Avere figli tra lavoro e famiglia

Dall’Istat risultati interessanti su natalità, mercato del lavoro e strategie di conciliazione 

Avere figli in Italia negli anni 2000 è il titolo di un report Istat pubblicato agli inizi di febbraio che si sofferma sui cambiamenti nel lavoro, prima e dopo la nascita di un figlio, e soprattutto sulla difficile conciliazione dei tempi di lavoro e famiglia.

I risultati pubblicati rivelano un dato interessante: dal 2000 ad oggi il numero delle donne sul mercato del lavoro è aumentato nonostante le difficoltà di conciliazione tra famiglia e lavoro.

Il punto di partenza e i temi al centro dell’indagine 

Negli ultimi sessant’anni i comportamenti e le strutture della popolazione italiana si sono notevolmente trasformati. Il 2012 ci ha consegnato un quadro di persistente bassa fecondità – 1,4 figli per donna in media – in cui l’Italia è risultata uno tra i paesi meno prolifici d’Europa. I vincoli che limitano la fecondità italiana intervengono non solo sulla decisione di avere o meno un figlio, ma anche su quella di averne più di uno.

Nell’analisi condotta dall’Istat, le donne intervistate, divenute madri da poco, sono state contattate nel momento in cui generalmente maturano le scelte in merito ai progetti riproduttivi futuri e in cui con maggior forza si avverte il peso dei vincoli che si frappongono alla loro realizzazione.

Il mercato del lavoro dell’ultimo periodo ci consegna una presenza sempre più numerosa e stabile delle donne sulla scena professionale rispetto al passato. Oltre la metà delle madri intervistate ha un lavoro a cui tiene tantissimo. Nel 2012, tuttavia, più del 22% delle madri occupate all’inizio della gravidanza, non lo è più al momento dell’intervista, ossia a circa due anni dalla nascita del bambino e il 42,8% di quelle che hanno continuato a lavorare dichiara di avere problemi nel conciliare l’attività lavorativa e gli impegni familiari.

Ecco perché il documento dell’Istat può rappresentare uno studio che analizza i comportamenti riproduttivi, ma anche che approfondisce le strategie possibili di conciliazione. I dati presentati consentono di far luce da un lato sull’interazione tra scelte riproduttive, investimenti in istruzione e partecipazione al mercato del lavoro delle madri, e dall’altro sugli aspetti familiari e sociali di contesto delle nascite, con particolare riferimento alle reti formali e informali di cui si possono avvalere le famiglie per la cura dei figli piccoli, nonché sul divario tra numero di figli avuti e aspettative di fecondità.

Mercato del lavoro e conciliazione

Per riassumere, dai dati Istat del 2012 emerge che:

  • il 22,4% delle madri occupate all’inizio della gravidanza, non lo era più a due dalla nascita del figlio (quando ha avuto luogo l’intervista);
  • il 42,8% di quelle che hanno continuato a lavorare ha avuto problemi nel conciliare l’attività lavorativa e gli impegni familiari.

Vanno perciò messi a fuoco due aspetti interessanti.

Il primo è il rischio di perdita del lavoro con la maternità. Rischio che sale se si risiede al Sud (33,9% contro il 16,3% del Nord-Ovest) e aumenta proporzionalmente al numero di figli (il 55,5% delle madri al secondo figlio lascia il lavoro). Ad influenzare, negativamente, è anche la condizione del partner: il rischio aumenta nelle famiglie in cui il partner non è occupato oppure è occupato con una bassa posizione nella professione.

Va aggiunto che tra le madri che non lavorano più:

  • il 52,5% ha dichiarato di essersi licenziata o di aver interrotto l’attività che svolgeva come autonoma;
  • il 25% ha subito il licenziamento;
  • per il 20% si è concluso un contratto di lavoro o una consulenza;
  • il 3,6% dichiara di essere stata posta in mobilità.

Il secondo aspetto interessante è costituito dalle soluzioni intraprese dalle madri in tema di conciliazione lavoro famiglia.

Nel conciliare i ruoli, le madri occupate (52,8% del totale delle madri intervistate) si trovano in difficoltà nel 42,8% dei casi. La percentuale sale al:

  • 46,8% per le madri italiane in coppia con italiani residenti al Centro;
  • 47,1% per le madri straniere in coppia con italiani;
  • 49% per le madri in coppia con stranieri.

Quando lavorano, le madri che hanno avuto un figlio nel 2009/2010:

  • nel 92,8% dei casi affidano il figlio a servizi o persone che se ne occupino;
  • nel 51,4% dei casi si rivolgono ai nonni;
  • nel 37,8% dei casi lo affidano ad un asilo nido;
  • nel 4,2% dei casi si rivolgono alle baby sitter.

Tra le madri che non hanno mandato i figli all’asilo nido, la metà (50,2%) adduce come motivazione la retta troppo cara, mentre l’11,8% la mancanza di posti.

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Alla luce di questi risultati abbiamo chiesto a Guglielmo Faldetta, professore associato di Organizzazione aziendale presso l’Università Kore di Enna, nonché autore del volume Corporate family responsibility e work-life balance (Franco Angeli, 2008) di commentarli per noi.

FMV: Professor Faldetta, bassa natalità e problemi di conciliazione lavoro famiglia sono strettamente collegati?

GF: I dati relativi agli indici di natalità che emergono dal rapporto Istat Avere figli in Italia negli anni 2000 sono noti ed ormai consolidati, ma non per questo non devono indurre a riflettere. A mio avviso, pur essendo frutto di un quadro ben più complesso, la scarsa propensione media delle donne italiane a generare figli è certamente collegata anche alle difficoltà di conciliazione tra lavoro e famiglia.

Certamente, sui bassi indici di natalità hanno un peso anche altri fattori, di tipo ampiamente socio-culturale; tali considerazioni sarebbero suffragate dal confronto tra i tassi di natalità delle donne italiane, e quelli, generalmente più elevati, delle donne straniere che vivono in Italia. A tal proposito, è evidente, e viene confermato anche dal rapporto Istat, che l’aumento dei tassi di occupazione femminili non ha prodotto una contemporanea evoluzione del ruolo all’interno della famiglia e della coppia. Il lavoro domestico risulta ancora troppo spesso in capo prevalentemente alla donna, che deve così faticosamente conciliare i diversi ruoli di lavoratrice, compagna, madre e figlia.

D’altra parte, fa riflettere il dato relativo al numero medio di figli attesi, che si attesta sui 2,29 nel 2012, in crescita rispetto alle rilevazioni precedenti. Tale dato, unito al fatto che nove madri su dieci, prescindendo dalla classe di età, progettano di avere una famiglia con almeno due figli, e che la preferenza verso famiglie con tre o più figli è più frequentemente espressa dalle madri più giovani, fa pensare che nel corso della vita le donne sperimentino delle difficoltà e degli ostacoli che evidentemente non consentono loro di realizzare i propri desideri. In pratica, nelle donne giovani è presente un desiderio, anzi, un’intenzione a generare figli, ma il confronto con la realtà, in particolare quella lavorativa, risulta frustrante.

FMV: In tema di conciliazione, qual è secondo Lei il dato più interessante che emerge da questo report e che può essere utile mettere a fuoco anche a partire  dal Jobs act?

GF: Partiamo da un dato: dal rapporto Istat emerge che il 42,7 per cento delle donne ha segnalato che esistono aspetti del proprio lavoro che rendono loro difficile conciliare impegni lavorativi e familiari. Gli aspetti legati al lavoro che rendono tale conciliazione più difficoltosa sembrano essere in generale legati all’orario di lavoro, ed all’impossibilità di organizzare il proprio orario di lavoro con una certa autonomia. Da questo punto di vista, probabilmente, le aziende potrebbero fare di più, provando innanzitutto a rilevare nel modo più corretto le reali esigenze dei propri dipendenti, a progettare quindi degli strumenti di conciliazione realmente efficaci, ed a supportarne fattivamente l’implementazione.

Sono interessanti anche i dati relativi alla cura dei figli più piccoli; a tale proposito, dal rapporto Istat emerge che la maggior parte delle madri lavoratrici utilizza le reti di aiuto informale, prevalentemente affidando i propri figli ai nonni. E’ evidente che tali dati sono il frutto, da un lato, della carenza di posti nelle strutture pubbliche e, dall’altro lato, degli elevati costi delle strutture private.

A mio avviso, però, si riflette spesso sugli aspetti legati ad una gestione, per così dire, quotidiana della conciliazione tra vita lavorativa e familiare, e sui relativi strumenti organizzativi che possono in qualche modo favorirla, ma si tralascia a volte di considerare l’impatto che talune politiche legate all’organizzazione del lavoro possono avere sulle scelte familiari di lungo termine, come quelle di creare una famiglia e mettere al mondo dei figli. A tale proposito, fanno riflettere i dati sulla variazione della condizione professionale delle madri prima e dopo la nascita dei figli. Dal rapporto Istat, infatti, emerge chiaramente il rischio di perdere il lavoro a circa due anni dalla nascita di un figlio, dato che risulta in crescita rispetto alle precedenti indagini. Ancora, mostrano una maggiore probabilità di lasciare e, ancor più di perdere il lavoro, le madri con contratto di collaborazione e quelle a tempo determinato.

Ci si dovrebbe chiedere, quindi, quanto incida la sicurezza o, al contrario, la precarietà percepita dalle donne lavoratrici rispetto al proprio posto di lavoro sulle scelte familiari di lungo termine, e cosa le organizzazioni possono fare in tal senso.

Il contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti previsto dal Jobs Act potrebbe influenzare in tal senso le scelte familiari delle lavoratrici, ma bisognerà attendere di vedere i concreti comportamenti delle organizzazioni, nonché degli altri attori che in qualche modo possono incidere su tali scelte. Su tutti, basti un esempio: un lavoratore con contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti avrà più facilità ad ottenere un mutuo per l’acquisto della prima casa? La prima impressione, a mio parere, è negativa, in quanto tale nuova tipologia contrattuale in realtà può essere interpretata dagli attori economici coinvolti come generatrice di maggiore precarietà.

FMV: Da dove partire per approfondire ancora di più in Italia una cultura della conciliazione, a servizio delle madri che vogliono avere dei figli rimanendo donne in carriera?

GF: Il problema della conciliazione, o armonizzazione, tra lavoro e famiglia è assai complesso, e di non facile soluzione. Volendo trovare alcuni spunti di riflessione, mi permetto di proporne tre:

1. non è sufficiente la presenza di misure per la conciliazione, siano esse quelle già previste dalla legge, o quelle che le aziende volontariamente mettono a disposizione dei propri dipendenti. Ciò che risulta decisivo è il cambiamento culturale che deve avvenire all’interno delle organizzazioni, a partire evidentemente dal management. Le politiche e gli strumenti per la conciliazione devono essere il frutto di una più ampia riflessione sulla soddisfazione (o insoddisfazione) dei lavoratori, sia rispetto al proprio lavoro, sia rispetto alla propria vita nel suo complesso. In generale, per essere realmente efficaci tali politiche dovrebbero innanzitutto essere il frutto di una corretta rilevazione delle reali esigenze dei propri dipendenti; inoltre, in assenza di una cultura organizzativa realmente di supporto, si rischia che l’implementazione di tali politiche risulti poco efficace.

2. come prima accennato, sarebbe bene distinguere tra strumenti di conciliazione volti ad incidere sulla quotidiana gestione familiare e lavorativa, e politiche, in senso più ampio, capaci di influenzare positivamente le scelte di lungo periodo che i lavoratori e le lavoratrici possono compiere nel creare una famiglia e nel mettere al mondo dei figli.

3. il cambiamento culturale che occorre in Italia per delle efficaci politiche di conciliazione dovrebbe investire non solo le organizzazioni economiche, ma la società nel suo complesso. Spesso essere una donna in carriera significa assumere dei modelli di comportamento, per così dire, maschili. Ad esempio, se il fare carriera necessita di orari di lavoro lunghi, di una facile reperibilità, frutto di una cultura del “presenzialismo” per cui viene premiato chi riesce ad essere più visibile, ciò può essere penalizzante per una donna che, essendo in gravidanza, o avendo da poco partorito, necessita inevitabilmente di un periodo più o meno lungo di congedo. Non è accettabile che le uniche alternative possibili per una donna siano mettere al mondo dei figli rinunciando alla carriera (o rallentandola significativamente), oppure fare carriera rinunciando al mettere al mondo dei figli, o diventando madri il più tardi possibile, rinunciando così comunque a quei desideri, che il rapporto Istat ben fotografa, legati al numero dei figli che si vorrebbero generare.

 

Intervista a cura di FMV

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