Quel che resta da fare (secondo Anne Marie Slaughter)

Recensione a Unfinished Business. Women, Men, Work, Family di Anne Marie Slaughter, Random House, New York, 2015, pp. 328

Unfinshed Business prende le mosse dall’articolo che Anne Marie Slaughter scrisse nel 2012 su The Atlantic, spiegando i motivi per i quali aveva lasciato il suo incarico nel Dipartimento di Stato come Director of Policy Planning, chiamata da Hillary Clinton. Why Women Can’t Still Have it All, questo il titolo dell’articolo, riproponeva una questione centrale nell’ambito della riflessione sul rapporto tra donne e lavoro, rispolverando numerose questioni aperte (maternità e carriera, cura e lavoro, ruoli di genere all’interno della famiglia e nel mondo del lavoro). L’articolo ebbe una risonanza enorme, diventando in breve tempo uno dei pezzi più letti dell’Atlantic, con oltre tre milioni di visualizzazioni.

Analista politico di fama internazionale, presidente della New America Foundation, docente di diritto internazionale a Princeton, Slaughter ha da sempre sostenuto le azioni dell’Amministrazione USA all’estero (in Iraq prima, poi in Libia e in Siria). La sua incursione nella riflessione sulla conciliazione famiglia-lavoro è stata dunque dettata da una serie di osservazioni ed esperienze personali. È interessante peraltro notare, come fa la stessa Autrice, che Unfinished Business nasce in dialogo e come voce di contraltare a un altro testo sul tema della relazione tra donne e lavoro, il celebre Lean In (tradotto in Italia con il titolo Facciamoci avanti e pubblicato da Mondadori) scritto nel 2013 da Sheryl Sandberg, COO di Facebook. Diversi i momenti di vita e le traiettorie di carriera delle due autrici, differenti e in qualche modo complementari gli approcci: se la Sandberg, quarantenne di successo con due figli piccoli, analizza a fondo le ragioni delle maggiori difficoltà che le donne incontrano nel mondo del lavoro spronando(ci) a non aver paura di immaginare e reclamare possibilità di carriera, la Slaughter, cinquantenne alle prese con due figli adolescenti, appare molto più critica rispetto a molte questioni strutturalmente legate al mondo del lavoro, a partire dall’organizzazione stessa del lavoro, che appare ancora largamente modellata sul modello del maschio breadwinner.

La prima parte del libro è infatti un’accurata disamina delle “mezze verità” riguardanti le donne tra le quali, appunto, il fatto che le donne possano “avere tutto” (carriera, famiglia, figli) SE, in sequenza, sono sufficientemente dedite alla propria carriera, sposano la persona giusta, se pianificano correttamente la propria vita. L’analisi delle “mezze verità” interessa anche gli uomini (è vero che gli uomini non possono avere tutto, ma solo il lavoro? È vero che i bambini hanno bisogno della mamma? È vero che deve esser l’uomo colui che provvede al sostentamento della propria famiglia?) e il mondo del lavoro. La critica della Slaughter a questo riguardo intercetta sia il tema del bilanciamento tra vita e lavoro come questione femminile e il tema della flessibilità come soluzione organizzativa.

Riguardo al tema del bilanciamento tra vita e lavoro, le argomentazioni della Slaughter partono da un’analisi della cura come elemento fondamentale non solo per la famiglia ma per l’intera società. Le riflessioni a questo proposito costituiscono forse la parte più interessante e più feconda del libro. La Slaughter riflette infatti su come la cura sia uno degli elementi fondamentali non solo nel “funzionamento” di una famiglia, ma anche e soprattutto per permettere un corretto funzionamento della società. La cura appare infatti legata al tema della creazione, formazione e rigenerazione di quello che in termini economici possiamo definire “capitale umano”. In alcuni passi particolarmente interessanti la Slaughter nota come invece nella nostra società, basata su una mistica della competitività in cui appare ed è economicamente vincente colui che si occupa di se stesso, la cura in quanto occuparsi di qualcun altro (ben reso in inglese dall’espressione care-giving), sia assolutamente svalutata, affidata spesso a persone migranti, con poca o nessuna formazione e con salari molto bassi.

È a partire proprio dalla critica allo stereotipo dell’uomo “incapace” di prendersi cura della casa e dei figli che la Slaughter muove per proporre una visione delle politiche di bilanciamento vita-lavoro che non sia legata alla questione femminile, ma che diventi una questione anche maschile, una questione cioè del “lavoratore” in quanto anche “portatore di cura. In questo senso la Slaughter propone tre ambiti nei quali promuovere il cambiamento: la famiglia, l’organizzazione del lavoro, le politiche di welfare. Per quanto riguarda la famiglia, la Slaughter propone un migliore e diverso ri-aggiustamento dei compiti di cura tra i membri della coppia, con un maggiore coinvolgimento dei padri e una maggiore capacità delle madri di non voler gestire tutto. Let it go deve diventare il nuovo mantra per le donne che vogliono coinvolgere i mariti nella gestione dei figli e della casa, costruendo una maggiore parità.

Due capitoli del libro sono dedicati al tema della flessibilità lavorativa: il primo è esplicitamente dedicato al bilanciamento vita-lavoro come percorso di orientamento e pianificazione personale delle proprie fasi di vita… Sebbene l’Autrice stessa ammetta, fin dal titolo, che “raramente le cose vanno come le avevamo pianificate”. Il secondo capitolo analizza invece il mondo del lavoro, le possibilità di flessibilità offerte dalle aziende ma, soprattutto, i profondi cambiamenti in corso nel mondo del lavoro (The On-Demand Economy, The Open Work) e la possibilità di seguire percorsi di carriera maggiormente flessibili, con la creazione di un portfolio professionale, più che di un vero e proprio curriculum.

Le riflessioni riguardo al welfare, infine, sono di chiara matrice americana: gli USA rimangono forse l’unico paese Occidentale in cui il congedo di maternità e paternità non è un diritto del lavoratore, ma un benefit aziendale. L’attenzione della Slaughter, in questo senso, è rivolta alle categorie di lavoratori e lavoratrici maggiormente esposte al rischio di povertà, categoria che in questi anni è aumentata su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Un testo dunque molto legato alla realtà lavorativa e sociale americana, ma con alcuni spunti di riflessione che intercettano ampiamente anche il dibattito europeo e che interpellano direttamente il lettore, con numerosi esempi e aneddoti anche personali, sulla costruzione di “percorsi di successo nel bilanciamento vita-lavoro”.

 

di Lorenza Rebuzzini

Consulente e Project Manager per il non profit, ricercatrice freelance

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