’indicazione della mission, la declinazione dei valori, anche di natura etica, ai quali ispirare l’azione quotidiana per migliorare continuamente i rapporti di fiducia con gli stakeholder»[3].

Un’analisi più dettagliata mostra che nel nostro Paese le banche sono state un settore apripista in tema di CSR: l’iter è stato avviato nel 1995, anno che segna la prima pubblicazione del documento (il bilancio sociale, ndr) in parola da parte di un gruppo bancario (il Credito Valtellinese), seguito poco dopo da varie aziende di credito. Va peraltro rilevato che l’adozione di strumenti di CSR è avvenuta nel settore bancario in modo del tutto spontaneo. Solo a seguito della costatazione dell’esistenza di molte e diverse esperienze al riguardo si sono adottate linee guida e standard (come quelli proposti dall’ABI).

Le banche cooperative e quelle popolari (caratterizzate dall’aver mantenuto un valore mutualistico e territoriale) hanno intrapreso la via della CSR in modo pioneristico. Queste banche appaiono  come aziende “locali” in cui si ha un connubio tra modus operandi e radicamento geografico che è tale perché la funzione tipicizzante richiede che sia data debita testimonianza agli aspetti della solidarietà e della mutualità, di cui vanno rese note le complesse e articolate manifestazioni, tutt’altro che marginali rispetto ai profili economici e finanziari, i quali anzi a rigore andrebbero esaminati per accertare se e in che misura la performance raggiunta è coerente con l’essenza mutualistica. Anche per le banche di credito cooperativo (BCC) risulta ovvia l’importanza del documento in parola, desumibile con immediatezza dal codice genetico di queste realtà, differenti per forza perché espressione di democrazia economica, perché banche mutualistiche, fondate sui soci e a questi rivolti in primo luogo, perché autenticamente locali, nel senso che il loro bacino di operatività è circoscritto a una precisa area, e non cambia se si tratta di erogazione di credito piuttosto che di raccolta, perché perseguono obiettivi di valorizzazione dell’impresa, ma non di lucro individuale, infine perché imprese a responsabilità sociale, attente alla promozione e allo sviluppo del territorio e delle comunità locali.  Un esempio è costituito dall’esperienza della BCC di Sesto San Giovanni, dove l’essenza della banca, i suoi valori, sono stati tramutati in fonte di competitività mediante l’adozione di iniziative socialmente responsabili.

Dopo i primi esperimenti pioneristici, che si diffusero rapidamente negli anni Novanta, nel 2001 l’ABI presentò un “Modello di Redazione del Bilancio Sociale per il Settore del Credito”, frutto degli studi di un gruppo di lavoro interbancario predisposto e coordinato dall’Associazione stessa.  Tali criteri guida furono stilati «nel rispetto della libertà delle imprese bancarie di orientarsi in tale direzione»[4], e cioè mantenendo il carattere del tutto volontario – come si è visto nel secondo capitolo –  dell’adozione di strumenti di CSR. Nonostante la volontarietà ben precisata, è interessante notare che l’approccio alla CSR da parte delle banche è inteso come «un vero e proprio progetto imprenditoriale che coinvolge la stessa corporate governance»[5], così come abbiamo evidenziato a più riprese in questo lavoro, e che le caratteristiche di una corporate governance responsabile vengono collegate «alla trasparenza, alla misurazione delle performance, al coinvolgimento degli stakeholder, allo sviluppo di strategie di miglioramento concordate con i propri partner socio-economici»[6].


[1] Mediante – in successione – la Legge n. 218/1990, il D.lgs. n. 356/90, la Legge n. 474/94, la Legge n. 461/98 e il D. lgs. n. 153/99.

[2] R. Panizza, Recenti trasformazioni del sistema bancario italiano e il rapporto con il sistema delle piccole imprese, in «Studi e note di economia», 2/2002,  p. 62.

[3] ABI, Il Bilancio Sociale nelle banche italiane. Primo rapporto dell’osservatorio ABI. Bancaria Editrice 2003, p. 5.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] Ivi, p. 9.

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