La cultura della famiglia nell’Islam

Il normale corso dell’esistenza di un musulmano è tutto proiettato verso la famiglia, che è concepita come il suo ambiente più consono e naturale, ma che rappresenta anche lo strumento attraverso il quale poter realizzare la legge di Dio nella sua forma più piena e completa.

Intervista ad Antonio Cuciniello, arabista e islamologo, collabora con la Fondazione ISMU nei settori Educazione e Religioni

FMV: Concezione e cultura della famiglia nell’Islam. Quali sono gli aspetti principali da considerare e quali i valori più diffusi?

Innanzitutto, vorrei fare due premesse. La prima è che l’Islam regola in tutto e per tutto la vita individuale e collettiva di coloro che lo praticano e le sue fondamenta sono rappresentate dalla Parola di Dio: per questo per i musulmani la forte e significativa relazione che si stabilisce tra l’uomo e Dio è chiara ed esplicita come la stessa parola Islam, un termine arabo la cui radice riporta all’idea del “sottomettersi, abbandonarsi in modo incondizionato a Dio”, abbandono che richiede innanzitutto rispetto per i “diritti di Dio”, che sono essenzialmente gli atti del culto, come la preghiera, il digiuno nel mese di Ramadan, ecc… La seconda premessa è che quando si parla di mondo musulmano non si parla di un blocco monolitico culturale e religioso, ma di una realtà vasta e dinamica, di un pluralismo culturale molto esteso, poiché nel corso della storia l’Islam si è legato a popoli, lingue e culture molto diversi, dando origine a sintesi particolari e singolari all’interno di realtà sociali eterogenee. Per questo motivo anche gli immigrati di fede musulmana non possono essere ritenuti una realtà indifferenziata, proveniente da un unico tessuto sociale e culturale.

Queste due premesse sono importanti, in quanto anche da queste vanno ricompresi i valori principali della società dell’Islam tradizionale: su tutti, parlando di famiglia, autorità, memoria, vecchiaia, solidarietà familiare, continuità delle generazioni.

La legge islamica, la shari‘a – la norma dettata da Dio al suo Profeta, Muhammad – è la legge cui si deve attenere ogni credente. In termini di diritto di famiglia individua nel matrimonio (nikah) il suo cardine fondamentale, l’unica forma legittima di unione tra i sessi, ma anche un dovere religioso e morale.

Il normale corso dell’esistenza di un musulmano è tutto proiettato verso la famiglia, che è concepita come il suo ambiente più consono e naturale, ma che rappresenta anche lo strumento attraverso il quale poter realizzare la legge di Dio nella sua forma più piena e completa. Possiamo dire che il matrimonio è un dovere per ogni musulmano e per ogni musulmana e che l’unione matrimoniale islamica – lungi dall’essere inserita in una categoria sacramentale come quella cristiana – si presenta essenzialmente come un contratto scritto tra due persone che si devono trovare in posizione giuridica di assoluta uguaglianza e libertà.

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FMV: Quali sono i ruoli genitoriali nella concezione della famiglia islamica?

In genere, nelle società tradizionali la madre è detentrice del legame biologico con il bambino, mentre al padre si riconosce l’adozione culturale: dà il suo nome, assicura l’iniziazione e rappresenta la legge e la società. La Sunna, il corpus che contine detti e fatti di Muhammad, una sorta di codice di comportamento, raccomanda ad esempio una serie di atti che il padre deve compiere entro le prime tre settimane dalla nascita del proprio figlio. Durante questi rituali, il bambino viene sottratto alla sfera materna e inizia a percorrere un tragitto che lo porterà ad avvicinarsi sempre di più all’universo paterno. Questo ci dice da subito di una netta distinzione tra le figure della madre e del padre, che si riverbera anche sulla concezione del figlio.

L’educazione materna introduce il bambino nell’orizzonte della propria cultura attraverso gesti, consuetudini, proibizioni e tabù, tradizioni popolari e racconti, fino a giungere alla tappa in cui si specificano le cose permesse e quelle vietate. I primi anni di vita, all’incirca fino ai 7 anni, hanno per il bambino, pienamente immerso nella sfera materna, dei tratti quasi paradisiaci.

Nel percorso educativo va però considerata la diversità di genere. La società musulmana tradizionale, partendo da un ordine sociale antico, patriarcale e patrilineare, non prevede, ad esempio, che le bambine escano dalla sfera materna. L’accesso al mondo paterno è un fatto abbastanza recente: il padre esercita sulla prole un’ampia patria potestà, diritto che gli comporta il dovere del mantenimento, del decoro, dell’educazione, dell’istruzione, del matrimonio e della gestione dei beni dei figli, maschi o femmine che siano. Anche se va tenuto presente che la donna da nubile appartiene al gruppo paterno, mentre con il matrimonio passa sotto l’autorità del gruppo familiare del marito.

Anche il riconoscimento del bambino all’interno della sfera religiosa avviene attraverso il padre e il percorso educativo ha come fine proprio quello di trasferire il bambino dall’universo materno a quello paterno. Il cammino da percorrere dall’infanzia all’età adulta sarà quindi molto diverso per la bambina, l’uscita dalla sfera materna è più progressiva per lei che per il bambino, anche perché non conoscerà la prova della circoncisione. Infatti, proprio questo rituale segna una linea di demarcazione importante: il bambino, entrando nella sfera paterna, è chiamato a perdere la sua innocenza e la sua purezza infantile perciò, ad esempio, non può più frequentare i luoghi femminili. La circoncisione è assimilata di fatto ad una sorta di iniziazione religiosa, prova sia dell’appartenenza all’Islam che di integrazione sociale.

Da ultimo, vorrei sottolineare che i bambini nella concezione islamica sono puri e innocenti, perché il Corano non concepisce l’idea biblica della caduta e quindi del peccato originale. A loro è concesso ascoltare e vedere tutto, anche la nudità delle donne nel hammam, fino a quando l’educazione tradizionale non inizia a imporre il senso della vergogna, il cui fine è quello di avvicinarli al sentimento dell’onore. In contrasto con questa posizione privilegiata, dove “tutto è loro permesso”, ci si può imbattere anche nel rigore della scuola coranica, caratterizzata da una ferma autorità che non esita talvolta ad applicare metodi disciplinari discutibili e modelli d’insegnamento derivati direttamente dal Corano, ossia  dialoghi, ripetizioni, riferimenti a pratiche rituali, parabole, figure retoriche, metafore.

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FMV: Ci sono differenze del modo di vivere le tradizioni famigliari in base ai contesti in cui si vive?

In genere, le comunità immigrate musulmane che provengono da un ambiente rurale tradizionale sono sottoposte ad una doppia acculturazione: la prima, nel paese d’origine a contatto con la modernità, intesa come percorso antropologico, sociologico e culturale del proprio contesto d’origine  in una linea transtemporale; successivamente, quella più critica dovuta al “trapianto” della propria cultura in un contesto migratorio, molto spesso completamente differente da quello  originario. I minori, soprattutto, si trovano a dover affrontare una serie di momenti cruciali nel loro percorso: l’adeguamento al nuovo ambiente, la collocazione in un diverso modello formativo scolastico ,in un sistema linguistico che devono ancora apprendere. Inoltre, nel caso di coloro che si sono ricongiunti, vi è la necessità di ritessere legami affettivi, nella maggior parte dei casi destabilizzati dalla lontananza con uno dei genitori, se non entrambi, precedentemente emigrato. Per quelli, invece, nati in Occidente o giunti da molto piccoli, ritornando nel paese d’origine il confronto è con l’identità tradizionale: per loro, la dimensione più difficile da comprendere risulta essere il “codice” di realtà che sporadicamente si trovano a dover affrontare, ma di cui già vivono alcuni riflessi attraverso le regole e l’educazione dei loro genitori.

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FMV: Quali sono, secondo lei, le principali sfide culturali che i musulmani che arrivano in Italia sono costretti ad affrontare?

Il bambino migrante si trova al centro di aspettative che possono facilmente mettersi in contrasto. Da un lato il bisogno d’integrazione nella società d’accoglienza, dall’altro la conservazione dei valori e dei riferimenti culturali di origine, ai quali può capitare di essere forzato dalla famiglia che ha paura di perdere le proprie radici, con il rischio di stress da “transculturazione”. La relazione con la cultura d’origine costituisce comunque un fattore decisivo nel processo di elaborazione della propria identità, al fine di non arrivare a sentirsi “stranieri” nel paese in cui si vive e “stranieri” nel paese d’origine. Per questi ed altri motivi, i giovani immigrati quando entrano nella scuola dei paesi d’accoglienza incontrano diverse difficoltà. Abituati a metodi più rigidi, possono giudicare il nuovo sistema educativo troppo permissivo: l’assenza di “minacce”, il continuo ragionare degli adulti sono spesso scambiati per debolezza e mancanza di autorità. Il bambino pensa che tutto sia permesso quando è lontano dagli sguardi degli adulti. Vi è un’evidente contrapposizione tra l’atteggiamento in casa, soprattutto in presenza del padre, e quello a scuola dove sembra che la vergogna sia assente. La libertà, dunque, rischia di diventare libertinaggio.

Un altro problema è causato dalla differenziazione sessuale e dall’assenza di abitudine alla promiscuità in casa. A scuola i ragazzi si meravigliano davanti all’atteggiamento autoritario delle insegnanti: mettono in discussione la loro immagine materna, soprattutto durante il periodo dell’adolescenza, quando sottostare agli ordini di una donna mette in crisi la propria virilità. Non sono stati educati a distinguere l’identità sessuale e la funzione. Questo significa che a scuola passano dall’universo materno a un’autorità diversa da quella del padre che non può rappresentare un modello per loro, perché appartiene ad una cultura diversa da quella del paese d’origine. In più, la scuola mette gli studenti davanti all’aspetto esplicito di una cultura di cui non conoscono neppure l’implicito, con il rischio che le nozioni trasmesse restino solo teoria. Questa situazione, in molti casi, porta all’impossibilità di accedere alla dimensione esplicita della propria cultura. A scuola la cultura degli immigrati musulmani rischia di essere condannata a restare allo stato implicito, orale, non oggetto di riflessione. Per questo può capitare che i bambini abbiano difficoltà ad integrare la loro cultura religiosa in modo libero e personale e di conseguenza i rapporti tra l’Islam e paese d’accoglienza possono presentarsi conflittuali e incompatibili. Per questi motivi gli insegnanti e gli educatori hanno un compito decisivo molto delicato: devono poter aiutare i giovani musulmani a vivere questo dilemma e soprattutto a realizzare, tra le due culture, una sintesi originale.

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FMV: Da tanti anni si occupa di mondo arabo-islamico: cosa la colpisce di più man mano che aumenta questa conoscenza, soprattutto in relazione ai contesti educativi?

La competenza interculturale e interreligiosa è diventata ormai da anni un elemento indispensabile in contesti sempre più marcatamente contraddistinti da un significativo pluralismo linguistico e culturale, in particolare in quello educativo. Penso fermamente che la diversità culturale vada pensata quale risorsa positiva per i complessi processi di crescita della società e delle persone. È  certamente una sfida quotidiana chepuò rappresentare un’importante occasione per tutti, italiani e stranieri, per riscoprire la propria identità culturale, valorizzando le specificità di ciascuno, così come quegli elementi comuni che si prestano a favorire incontri e dialoghi e, non da ultimo, prevenire e contrastare forme di chiusura e di “radicalismo” da parte delle giovani generazioni. Chiaramente , rispetto agli spazi della quotidianità, il sistema scolastico, in modo specifico, rappresenta uno spazio pubblico dove si riflettono le pratiche di gestione delle differenze nel più ampio scenario sociale e, in quanto spazio educativo, si pone come luogo di sperimentazioni e cambiamenti, con un compito preciso: educare alla convivenza proprio attraverso la valorizzazione delle diverse identità e radici culturali di ogni studente. La finalità è la realizzazione di una cittadinanza coesa e vincolata a valori della tradizione nazionale, ma che deve poter essere alimentata anche da una varietà di espressioni e di esperienze personali molto più ricca rispetto al passato.

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