Il valore dell’impresa

Marco Vitale non è nuovo ad esperienze come quella de L’impresa responsabile. Nelle antiche radici il suo futuro.

Recensione a L’impresa responsabile. Nelle antiche radici il suo futuro, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 2014.

Il filo rosso è la Lectio magistralis dal titolo “L’impresa come paradigma culturali dalle radici antiche” tenuta in occasione del Premio Ghislieri alla carriera che Vitale ha ricevuto il 9 ottobre 2014 che in questo libro viene pubblicata scandita per capitoli insieme ad una ripresa del saggio “Un salto di civiltà” (capitolo 8 del libro) e ad una relazione tenuta al secondo Olivetti Day del novembre 2014 (capitolo 9 del libro).

Gianfranco Dioguardi – ordinario di Economia e Organizzazione aziendale tra i fondatori dell’Ingegneria gestionale in Italia – nella sua Prefazione sottolinea da subito la peculiarità e il valore della riflessione di Vitale, tesa tra conoscenze manageriali sviluppate soprattutto in America e attenzione alla grande tradizione storica italiana. Vitale è sempre alla ricerca di antichi valori da scoprire. E soprattutto di una concezione innovativa dell’impresa basata su analisi concrete che tengano conto del contesto in cui essa è chiamata ad operare, ma le cui radici affondano in riflessioni lontane.

Da Rosmini a Olivetti, da Popper a Croce, da Sciascia a Sun-Tzu, da Aristotele a Cattaneo e da Alberti a Guardini, il concetto di impresa, per Vitale, è quello di un’istituzione, di un soggetto chiave dello sviluppo che merita di essere indagato con tutte le risorse disponibili.

La lettura di Senofonte è preponderante nella riflessione dell’autore. Da L’Economico, sulla scia della lettura di queste pagine, impariamo cosa si intenda, anche oggi, per chiarezza strategica e quale debba essere il coinvolgimento profondo di ogni imprenditore. Ci rendiamo conto della necessità di avere “buoni manager” e quindi dell’attenzione che ogni impresa dovrebbe dedicare a selezione, comunicazione, motivazione interna. Ci vengono incontro da un lato il bisogno di lealtà, il dare cioè con generosità e la motivazione basata sull’esempio; e d’altra parte l’urgenza di imparare a comandare, l’essere competenti, come coloro che sanno cosa, quando e come farlo.

Isomaco – interlocutore di Socrate ne L’Economico – è vincente, secondo Vitale, perché è un imprenditore che non si accontenta di coltivare i suoi campi, ma ne vuole degli altri ed è anzi proprio da questi che si attende i maggiori profitti. L’essenza dell’imprenditorialità è dunque proprio questa: prendere a poco prezzo ciò che gli altri trascurano e con lavoro, talento, tenacia trasformarlo da improduttivo a produttivo, da idee dell’inventore a idee imprenditoriali, da aziende in perdita ad aziende in utile, da opportunità in conti economici. Il concetto di leadership è tenuto molto in considerazione da Vitale, ma il successo dell’impresa è frutto anche di un’organizzazione efficace: la tecnica è importante, ma non è il cuore dell’impresa; il cuore è la strategia. Così l’attività imprenditoriale non si esaurisce in una buona gestione e per raggiungere la capacità di guidare non basta la tecnica, né la correttezza personale: c’è bisogno di educazione.

L’imprenditore responsabile è quindi un imprenditore “educato”. Ma non solo. Perché l’impresa non è un insieme di regole, ma un progetto comune in continua evoluzione. E il management imprenditoriale è anche e soprattutto innovazione e anticipazione. Ecco perché l’impresa non è solo produzione e reddito, ma elaborazione di valore. E il suo spirito non si esaurisce in senso stretto nell’ambito della singolarità, ma è per una collettività.

Vitale percepisce la difficoltà di parlare di impresa in questi termini con gli economisti e riconosce una maggiore prossimità con la riflessione degli storici. Ecco perché sostiene la necessità di cercare di gettare ponti: tra la teoria economica da un lato e quella dell’impresa e delle organizzazioni dall’altro.

L’impresa non deve essere pensata come un soggetto autonomo, influenzato ma non identificato con nessuna delle sue componenti. L’impresa operante in una società aperta è per sua natura basata sullo sviluppo delle capacità intellettuali e morali dell’uomo. È per sua natura interdisciplinarità e indisciplina.

In una riflessione come questa Vitale sembra non fare altro che mettere a fuoco la riscoperta della nozione di impresa elaborata già negli anni Settanta del Novecento, tenendo conto del pericolo della sua strumentalizzazione. In cosa una tale posizione può aggiungere oggi qualcosa di nuovo? Concetti come quello della responsabilità, del comando, del potere della proprietà e dei relativi limiti, del corretto uso della ricchezza, dell’efficienza organizzativa, della leadership, della capacità di fare strategia, del training, dell’apprendimento sono temi di sempre. E il rischio è sempre quello di semplificare un concetto di impresa in cui il management non è certo un’invenzione del Novecento… Quale può essere allora la peculiarità di una riflessione come quella di Vitale?

Questo libro è una sorta di replica a L’impresa irresponsabile (di Luciano Gallino, Einaudi, 2005) – in cui viene definita irresponsabile l’impresa che suppone di non dover rispondere, al di là degli obblighi di legge, ad alcuna autorità pubblica o privata – e un manifesto alla sua legittimazione: l’impresa è per Vitale produttrice di sviluppo e in tal senso la sua nozione supera il conflitto capitale-lavoro e può così diventare “responsabile”. Questo è possibile se al suo interno riesce a riunire tre diversi processi di accumulazione: quello del capitale, quello della conoscenza tecnologica e quello della conoscenza organizzativa e della cultura del lavoro.

Quali sono allora secondo Vitale le caratteristiche di un imprenditore responsabile? Se l’impresa è un’equazione complessa come tale deve essere considerata e chi la guida deve innanzitutto assicurare la sua sopravvivenza nel tempo, quindi valorizzare e far crescere i talenti che nascono e si trovano ad operare in essa, e ancora deve farsi carico dei suoi limiti: ecco un concetto di impresa eticamente corretta.

Con uno sguardo al panorama contemporaneo e tenendo conto della crisi economico-finanziaria e di quelle che Vitale definisce “le nostre piaghe bibliche”, il successo dell’impresa è direttamente legato al contesto in cui essa vive e opera e la lettura della realtà che la circonda è importante nella sua gestione. Per questo bisogna da una parte liberarsi da subito del mito americano, e dall’altra recuperare una concezione molto più alta del lavoro, il cui senso è andare verso una meta. Ecco perché deve venire prima l’impresa e poi la politica: il vero cambiamento dipende dalla prima e non dalla seconda. Così come la parola d’ordine è umanizzazione: ordinare il potere, cioè responsabilizzarlo.

Per un nuovo paradigma dell’impresa bisogna appellarsi quindi alla deontologia professionale e radicare un tale appello in una morale pubblica. L’impresa responsabile deve essere consapevole di dover rispondere al pubblico e al privato, anche al di là degli obblighi di legge, e deve altresì creare valore aggiunto, attraverso l’innovazione. Per questo non può e non deve essere autoreferenziale.

A conclusione di queste pagine Stefano Zamagni – docente di Economia Politica all’Università di Bologna – nella sua Postfazione può sottolineare tre sottolineature vincenti nella riflessione dell’autore: il bilinguismo dell’economista, che deve essere capace di parlare la lingua della scientia e quella della humanitas; la vicinanza al pensiero di Benedetto XVI e della Caritas in veritate, in cui l’imprenditorialità prima di avere un significato professionale ne ha uno umano; e la nozione di creatività come ciò che nell’impresa di successo rende capaci di innovare ed esige l’autorità come leadership. Ma perché un’impresa deve essere responsabile? Con le parole della Postfazione-Testimonianza di Carlo Orlandini cerchiamo di sintetizzare anche il pensiero di Vitale: «Perché un’impresa è una cosa viva, che può assumere le più diverse forme, è un sogno che diventa opera, che assume una sua identità, una sua natura, una sua vita, oltre l’idea del promotore, che con essa ha cercato la sua sopravvivenza».

 

di Sonia Vazzano

Fondazione Marco Vigorelli

 

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