La cultura del lavoro in Africa

Oggi la cultura del lavoro, dati anche i processi migratori e di globalizzazione, rappresenta, per una buona fetta di africani, lo strumento chiave per favorire integrazione, inclusione sociale ed economica. È centrale nella vita di una persona a tutte le latitudini: definisce identità, status sociale, ruolo e percorso di vita.

Intervista a Umberto Marin – Time for Africa

FMV: Concezione e cultura del lavoro in Africa. Quali sono gli aspetti principali da considerare e quali i valori più diffusi tra i lavoratori?

Prima di entrare nel merito delle questioni, vorrei evidenziare il fatto che il Continente africano è vasto e il suo percorso di “sviluppo” prima della colonizzazione è stato caratterizzato da grandi civiltà e imperi: quello del Ghana, quello del Mali, l’impero del Songhai. Non dimentichiamo l’Impero etiope o il Regno di Monomotapa, solo per citarne alcuni. Dall’Africa abbiamo ricevuto in eredità la prima carta dei diritti dell’uomo: la Carta di Manden del XIII secolo.

Questo per dire che il lavoro, la cultura del lavoro, era altra. La cultura del lavoro in Africa, come la conosciamo noi, è stata condizionata e costretta dal processo di colonizzazione. Gli africani in questo modo hanno associato il lavoro alla sofferenza, più che ad un processo di “liberazione” o affermazione di sé. Nella loro memoria è ben presente il lavoro in regime di schiavitù, il lavoro forzato, il lavoro minorile, il lavoro retribuito con salari più bassi della media. La fatica del lavoro informale oggi è ancora prevalente per il 70% della popolazione. Inoltre, nel continente africano esistono varie culture del lavoro che assumono e portano con sé significati diversi, influenzati anche dalle pratiche religiose e poco collegati ai modelli occidentali di produttività ed efficienza.

Oggi la cultura del lavoro, dati anche i processi migratori e di globalizzazione, rappresenta, per una buona fetta di africani, lo strumento chiave per favorire integrazione, inclusione sociale ed economica. È centrale nella vita di una persona a tutte le latitudini: definisce identità, status sociale, ruolo e percorso di vita. Questo sia nelle società industriali e post-industriali, come nelle società contadine. Da come vengono svolti i mestieri e le professioni in una determinata società, si può capire allo stesso tempo la sua struttura, la sua organizzazione e anche i valori e gli stili di vita che la caratterizzano.

L’Africa oggi non è più solo quella rurale, delle tribù, delle etnie. C’è l’Africa delle megalopoli, dove il business e la classe media convivono e si avvalgono dell’economia informale; dove le masse povere abitano nelle baraccopoli svolgendo i mestieri più umili, dal riciclaggio dei rifiuti alla gestione domestica delle case di famiglie benestanti. Ma esiste un aspetto ancora poco esplorato e discusso, quello degli africani cooperanti, delle attiviste e dei pensatori; l’Africa della diaspora, degli artisti, degli artigiani e delle donne imprenditrici, degli operai e dei lavoratori. È importante non concentrarsi sulle differenze, ma sui punti comuni rappresentati dal valore attribuito al lavoro: strumento di integrazione, cittadinanza, realizzazione professionale, che porta alla realizzazione di sé e al raggiungimento di una vita migliore.

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FMV: Concezione del dipendente/lavoratore in Africa: in che modo i capi vedono i loro dipendenti?

L’Africa è un grande continente composto da 54 stati, diretta conseguenza della complessa spartizione che prese via con la conferenza di Berlino del 1884. Stati che convivono al proprio interno con vari gruppi nazione (etnie), separati dalle decisioni assunte a partire da quella conferenza. Il processo di decolonizzazione ha lasciato tracce profonde su sviluppo, democrazia e lavoro. Mentre in Occidente le rivoluzioni industriali hanno contribuito a delineare il modello capitalistico, attraverso la creazione di una società industriale che ha plasmato classe operaia e cultura del lavoro, in Africa le lotte per liberazione e indipendenza hanno dato vita a processi di sviluppo dipendenti dalle economie occidentali che non passano però da un’industrializzazione diffusa. Il lavoro e il richiamo alla classe operaia africana sono stati il risultato di operazioni ideologiche più che di uno sviluppo “industriale” africano. In questo modo la cultura del lavoro non è univoca in tutto il continente. Per questo direi che nelle realtà industriali africane, laddove ci sono – pensiamo alle fabbriche di autoveicoli del Sudafrica, agli insediamenti produttivi nei parchi industriali etiopici o ai grandi cantieri infrastrutturali sparsi più o meno in tutto il continente – l’organizzazione del lavoro ricalca quella presente nella nostra realtà italiana. Forse per certi aspetti le gerarchie sono più marcate, più formali. Il rapporto tra capi e dipendenti riflette, come termine di paragone, quello che avviene (avveniva!) tra il leader comunitario e i membri della comunità di appartenenza. Anche qui la divisione del lavoro impone e sviluppa rapporti di dipendenza, di disciplina organizzativa che però spesso scompaiono fuori dallo stretto contesto lavorativo. Altro ragionamento se guardiamo all’Africa dell’innovazione, quella delle start-up diffuse nei vari Hub di Nairobi, Accra o Jhoannesburg, che riflettono sostanzialmente i modelli organizzativi e tecnologici in giro per il mondo, ma che in Africa possono veramente produrre un grande cambiamento tecnologico e sociale.

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FMV: Esistono politiche a sostegno del lavoratore in Africa? E se sì quali?

Anche se tutti gli Stati hanno firmato le convenzioni internazionali in materia di occupazione e di condizioni di lavoro e diritti, permangono forme di discriminazione, scarsa uguaglianza, sfruttamento, non solo del lavoro formale – quello del posto di lavoro pubblico o privato –, ma anche informale, il vero motore della sussistenza delle popolazioni africane. Il miglioramento delle condizioni di sicurezza, salute e igiene sul lavoro, che dovrebbe diventare parte attiva per la lotta alla povertà, non fa ancora parte integrante dei sistemi produttivi africani. La crescita economica in termini di PIL registrati in questi anni nel continente africano, non si è tramutata in un maggior benessere per le popolazioni né per i lavoratori salariati. Il tema dell’accesso all’istruzione, della formazione professionale, dello stato di salute delle popolazioni, come gli aspetti di benessere soggettivo, evidenziati nel rapporto recente dell’African Union, sono fonte di grande preoccupazione.

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FMV: Lavoro degli Africani in Africa e lavoro degli Africani all’estero: ci sono differenze del modo di intendere la concezione professionale in base ai contesti in cui si vive oppure la tradizione culturale va al di là dei luoghi?

Alcune delle persone entrate in contatto con Time for Africa – una onlus fondata nel 2005 e impegnata in attività di cooperazione internazionale e sostegno a distanza in terre africane – hanno alle spalle un percorso di migrazione regolare, altre sono arrivate in modo clandestino prima di essere regolarizzate. Tutte hanno sottolineato le differenze qualitative riscontrate nel proprio impiego, anche se i percorsi di apprendimento e di organizzazione del lavoro non rispondevano ad esperienze lavorative trascorse o ad aspettative. La loro esperienza era diversa: arrivavano dal mondo della musica e della cultura, dalla pubblica amministrazione, dal commercio informale; alcuni erano autisti di taxi urbani, muratori, insegnanti, falegnami. Le persone che si sono inserite nel mondo del lavoro sottolineano la differenza in positivo soprattutto nella tutela dei diritti, nelle retribuzioni, nell’assistenza sanitaria, nella protezione della salute e sicurezza.

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FMV: Quali sono, secondo lei, le principali sfide culturali che gli Africani che arrivano in Italia sono costretti ad affrontare?

L’inserimento nel mondo del lavoro ha trovato inizialmente ostacoli linguistici, superati anche grazie ad attività formative, in particolare i corsi di italiano, organizzati da associazioni, centri di formazione e mediatori di comunità.

Molti africani si sono confrontati per la prima volta con forme di organizzazione del lavoro per compiti, ripetitivi e a basso contenuto professionale soprattutto nei primi anni di lavoro. L’adattamento è stato più problematico dal punto di vista dell’organizzazione dei tempi di vita e di lavoro.

I trasporti sono stati un vincolo di non facile superamento anche perché per i documenti non sempre è stato possibile avere una vera e propria conversione a tutti gli effetti.

L’inserimento nel mercato del lavoro e nei meccanismi burocratici è stata una sostanziale novità: sto pensando a chi è arrivato in Italia più o meno alla fine degli anni Novanta, cambiando diversi lavori e comunque sempre a bassa qualificazione, o avviando iniziative in proprio soprattutto collegate ai servizi, in genere pulizie, trasporti e traslochi. Un discorso a parte meritano le donne, che una volta consolidata la famiglia e superata la barriera linguistica, si sono inserite nell’ambito dei servizi domestici e delle fabbriche manifatturiere.

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FMV: Da tanti anni si occupa di cultura africana: cosa la colpisce di più man mano che aumenta la conoscenza di questa cultura?

Uno dei punti di forza delle comunità africane (comunità intesa come gruppo di persone provenienti da una determinata località che parlano la stessa lingua e condividono la stessa matrice culturale) è quello di avere e mantenere tutta la rete di relazioni allargate che consentono a persone e famiglie di affrontare momenti di crisi e difficoltà economica. Queste reti sono state attivate per una sorta di mutuo soccorso e rappresentano un importante punto di riferimento per garantire anche stabilità emotiva e psicologica per le persone o le famiglie in difficoltà.

Il rapporto e le relazioni con i paesi di origine sono gestiti sia a livello individuale o familiare, per sostenere e mantenere la famiglia allargata di provenienza, sia a livello associazionistico, attraverso l’innesco di processi di sviluppo locale favoriti dall’accesso a bandi regionali per la cooperazione allo sviluppo.

C’è da dire che le famiglie integrate e consolidate tendono a garantire la stabilità della propria condizione, prima di assicurare il sostegno alla famiglia allargata di origine. E che l’integrazione e il ricongiungimento familiare di mogli, fratelli, genitori ha contribuito a ricompattare il nucleo famigliare originario, anche se in un contesto sociale e culturale molto diverso dai paesi di origine. Questo è stato e, per certi aspetti, rimane un problema aperto e fonte di “conflitto” tra genitori dei giovani adolescenti (seconda generazione), “capi famiglia”, fratelli o genitori ancorati ancora allo stile di vita originario.

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FMV: Qualcosa che l’Italia potrebbe imparare dalla cultura africana in tema di lavoro e qualcosa che l’Africa può imparare vivendo la cultura della nostra penisola?

La pandemia provocata dal Covid-19 questa volta impone la necessità di ripensare ad un mondo diverso da quello fin qui conosciuto come processo di crescita e sviluppo illimitato. Da questo punto di vista l’Africa, gli africani possono sicuramente contribuire a far comprendere che è possibile vivere con meno, con poco, mantenendo sostenibile il rapporto e le relazioni con l’ambiente. Non dimentichiamoci che il continente è ancora oggi fonte di speculazioni, di accaparramento di terre, di sfruttamento delle ricchezze minerarie basato sull’uso coatto di bambini e giovani, ad opera di multinazionali e governi spesso in combutta con gruppi armati locali. Dall’Africa possiamo trarre tutta la vitalità e la linfa di questo giovane continente che dimostra grande resilienza e adattamento e che attraverso la sofferenza riesce ugualmente a guardare al futuro con speranza. Questo aspetto credo sia importante per rivitalizzare il nostro paese che sta declinando non solo demograficamente.

L’Italia, proprio per la sua diversità culturale, terra di accoglienza e d’integrazione può favorire l’incontro tra culture che possono dialogare e convivere anche con le differenze. L’Italia dei comuni, delle piccole imprese, del welfare, della filiera agro-alimentare, della solidarietà e del volontariato,  può veramente favorire in Africa percorsi di sviluppo locale utili a migliorare la qualità della vita delle comunità e delle famiglie.

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